C’è qualcosa di solleticante nel riguardare oggi le vecchie pubblicità dei computer degli anni Ottanta e Novanta. Con il passare del tempo abbiamo imparato che nulla come la tecnologia ci ricorda quanto ciò che è valido e all’avanguardia oggi, sarà obsoleto e superato domani, là dove “oggi” e “domani” vanno intesi quasi in senso letterale, come perimetro temporale per dividere ciò che è contemporaneo da ciò che, tempo una presentazione in live streaming dalla Silicon Valley, potrebbe in men che non si dica diventare vetusto.

Lo sanno bene i Nokia 3310, i Motorola Razr, le console Sega, i mangiacassette e i compact disc, un tempo ritenuti il massimo che la società dei consumi potesse offrire, oggi modernariato o cimeli vintage da mostrare agli amici durante le cene.

Tutto l’entusiasmo dei tempi si ridimensiona, e le promesse con cui le aziende tentavano di stupirci decenni fa oggi sono non solo il ricordo di epoche passate, ma anche ciò da cui possiamo capire che un giorno sorrideremo ripensando agli schermi pieghevoli, ai droni e al riconoscimento facciale.

Le pubblicità tecnologiche diventano lo specchio dei tempi: riguardando quelle di tre decenni fa, oggi possiamo rituffarci in anni in cui i computer erano meno avanzati di uno spremiagrumi e 10mila dollari parevano una cifra ragionevole per portarsi a casa uno scatolone senza connessione a internet. Anni in cui le aziende facevano leva sul senso di esclusione e arretratezza in cui ci saremmo trovati senza le mail o le capacità di calcolo di un computer (ma questo lo fanno ancora, in effetti).

Qui sopra abbiamo raccolto in una gallery delle ads manifesto di una società cambiata alla velocità della luce, e non solo per quanto riguarda la potenza dei chip: nelle immagini appare un mondo in cui, tanto per fare un esempio, le donne erano funzionali a rappresentare un messaggio come “Two bytes are better than one” – un sessismo impensabile al giorno d’oggi – o i pubblicitari e gli uffici marketing puntavano sull’immaginario archetipico americano fatto di stereotipi e Uncle Sam

I computer Apple si vendevano per telefono (altro che store firmati Norman Foster) e i raffinati calembour di stampo biblico offrivano un aggancio meta-pubblicitario davvero notevole, grazie al quale i computer cominciavano a essere pensati – e quindi venduti – non solo per semplificare la vita negli uffici, ma anche per garantire alle future Carrie Bradshaw il supporto più accattivante attraverso cui sfogare le proprie velleità letterarie.

Il mondo si apriva alle possibilità grazie a internet, mettendo a disposizione di qualsiasi utente gli strumenti per realizzare i propri sogni o sbrigare agilmente faccende e commissioni. Insomma, prima che della tecnologia, quelle pubblicità raccontano qualcosa di ciò che eravamo o volevamo essere noi.

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