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Il maltempo che da ieri sta colpendo Venezia, e provocando vittime e enormi danni in tutte le parti della città, riapre il dibattito sulla complessa opera ingegneristica studiata proprio per separare la laguna di Venezia dal mare Adriatico e scongiurare così gli allagamenti durante l’alta marea, ovvero il Mose. Letteralmente MOdulo Sperimentale Elettrotecnico, una volta a regime, dovrebbe constare di 78 paratoie installate nelle tre bocche di porto della laguna: Lido, Malamocco e Chioggia.

La costruzione dell’opera era iniziata nel 2003, sotto la presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi, ma aveva subito uno stallo nel 2014 quando alcuni membri del concessionario del ministero delle Infrastrutture per la realizzazione dei lavori – il Consorzio Venezia Nuova (Cvn) – erano stati indagati per fondi illeciti. A distanza di cinque anni, la data per la consegna dell’opera ingegneristica era stata fissata per il 2021, come specificato nel bilancio 2018 del Consorzio. Sempre qui si specificava che il completamento degli impianti era previsto per fine giugno 2020 con il conseguente avvio dell’ultima fase, quella della gestione sperimentale.

Lo stato dell’arte

Se anche il primo cittadino di Venezia chiede delucidazioni sullo stato dell’opera, oltre allo stato di calamità, per capire a che punto sono i lavori è interessante recuperare quanto detto durante un’audizione alla Camera dello scorso anno, quella del 26 luglio 2018. Qui, l’ingegner Francesco Ossola, amministratore straordinario del Cnv, aveva dichiarato che “ad oggi, sono completate le opere per una percentuale del 93 per cento ed entro la fine dell’anno saranno depositate tutte le paratoie”. L’opera, pensata sin dagli anni Ottanta per difendere Venezia dall’acqua superiore a 110 centimetri, è però, sedici mesi dopo, ancora incompleta e quindi non può attivarsi in circostanze come quelle di questi giorni.

Anzi, il 4 novembre scorso era anche saltato il collaudo del sistema di barriere mobili, meccanismo direttamente coinvolto nel bloccaggio dell’acqua alta. Come riporta Il Fatto Quotidiano la motivazione è la seguente “alcuni tubi che immettono aria e acqua per consentire l’innalzamento e l’abbassamento dei portelloni, hanno manifestato vibrazioni anomale. E quindi, in via precauzionale, si è preferito ordinare controlli prima di procedere”. Le operazioni, come specificato l’ordinanza della Capitaneria di porto di Venezia dello scorso 18 ottobre, erano previste dal 21 ottobre al 4 novembre 2019.

Una protezione sufficiente?

Sul sito del progetto si legge che il Mose “può proteggere Venezia e la laguna da maree alte fino a 3 metri e da un innalzamento del livello del mare fino a 60 centimetri nei prossimi 100 anni”. Eppure sui social network molti veneziani si sono sfogati dopo quanto accaduto reputando l’opera inutile e non idonea al suo obiettivo. Soprattutto, molti sostengono che anche se in attività il Mose non avrebbe evitato il disastro. Secondo il progetto, sarebbero infatti necessarie cinque ore per permettere al Mose di attivarsi e proteggere la città dall’acqua alta. Certo è che, non essendo ancora completato e in funzione, è difficile dare un giudizio sul suo funzionamento. Per alcuni infatti la critica è andata principalmente alla spesa pubblica – oltre sette miliardi – destinata a un’opera incompleta, dopo decenni di lavori.

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