(foto: Omar Marques/Anadolu Agency/Getty Images)

Immaginiamo un mondo ideale in cui esista un test sierologico affidabile al 100%. Un sistema che rintracci la presenza di anticorpi specifici per il coronavirus Sars-Cov-2 con una sensibilità e una specificità perfette, ossia che non generi mai falsi negativifalsi positivi. E immaginiamo che questo test sia anche semplice da fare, che dia risultati in pochi minuti e che possa essere eseguito a tappeto e ripetuto su ogni persona quanto spesso si vuole, senza preoccuparci di disponibilità, organizzazione logistica e costi.

In questa situazione utopica – che, vale la pena anticiparlo, è ben lontana dalla realtà odierna e futura – sapremmo con precisione nel sangue di quali persone sono presenti immunoglobuline. E potremmo scattare una fotografia ad altissima risoluzione di quante persone abbiano finora contratto l’infezione virale, conoscendo le distribuzioni per aree geografiche, per fasce d’età e per categorie lavorative, per esempio.

Tuttavia, credere che il risultato del test sierologico sia un’indicazione  sufficiente per farci capire chi può fare che cosa in completa sicurezza sarebbe comunque un’illusione. E per diversi motivi. Anzitutto, tutti i test sierologici rapidi danno un responso binario, un on/off esattamente come accade per un test di gravidanza. Peccato che il bambino nella pancia della mamma o c’è o non c’è (quindi ha senso fare una distinzione dicotomica), mentre per gli anticorpi è fondamentale valutare le quantità. Vale a dire, una persona potrebbe risultare positiva al test ma non avere immunoglobuline a sufficienza per essere davvero protetta, e viceversa. Per saperlo con più precisione, bisognerebbe come minimo ripetere un test più approfondito, e quantitativo, in laboratorio.

In secondo luogo, a oggi non sappiamo né quanto tempo permangano in circolo le immunoglobuline IgG, quelle che garantiscono la protezione più a lungo termine, né possiamo essere certi che un responso negativo resterebbe negativo anche nei giorni immediatamente successivi, perché le stesse IgG tendono a svilupparsi a infezione risolta ma non subito. A conti fatti, dunque, l’equivalenza tra esito dell’esame e immunità non sarebbe in ogni caso garantita, nemmeno in questa situazione ideale. E il test sierologico non può essere considerato al pari di un semaforo verde o rosso, perché la biologia del sistema immunitario è semplicemente più complicata di così.

Scendiamo sulla Terra

Se dal mondo ideale passiamo a quello reale, dobbiamo tener conto non solo che l’affidabilità del test sarà difficilmente superiore al 95%, ma soprattutto che a eseguirlo sarà personale umano che si troverà a operare nelle condizioni più varie. Lo sa bene chi si occupa della distinzione tra scienze teoriche e scienze applicate: quando si passa dalle formule al metterci le mani, i risultati sono sempre molto più sporchi di quanto si possa sperare.

In termini terra-terra, chi svolgerà quel mini prelievo di sangue venoso per eseguire il test rapido? Chi leggerà l’esito della prova e lo certificherà? Sarà stata svolta un’adeguata formazione del personale e sarà stata fatta chiarezza su quali accortezze dovranno essere adottate nell’esecuzione della prova, per non inficiarne l’esito? Se qualcuno avesse dubbi sul fatto che queste preoccupazioni possano essere eccessive, basta pensare al modo in cui sono state gestite finora le mascherine, o i tamponi. Sapendo peraltro che queste sono tecnologie assodate da tempo, mentre per il test del Sars-Cov-2 si tratterà di un prodotto nuovo e appena immesso sul mercato. E con l’ulteriore complicazione, almeno a quanto si può presumere da ora, che non c’è affatto la garanzia di un’uniformità territoriale nel tipo di test e nei dettagli della sua esecuzione. Quel 95% di affidabilità, di certo non irraggiungibile in sede di validazione, rischia di restare un miraggio quando si passerà a testare centinaia di migliaia o milioni di persone.

Cosa già sappiamo dell’esito dei test

Su un punto l’Istituto superiore di sanità è stato molto chiaro già da diverse settimane: siccome sappiamo che gli italiani che hanno contratto il virus sono nell’ordine di qualche milione (le stime attuali farebbero presumere tra 1 e 2, ma si tratta di ipotesi), la stragrande maggioranza della popolazione sarà negativa al test sierologico. Ossia risulterà sprovvista degli anticorpi immunizzanti.

Questo non è un dettaglio da poco, perché complessivamente ci possiamo aspettare che, su scala nazionale, per almeno 9 persone su 10 il test non riveli alcunché. Magari in Lombardia avremo qualche immunizzato in più, ma nelle regioni del Centro-Sud si ritiene che almeno il 95% delle persone non sia mai entrato in contatto con il coronavirus. Siamo lontanissimi, dunque, dalla condizione di immunità di gregge, e la quasi totalità delle persone resta tutt’ora attaccabile dal virus.

Di assurdo non c’è solo il patentino

I motivi per cui non si può pensare che l’eventuale esito positivo del test possa fornire una sorta di patentino d’immunità sono diversi. Anzitutto per via dell’incertezza intrinseca del test sierologico, che rischierebbe di bollare come immune qualcuno che non lo è, facendogli colpevolmente abbassare la guardia ed esponendolo di conseguenza a un rischio maggiore di contagio. Il viceversa è potenzialmente ancora peggiore: una persona che riceve esito negativo potrebbe convincersi di essere sana e di non essere mai entrata in contatto con il virus, mentre invece potrebbe avere un’infezione latente in fase di incubazione, diventando contagioso nei giorni successivi.

Accanto a questi aspetti più legati alla scienza, ci sono poi altrettante questioni etiche e normative. Davvero nella nuova normalità della cosiddetta fase due vogliamo creare un modello di società – temporaneo o meno – in cui l’esito del test sierologico (in qualche punto percentuale pure sbagliato) determina i diritti e i doveri delle persone, è decisivo per le libertà individuali e dunque definisce una sottopopolazione di positivi e una di negativi? Sarebbe la realizzazione di una distopia: i positivi che possono andare a lavorare e i negativi che vengono privati del diritto al lavoro. I positivi che possono uscire e andare dove vogliono mentre i negativi devono continuare con le limitazioni del lockdown. I positivi che possono popolare bar, andare a trovare gli amici, fare vacanze o far visita ai parenti, e gli altri no.

Senza contare, come già ribadito, che i positivi immunizzati saranno con tutta probabilità una esigua minoranza degli italiani, dunque largamente insufficienti per far funzionare economia, servizi e tutto il resto. E che a quel punto potremmo prendere l’articolo 3 della nostra Costituzione e farci un falò. Arrivando magari all’assurdo che una persona che ha seguito scrupolosamente le misure di contenimento e perciò non si è contagiata risulti penalizzata rispetto ad altri.

Allora perché tutta questa attesa per i test?

Con tutta probabilità si è creata un’aspettativa per i test sierologici sproporzionata rispetto alle loro effettive ricadute pratiche, ma questo non significa che siano inutili. Anzi. Svolgere test sierologici su un ampio campione di popolazione (opportunamente individuato) permetterà di farsi un’idea piuttosto precisa di quanto il coronavirus abbia circolato, di quali aree geografiche e quali fasce d’età siano state più interessate dalla Covid-19 e quindi di disegnare misure di contenimento più efficaci e precise, riducendo al minimo indispensabile le restrizioni a cui tutti dovremo sottostare. In questo senso, ossia per eseguire i cosiddetti studi di sieroprevalenza, la non perfetta sensibilità del test non rappresenta un grosso problema, perché per ottenere un’indicazione generale sulla distribuzione del contagio non è necessario avere una precisione assoluta.

Ma chi propone che i risultati dei test possano essere sensatamente trasferiti da una valutazione generale di popolazione a una indicazione di carattere individuale sta in sostanza mentendo. Anche il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro lo ha confermato nella conferenza stampa del 16 aprile, chiarendo che i test “non hanno finalità individuale”, eccezion fatta per chi risulta positivo alle immunoglobuline precoci IgM. Di fronte all’evidenza del test positivo, infatti, avrebbe senso che la persona fosse subito sottoposta a tampone di verifica per controllare se abbia in quel momento un’infezione virale in corso.

Pensare invece che chi risulta positivo al test possa ritenersi libero da qualunque attenzione o precauzione, o viceversa che i negativi debbano restare quasi confinati nel proprio domicilio a tempo indeterminato, è semplicemente una cattiva interpretazione del significato stesso del test.

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