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Un nuovo ampio studio rilancia l’allerta sui farmaci anticolinergici, una categoria di farmaci di uso comune impiegati per il trattamento di diversi disturbi, dalla psicosi alla depressione fino alle epilessie, ma anche nausea, incontinenza e reazioni allergiche. I ricercatori della università di Nottingham (Inghilterra) hanno infatti trovato un’associazione significativa dal punto di vista statistico tra l’assunzione prolungata di queste molecole e l’aumento del rischio di sviluppare demenza, in particolare prima degli 80 anni.

Gli anticolinergici

I farmaci anticolinergici agiscono bloccando l’acetilcolina, un neurotrasmettitore coinvolto in molte funzioni del sistema nervoso, tra cui il movimento dei muscoli, la frequenza cardiaca e la dilatazione dei vasi sanguigni. Tali farmaci si sono dimostrati efficaci nel trattare disturbi di vario genere come la psicosi (clozapina), la nausea (scopolamina), l’incontinenza (darifenacina), mentre altri sono usati come broncodilatatori (ipratropio), antistaminici (difenidramina) e antidepressivi (paroxetina).

Lo studio

La ricerca di Carol Coupland e dei suoi colleghi, pubblicata su Jama Internal Medicine, prende le mosse da un filone di indagini che già da qualche anno suggerisce che ci siano evidenze per cui sarebbe meglio andare cauti con la prescrizione di farmaci anticolinergici, trovando quando possibile una terapia alternativa. Esiste persino uno strumento clinico che classifica questi farmaci in relazione ai loro presunti effetti sulla sfera cognitiva dei pazienti.

Il nuovo studio inglese conferma in sostanza i sospetti delle indagini precedenti, avvalorandole dal momento che si tratta di una ricerca molto ampia e che analizza in modo più dettagliato e per un lungo periodo di tempo l’utilizzo di farmaci anticolinergici.

I dati utilizzati dai ricercatori provengono dalle cartelle cliniche di circa 285 mila persone di età pari o superiore a 55 anni. Circa 59 mila di queste avevano ricevuto una diagnosi di demenza, mentre gli altri sono stati inclusi nel gruppo di controllo.

Gli esperti hanno analizzato le prescrizioni dei pazienti con demenza per gli 11 anni precedenti alla diagnosi e confrontato le terapie con quelle assunte dalle persone del gruppo di controllo. Per ciascun anticolinergico prescritto hanno considerato la dose e il tempo per cui si è mantenuta la terapia, tenendo in considerazione anche fattori come l’indice di massa corporea, il fumo, il consumo di alcol, l’assunzione di altri farmaci e la presenza di altre patologie.

L’analisi alla fine ha rivelato che esiste un’associazione statisticamente significativa tra terapie prolungate (almeno tre anni) con certi anticolinergici e il rischio di sviluppare demenza invecchiando, con un aumento del 50% delle probabilità prima degli 80 anni. Non è una conclusione valida per tutti i farmaci anticolinergici: l’associazione è forte per gli antidepressivi, gli antipsicotici, gli antiepilettici e per i farmaci per l’incontinenza, mentre non si è riscontrato alcun aumento del rischio con l’assunzione di con antistaminici, broncodilatatori, rilassanti muscolari o farmaci per spasmi allo stomaco e aritmie cardiache.

Limiti e dubbi

Attenzione, però. Aver trovato un’associazione non significa aver dimostrato un rapporto di causa-effetto – sottolineano gli stessi autori. Si tratta infatti di uno studio cosiddetto osservazionale, che va a ritroso nel tempo, e pertanto ci possono essere molte variabili in gioco che hanno cooperato e condotto alla demenza. Ci sono poi da considerare le sotto-diagnosi, cioè l’eventualità che persone nel gruppo di controllo abbiamo una forma di demenza che però non è stata diagnosticata, e questo potrebbe modificare la forza dell’associazione.

Un’ulteriore questione da valutare è che certi disturbi trattati come tali, per esempio la depressione, siano in realtà manifestazioni precoci di un declino cognitivo in atto. Se così fosse, l’aumento del rischio di demenza non sarebbe da imputare ai farmaci.

L’associazione, tuttavia, è per i ricercatori abbastanza forte da raccomandare cautela nella prescrizione di farmaci anticolinergici, in particolare se si prevedono terapie lunghe per persone di mezza età o più anziane. Per precauzione, insomma, quando possibile sarebbe bene considerare trattamenti alternativi.

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