(immagine: Pixabay)

Negli ultimi gironi sembra che la crescita dei nuovi contagi stia rallentando: continua ad aumentare, ma più lentamente. Un segnale positivo, così almeno lo interpreta il governo, che scommette sulle misure restrittive regionali per evitare un nuovo devastante lockdown a livello nazionale. Ma quando Giuseppe Conte chiede ai suoi consulenti scientifici di essere chiari, di dire se le misure stiano funzionando, la risposta rimane un po’ vaga. Perché in effetti le proiezioni sul futuro andamento della curva sono per definizione incerte, e anche se ci stessimo avvicinando al picco di contagi e al plateau non vuol dire che la situazione sul territorio stia migliorando davvero.

1. L’importante è il trend

Come dovremmo ormai aver imparato, le fluttuazioni giornaliere dei dati non sono indicative, anzi. Sono troppo soggette all’azione confondente di diverse variabili come i ritardi nelle comunicazioni dei dati o il numero di tamponi elaborati. Però non si può negare che dall’introduzione delle misure restrittive differenziate regione per regione il trend della curva sia un po’ cambiato. L’incremento dei positivi al coronavirus rimane, ma rallentato rispetto alle settimane precedenti.

3 punti per chi pensa che l’epidemia di coronavirus stia passando
La curva dei contagi alla data di oggi 12 novembre 2020 (foto: dati forniti dal ministero della Salute. Elaborazione e gestione dati a cura del Dipartimento della Protezione Civile)

Negli ultimi sette giorni abbiamo avuto in media 34.007 nuovi positivi al giorno, ossia +5.348 casi al giorno rispetto ai sette giorni precedenti (ieri era +5.797)”, riporta il medico Paolo Spada sulla pagina Facebook Pillole di ottimismo. “La variazione dei nuovi casi registrati in questi ultimi sette giorni, rispetto ai sette precedenti, è stata pari a +18,7% (ieri era +20,8%, il giorno prima +21,2%, prima ancora +23%, +27,5%, +32,1%, +38,1%. Per intenderci: quando il valore è pari a 0% significa che il numero di nuovi casi rimane costante, se negativo significa che la curva è in discesa)”.

Le ultime proiezioni dicono che, se il trend sarà confermato, potremmo raggiungere il picco della curva verso il 27 novembre. Ma resta sempre il dubbio che quello che stiamo vedendo sia dovuto alla saturazione del sistema sanitario, come ricorda il biologo Enrico Bucci. Potrebbe essere infatti il risultato del cambio nella strategia dei tamponi che, a causa del collasso del sistema di contact tracing, potrebbero in alcune regioni essere riservati solamente a chi è sintomatico. Questo renderebbe il numero dei contagi meno significativo per capire l’epidemia, a favore invece del numero di ricoveri e ingressi in terapia intensiva.

2. Ci vuole tempo

Perché allora gli esperti non riescono a dire che sì, le misure messe in campo dal governo stanno già funzionando? Perché, e anche questo dovremmo averlo imparato dalla prima ondata di Covid-19 (nello scorso lockdown totale non si faceva che ripetere che gli effetti si sarebbero cominciati a vedere almeno 15 giorni dopo), ci vuole tempo per capire l’impatto dei provvedimenti e forse è ancora troppo presto. Così come è troppo presto per scartare l’eventualità di ulteriori lockdown, anche se magari localizzati là dove si sia ormai entrati nello scenario 4 e non generalizzato a tutta Italia.

3. Dai grafici alla realtà

Insomma, non si può, non si deve, abbassare la guardia. Anche perché l’andamento della curva epidemiologica, come dicevamo, non rende l’idea della pressione sulle strutture e sul personale sanitari. Dando un’occhiata ai numeri, ieri i ricoveri (e difficilmente si tratta di persone con solo attacchi di panico) sono stati 811; 110, invece, sono stati i letti in più occupati da pazienti Covid nelle terapie intensive; 623 i decessi. I dati sugli ultimi 7 giorni indicano che nel complesso l’aumento dei ricoveri è pari a +33,1%, mentre i pazienti Covid in terapia intensiva (in totale 3.081 a ieri) occupano il 43% dei posti disponibili su tutto il territorio. Un carico ancora troppo impegnativo per il nostro Sistema sanitario nazionale, che rimarrà in difficoltà anche dopo che la curva inizierà davvero a scendere.

Gli ospedali sono ormai vicini al collasso, a causa di due fattori concomitanti: carenza di personale sanitario e mancanza dei posti letto a fronte dell’abnorme afflusso di malati per la rapida e vertiginosa diffusione dell’infezione virale”, scrivono in una lettera aperta le Società scientifiche degli internisti (Fadoi e Simi), dei geriatri (Sigg e Sigot), e dall’associazione degli infermieri di Medicina interna (Animo). In alcuni centri le terapie intensive sono sature e i pazienti non Covid hanno limitate possibilità di accesso alle cure, con conseguente abbassamento della qualità delle prestazioni. “La situazione sanitaria è drammatica“, scrivono. “Siamo ora passati dalla discussione pubblica, oziosa e inutile sulle caratteristiche del virus, ad una analisi continua dei dati che indirizza l’opinione pubblica verso fallaci rassicurazioni, portando a sottostimare il reale grado di saturazione dei posti letto che va ben oltre il 30 o 40% che viene usualmente comunicato. Infatti la realtà non è quella rappresentata e tutti noi viviamo ogni giorno grandi difficoltà ad accogliere, curare e trasferire i tanti malati che giungono ai Ps in numero superiore alla capacità ricettiva delle nostre strutture”.

“Non è di aiuto per nessuno sottovalutare, sminuire, fingere che la situazione sia quasi normale o che a breve si possa normalizzare”, continuano. “Pertanto chiediamo un maggiore impegno verso la diffusione di una informazione che accresca la consapevolezza dei cittadini sulla realtà che stiamo vivendo”.

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