Anteprima della Milano Digital Week, dal 13 marzo a Base Milano, alla Fondazione Feltrinelli con Jerry Kaplan. L’esperto di computer science, imprenditore e pioniere della Silicon Valley è stato protagonista della conferenza dal titolo Le persone servono: un confronto sul complesso tema dell’impatto dell’artificial intelligence (Ai) su società e lavoro, moderato dal giornalista, firma di Wired e ricercatore Philip Di Salvo. Il titolo dell’incontro, non a caso, riecheggia quello del libro di Kaplan Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Cos’è l’intelligenza artificiale?
E invece le persone servono ma, a sentire l’esperto statunitense, serve anche una visione più consapevole di cosa sia l’artificial intelligence e una successiva demistificazione di un certo immaginario. Non è facile spiegare cosa sia l’Ai, perché non è appunto un settore o una scienza unica, semmai la summa di più tecnologie che si interfacciano tra di loro, “un ombrello che abbraccia diverse tecnologie”. Ma, secondo Kaplan, l’artificial intelligence si pone sulla scia di un cambiamento che già esiste da qualche secolo e che vede la progressiva delega a soluzioni tecnologicamente avanzate di numerose mansioni svolte da persone.

Niente che non sia già successo in passato ma, complice anche una narrazione un po’ apocalittica da parte dei media, a dominare è una visione negativa in cui i robot ci ruberanno il lavoro e magari anche il piacere di guidare, per poi scendere in guerra contro gli umani secondo una falsa mitologia generata soprattutto da film e letteratura. Ad accentuare il fenomeno c’è sicuramente talvolta il fattore antropomorfico, riflette l’innovatore. Un robot dalle sembianze umane mette in gioco molte più domande e problemi identitari rispetto a un mero software che appare più innocuo e al tempo stesso meno senziente.

Colpa della fantascienza?
Anni e anni di film incentrati sulla relazione tra uomini e automi hanno lasciato il segno ma, paradossalmente, hanno contribuito alla percezione attuale anche i duelli tra Kasparov e Deep Blue o i successi di Watson a Jeopardy!. La macchina, come spiegato da Kaplan, non è più vista come colei che performa una serie di algoritmi implementati da essere umani, grazie a regole definite più facili da ricondurre a uno schema. Semmai, agli occhi di chi guarda, sembra quasi prendere vita, giocare con coscienza, essere così intelligente da capire che di fronte, al tavolo, c’è un grande maestro.

Meglio concentrarsi su dinamiche più serie, come quelle legate innegabilmente al cambiamento dell’economia e del lavoro: non solo mansioni che vengono perse o guadagnate ma anche il tema della sperequazione sociale, in quanto c’è chi trarrà beneficio dal nuovo corso e chi invece verrà colpito nel suo unico asset forte, la capacità di prestare lavoro.

Per Kaplan, tuttavia, “ci sono progressi che avranno luogo ma non si tratta di magia, si tratta di un progresso nel campo dell’automazione. Cosa succederà nei prossimi vent’anni? Il modo per capirlo è guardare agli ultimi vent’anni e capire quali sono stati i cicli di automazione, gli impatti sulla società, l’economia, il lavoro. Sono esattamente gli stessi effetti che vedremo in futuro”.

La visione sul mercato del lavoro non è pessimista, perché ci sarà “meno cambiamento di quello che abbiamo visto nei decenni precedenti”, soprattutto guardando “alle professioni del futuro che coinvolgono il rapporto fra le persone, nessuno alla fine della giornata vuole parlare dei propri problemi a un barista elettronico”. I lavori basati quindi su empatia e competenza sociale saranno meno sostituibili, coerentemente con quanto detto. Insegnare a una macchina una mansione di manipolazione è tutto sommato alla portata, diverso è educarla alla competenza sociale.

La partita dei dati
Kaplan riconosce che il tema dell’Ai “è molto di moda, alla mia età ho visto sviluppi ciclici, siamo al terzo ciclo. Poi c’è il periodo della delusione, nessuno vuole sentirne parlare; tra cinque o dieci anni forse non ne parleremo”. Difficile crederlo oggi, soprattutto alla vigilia di una digital week che ha per tema l‘intelligenza urbana, e quindi il rapporto tra le tecnologie e il lavoro, le relazioni umane e lo spazio cittadino, dinamiche che nel complesso saranno ridisegnate dalle tecnologie esponenziali e dal modo in cui saranno utilizzati i dati. Un tema, quest’ultimo, su cui si sofferma anche il pioniere tech, riconoscendo il problema insito nel pregiudizio algoritmico quando i sistemi decisionali basati sui data riflettono il bias di chi li ha costruiti, questione che si riallaccia anche al tema del genere nel mondo dell’informatica e della programmazione.

Sgombrato il campo da una visione in cui possa arrivare Terminator a stanarci, restano comunque sul piatto altri interrogativi: l’etica al tempo dell’Ai; la compartecipazioni di frange più ampie della società alla ricchezza che si genera grazie alla tecnologia; la responsabilità che porta con sè delegare: la macchina autonoma forse ci solleverà dalla guida ma non da tutte le responsabilità verso tutti gli attori del contesto (pedoni in primis). Le ultime battute della serata, in risposta a domande del pubblico, Kaplan le concede sulla Cina e sui giganti del tech.

Nel caso del Dragone, secondo l’esperto, il tema del progresso nel campo dell’Ai non si pone sempre al livello della classica lettura geopolitica ma altrove, perché“l’intelligenza artificiale avrà più valore in Cina che nel resto del mondo. Hanno più dati perché ci sono più persone e possono utilizzarli meglio perché non c’è nozione di privacy, è un approccio completamente diverso. In Cina l’Ai è per il governo una manna per trincerarsi e contrastare il progresso sociale. La tecnologia cinese non è più sofisticata della nostra e non può essere contenuta nelle frontiere nazionali. La concorrenza che vedo è di natura economica per lo sviluppo di prodotti, servizi ma non in senso geopolitico/militare”.

L’ultima battuta sui giganti del tech: dove sta andando la Silicon Valley, dopo un’annata, il 2018, che ha visto sfilare perfino Mark Zuckerberg davanti alle commissioni del Congresso? Per l’esperto, siamo sempre alle prese con rivoluzioni comunicative che si cerca di regolamentare a posteriori, quindi “non credo che una piattaforma di social media abbia convenienza a condividere dati se ci sono effetti collaterali che vanno a corrodere i principi della democrazia. Ma credo che nei prossimi cinque, dieci anni ci sarà regolamentazione molto più stringente; i manager hanno riconosciuto che ci sono rischi da affrontare. Non credo che Facebook passerà ma c’è una ruota che continua a girare e nella Silicon Valley percepiamo questa tendenza”.

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