(foto: Unsplash)

Che i vaccini contro Covid-19 funzionino, soprattutto nel prevenire i casi gravi della malattia, le ospedalizzazioni e i decessi, è scientificamente noto. Secondo i dati di cui è in possesso l’Istituto superiore di sanità, in particolare, il ciclo vaccinale completo a doppia dose scongiura – facendo una media delle fasce d’età – il ricovero in ospedale al 94%, il ricovero in terapia intensiva al 97% e l’esito fatale della malattia al 96%. Ed è molto alta anche la protezione dall’infezione, stimata all’88%. Numeri che, come per ogni vaccino, non possono arrivare al 100%, ma che sono piuttosto vicini, soprattutto per ciò che fa davvero la differenza in termini di salute pubblica.

Al di là di queste percentuali, che restano certamente il modo più semplice e diretto di quantificare l’efficacia delle somministrazioni vaccinali, oggi esistono altri dati e indicatori che danno conto dell’effetto concreto e tangibile della campagna vaccinale. Ne abbiamo scelti cinque, tutti basati sui dati italiani, per mostrare con altrettanti approcci diversi come l’effetto dei vaccini sia nettamente apprezzabile già oggi, con poco meno del 50% della popolazione che ha completato il ciclo di somministrazioni.

Tutto ciò non significa che i vaccini porteranno a un azzeramento dei casi gravi, o tantomeno alla fine della pandemia, ma rende evidente che la campagna vaccinale sta dando un contributo importante nel superare l’emergenza sanitaria. Fermo restando che anche chi è vaccinato dovrebbe continuare a prestare grande attenzione a non essere contagiato e a non trasmettere il virus ad altri.
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1. Sempre meno casi gravi rispetto alle infezioni

Come già anticipato, l’effetto principale delle vaccinazioni è di abbattere il numero di casi di Covid-19 gravi, ossia tali da richiedere un ricovero ospedaliero o in terapia intensiva, oppure da causare la morte del paziente. E in questo senso l’effetto della campagna vaccinale si coglie guardando al rapporto tra persone ricoverate in ospedale e casi attivi (ossia persone attualmente positive). Al momento abbiamo 1.512 persone ricoverate con sintomi e 182 in terapia intensiva, su un totale di 68.236 casi positivi. Vale a dire, un tasso di ricovero ospedaliero del 2,2% e di ricovero in intensiva dello 0,27%.

Gli stessi parametri calcolati due mesi fa (268mila casi attivi) erano rispettivamente 3% e 0,48%, all’inizio di quest’anno (575mila casi attivi) erano 4% e 0,44%, e a inizio ottobre 2020 (52mila casi attivi) erano 5,89% e 0,55%. Un anno fa, quando le terapie intensive erano sostanzialmente vuote con una quarantina di persone appena, il tasso di ricoveri ospedalieri era comunque al 5,88% (735 ricoverati su 12.500 casi attivi). Insomma, rispetto ai casi positivi non abbiamo mai avuto così poche persone in ospedale e lo stesso vale per le terapie intensive.

2. L’età media dei decessi è in calo

Per capire che cosa abbia a che fare l’effetto della vaccinazione con l’età media delle persone decedute, è necessario tenere conto che le somministrazioni non stanno procedendo in modo uniforme per tutte le età, ma che al momento è ancora molto sbilanciata verso le persone delle fasce anagrafiche più avanzate. Gli over 80 sono coperti al 90%, i settantenni all’83%, i sessantenni al 72%, i cinquantenni al 65%, i quarantenni al 51% e così via.

Quello che ci si aspetterebbe da una campagna di vaccinazione efficace, in pratica, è che in proporzione muoiano sempre meno persone anziane rispetto alle giovani, dunque che l’età media dei decessi diminuisca mano a mano. Ebbene, è proprio quello che sta succedendo. Dalla prima settimana di febbraio in poi l’età media dei pazienti positivi deceduti è stata in continua diminuzione, passando da 81,77 anni ai 79,71 della prima settimana di marzo, poi ai 78,74 di inizio aprile ai 76,66 di inizio maggio. Attualmente, con qualche oscillazione di settimana in settimana, ci si colloca intorno ai 75 anni.

La diminuzione dell’età media dei decessi, peraltro, si accompagna a una diminuzione di altri parametri, come l’età media degli ospedalizzati e dei pazienti ricoverati in terapia intensiva. E anche l’età media delle persone positive è scesa di molto, arrivando nel mese di luglio per la prima volta sotto i 50 anni.

3. I ricoveri tra i vaccinati sono molti meno

Naturalmente in questo caso non ha senso guardare ai numeri assoluti, ma ai rapporti. Anche perché, in una situazione ideale in cui il 100% delle persone è vaccinato, tutti i ricoveri sarebbero di vaccinati. I numeri in questo caso sono eloquenti. Prendiamo gli ultraottantenni, che a inizio luglio erano coperti dalla doppia dose all’85%. Secondo i dati nazionali da metà giugno a metà luglio il 15% di non vaccinati è corrisposto al 71% dei ricoverati (il 54% se si contano solo i nuovi ricoverati del mese) e al 69% dei decessi. Insomma, pur rappresentando una fetta molto piccola degli over 80, i non vaccinati sono la maggioranza delle persone di quell’età che finiscono in ospedale con Covid-19.

Con il passare delle settimane e il procedere della campagna vaccinale va da sé che i non vaccinati potrebbero non essere più la maggioranza assoluta. Si tratta di una considerazione statistica molto banale, ma per evitare che si crei confusione su questo punto è stato coniato il nome giornalistico di “paradosso” della platea dei vaccinati. Anche se i ricoverati sono in maggioranza vaccinati, ciò non significa affatto che il vaccino non abbia un’ottima efficacia.

4. Il crollo dei decessi tra i medici

Primi a ricevere il vaccino insieme agli altri operatori sanitari, i medici sono anche la categoria in cui per prima si sono evidenziati gli effetti positivi delle somministrazioni. Nel primo anno di pandemia, da febbraio 2020 a gennaio 2021, il triste computo dei medici morti per Covid-19 ha superato quota 300. Oggi, sei mesi più tardi, siamo a quota 359.

Insomma, si può dire che la campagna vaccinale è coincisa con una brusca frenata dei decessi tra i medici, a maggior ragione se si considera che i mesi di febbraio e marzo (in cui la campagna vaccinale degli operatori sanitari era in via di completamento) sono corrisposti a un’ulteriore cinquantina di decessi, per arrestarsi poi quasi completamente dall’arrivo della primavera.

5. Il Sars-Cov-2 appare meno letale

Lo abbiamo già ribadito: rispetto al numero complessivo di casi positivi registrati, sono in diminuzione tutti gli indicatori di malattia grave. Una diminuzione piuttosto netta, tale da riflettersi in maniera apprezzabile anche nella variazione della letalità media complessiva di Covid-19 da inizio pandemia. Secondo i dati del 2020, infatti, l’infezione virale aveva una letalità media del 3,4%, mentre già a inizio marzo la media complessiva si era abbassata a 3,3% e a inizio maggio era ulteriormente scesa al 3%.

Negli ultimi due mesi il dato complessivo è rimasto fermo al 3%, anche perché il numero di nuovi casi è stato troppo basso per spostare significativamente la media generale. Se infatti consideriamo il periodo che va dal primo aprile a oggi, la letalità media è scesa al 2,54% (713mila casi corrispondenti a 18mila decessi), e nell’ultimo mese allo 0,81% (63mila casi e 513 decessi).

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