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Che i vaccini cosiddetti italiani contro il Covid-19 difficilmente rappresenteranno un elemento di svolta nel contrasto alla pandemia, in Italia e nel mondo, non è certo una novità. Quello che si sta delineando negli ultimi giorni, però, è uno scenario in cui gli inghippi continuano ad affastellarsi, non tanto in termini di pipeline di sperimentazione quanto piuttosto per lo scenario nazionale e globale in cui dovranno eventualmente inserirsi.

Parliamo in particolare di Grad-Cov-2, il vaccino di Spallanzani-Reithera che abbiamo già raccontato in più occasioni qui su Wired, e della formulazione vaccinale Covid-eVax sviluppata dalla biotech romana Takis in partnership con la Rottapharm Biotech che ha sede a Monza. Pur trattandosi di due vaccini diversi che hanno come principale analogia l’essere entrambi italiani, parecchi elementi di complessità sono condivisi. Li abbiamo raccolti qui in ordine.

Il fattore tempo

Anche se non necessariamente la competizione tra vaccini ha come elemento chiave la rapidità di sviluppo, di approvazione e di arrivo sul mercato, è fuori di dubbio che entrambi i vaccini nostrani abbiano diversi competitor in vantaggio dal punto di vista della tabella di marcia. Grad-Cov-2, che è quello in posizione più avanzata, si trova al momento in fase 2 e 3 di sperimentazione dal mese di marzo. Rispetto a quanto si pronosticava a inizio febbraio, l’iter sta procedendo con un ritardo minimo rispetto al più ottimistico dei calendari, ma in ogni caso la strada è ancora lunga. Se tutto andrà nel migliore dei modi, il termine di questa sperimentazione potrà essere tra giugno e luglio, e (stando alla timeline annunciata alcune settimane fa) le prime somministrazioni potrebbero arrivare tra il mese di settembre e quello di ottobre. Sempre ipotizzando che non ci siano inceppi, e che tutte le fasi di validazione dei dati, di approvazione e di autorizzazione siano rapide pure in piena estate come lo sono state finora.

Va da sé che per il primo round di campagna vaccinale, ammesso e non concesso che d’ora in poi tutto proceda come da programma, sarebbe decisamente tardi, poiché teoricamente in quei mesi le prime somministrazioni dovrebbero essere già completate o molto prossime alla conclusione. Se invece si considera la possibilità di dovere vaccinare ciascuno più volte nel corso dei prossimi mesi e anni, allora non sarebbe certo fuori tempo massimo, nonostante a quel punto le alternative vaccinali disponibili potrebbero essere molte, forse addirittura decine.

Ancora ai blocchi di partenza è invece la sperimentazione di Covid-eVax, che all’inizio di aprile ha dato il via alla fase 1 (quella che verifica anzitutto la sicurezza della soluzione vaccinale). Rispetto alla formulazione di Reithera, che aveva iniziato la prima sperimentazione sulle persone il 24 agosto 2020, Takis ha quindi un gap temporale di oltre 7 mesi, quindi nella migliore delle ipotesi potrebbe arrivare in distribuzione nella primavera del 2022, grossomodo tra un anno.

Il nodo dell’efficacia

Tralasciando le questioni di abbondanza delle forniture, che al momento sono l’effettivo collo di bottiglia della campagna vaccinale, oggi abbiamo già sul mercato almeno un paio di vaccini con una percentuale di efficacia altissima e prossima al 90%, come Comirnaty (Pfizer) e mRna 1273 (Moderna). In generale sappiamo che i vaccini a vettore virale come quelli sviluppati da AstraZeneca (oggi chiamato Vaxzevria) e Johnson & Johnson hanno performance inferiori rispetto a quelli a rna messaggero del 20%-30%, seppure siano comunque molto efficaci nel prevenire le infezioni gravi. E pure Grad-Cov-2 sfrutta la stessa piattaforma: nonostante siamo ancora in attesa di dati quantitativi definitivi, dunque, ci si può attendere risultati comparabili a quelli della stessa tipologia.

Solo da pochi giorni, poi, è disponibile in modalità pre-print lo studio scientifico di fase 1 relativo a Grad-Cov-2. Come noto non è negli obiettivi di questa fase la quantificazione esatta dell’efficacia, ma in generale è emerso che le performance potrebbero essere anche peggiori rispetto alle attese e agli annunci mediatici di inizio gennaio. Il livello di produzione anticorpale stimolato dal vaccino è comparabile con quello di chi ha contratto l’infezione virale in forma non severa (il gruppo dei non ospedalizzati), ossia è più basso del livello raggiunto da chi è stato ricoverato in ospedale, nonché di conseguenza di quello medio delle persone infettate dal virus. Se questo dato fosse confermato nella pubblicazione scientifica vera e propria, e ulteriormente comprovato dagli studi di fase 2 e 3, il vaccino Spallanzani-Reithera avrebbe performance meno buone anche rispetto a quelle dei colleghi a vettore virale.

Ciò non significherebbe che si tratta di un vaccino inutile o da scartare, ma sarebbe meno preferibile degli altri a parità di condizioni. Dunque – una volta superata l’attuale fase di carenza strutturale delle dosi a disposizioni – potrebbe trovarsi in svantaggio rispetto alle altre formulazioni.

Impossibile invece fare previsioni sull’efficacia del vaccino sviluppato da Takis, dato che si tratta di una formulazione basata sul dna (quindi non confrontabile con quelli a mRna) e che si trova ancora nelle fasi iniziali della sperimentazione, senza dati a oggi disponibili per fare valutazioni. Prima di avere dati anche solo preliminari e da annuncio mediatico, dovremo attendere probabilmente almeno un altro trimestre.

L’aspetto etico

Lo avevamo già anticipato in un approfondimento ad hoc qui su Wired, ma con il passare dei mesi il tema è sempre più rilevante: con il procedere della campagna vaccinale a sempre più persone viene proposto un vaccino approvato e di comprovata efficacia, dunque sottoporsi a una sperimentazione diventa non solo un gesto volontario, ma anche in un certo senso un piccolo sacrificio nel rinunciare a un prodotto già validato in favore di uno ancora tutto da verificare. Con l’aggiunta, peraltro, del fatto che la nuova opzione vaccinale non si presenta come potenzialmente migliore dell’esistente, bensì come un’alternativa presumibilmente meno performante.

Un tema che si pone per l’opzione vaccinale di Takis, che al momento ha iniziato la sperimentazione tra l’ospedale San Gerardo di Monza, lo Spallanzani di Roma e il Pascale di Napoli. Ma che riguarda, seppure la sperimentazione sia in fase più avanzata, anche il caso Reithera.

Per superare questo inghippo, il protocollo di sperimentazione di Reithera prevede che, qualora a uno dei volontari venga proposta la vaccinazione con un altro prodotto già approvato, si possa uscire dal trial di sperimentazione e sottoporsi all’iniezione come previsto dalla campagna vaccinale nazionale. Ciò senz’altro ridimensiona la questione etica, ma apre un tema di praticabilità della sperimentazione, poiché con il passare dei mesi ci saranno sempre meno persone arruolabili o che possono rimanere all’interno del trial. Con il rischio che l’iter di sperimentazione stesso ne venga ulteriormente rallentato.

L’Europa punta sull’mRna

È notizia di pochi giorni fa, non ancora formalizzata ma piuttosto indicativa: l’Unione europa è propensa a privilegiare per il futuro i vaccini anti-Covid a rna messaggero, che finora sono quelli che paiono garantire i risultati migliori di efficacia e per i quali non sono state evidenziate particolari criticità in termini di effetti collaterali. In termini concreti, la Commissione europea pare essere intenzionata a non rinnovare i contratti per le forniture vaccinali nemmeno ad AstraZeneca e a Johnson & Johnson, puntando invece su Pfizer, Moderna e altre formulazioni analoghe che potrebbero arrivare nei prossimi mesi.

Un’intenzione che però ha già determinato reazioni chiare, come il fatto che sia Reithera sia Takis abbiano annunciato che inizieranno a produrre anch’esse vaccini a mRna. Si tratta naturalmente di un passaggio non impossibile, ma lungo. E sostanzialmente obbligato, nel senso che avere solo un proprio vaccino a vettore virale potrebbe significare essere di fatto esclusi dal mercato. In generale la conversione sia in termini di sviluppo sia di produzione è più agevole nel caso dei vaccini a dna rispetto a quelli a vettore virale, ma in ogni caso l’ordine di grandezza temporale per avviare i lavori è dei mesi. Reithera, per esempio, stima tra gli 8 e i 10 mesi solo per procurarsi i bioreattori e i reagenti necessari.

La questione dei finanziamenti

Nel caso di Reithera, di pari passo con le criticità sui vaccini ci sono anche quelle di natura economica. Se in molti altri casi (uno su tutti BioNTech in Germania) i governi nazionali sono intervenuti in sostegno dei progetti di sviluppo, la questione si fa più complessa qualora lo sviluppo del vaccino termini con un buco nell’acqua, o comunque con un piazzamento sul mercato tale da non permettere un adeguato ritorno dell’investimento. A oggi Reithera ha in cascina un totale di 89 milioni di euro tra finanziamenti e prestiti (in parte ancora da sbloccare da parte della Corte dei conti), di cui 81 milioni da parte di Invitalia – l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti del ministero dello sviluppo economico di cui Domenico Arcuri è amministratore delegato.

A questo si aggiungerebbe, come ha raccontato Il Foglio, un piccolo giallo sulla proprietà del lotto di vaccini utilizzati per la sperimentazione, dato che nel già citato pre-print questa proprietà è attribuita allo Spallanzani anziché (come ci si aspetterebbe) a Reithera.

L’ipotesi di un vaccino made in Italy

Anziché utilizzare un vaccino sviluppato (in tutto o in parte) nel nostro paese, un’alternativa che pare essere sempre più plausibile è quella di limitarci a diventare un paese produttore di vaccini ideati e creati altrove.

Tra i tanti accordi che sarebbero in discussione, almeno secondo indiscrezioni e report giornalistici, il principale riguarderebbe Novartis, che come noto non ha un proprio vaccino ma sta lavorando alla produzione di CureVac, un vaccino tedesco a mRna che ha appena incassato un primo ok di Aifa e dovrebbe essere disponibile entro fine maggio. Tra le aziende in trattativa per la produzione su suolo italiano ci sarebbe proprio Reithera, che starebbe valutando la fattibilità del progetto, ma anche il sito produttivo della stessa Novartis a Torre Annunziata in provincia di Napoli.

Ancora, in gioco parrebbe esserci lo stabilimento di Monza della statunitense Thermo Fisher, che dovrebbe produrre il vaccino di Pfizer. E infine, per quanto riguarda Moderna, ci sarebbero state le prime interlocuzioni e la situazione sarebbe al momento a un punto morto, ma con la possibilità di riaprire le trattative a breve. Tutte strade che indicano come il nostro sistema Paese non abbia affatto rinunciato a entrare nello sforzo globale di produzione vaccinale, ma con un ruolo di più stretta cooperazione con aziende e paesi esteri. Nulla di nuovo, comunque, in uno scenario della ricerca e dell’industria farmaceutica che è sempre meno legato ai confini nazionali degli stati.

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