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Sostituire i neuroni persi a causa di malattia neurodegenerativa è un obiettivo a cui i neuroscienziati di tutto il mondo lavorano da tempo, senza però riuscire a raggiungere risultati davvero soddisfacenti. Ora però uno studio pubblicato su Nature sembra segnare una svolta: gli scienziati dell’università della California San Diego sono riusciti a convertire – inaspettatamente, ammettono – gli astrociti (un tipo di cellule della glia, il tessuto di sostegno neuronale) in neuroni che producono dopamina nel cervello dei topi con malattia di Parkinson. E i sintomi degli animali sono spariti.

Malattia di Parkinson

La malattia di Parkinson è una condizione clinica dovuta alla morte di neuroni che producono il neurotrasmettitore dopamina in un’area del cervello chiamata Substantia nigra. Quando circa l’80% di questi neuroni è andato perso si manifestano i sintomi: tremori, lentezza dei movimenti, rigidità, etc. La scienza medica a oggi riesce a alleviare i sintomi, talvolta a rallentare la progressione della malattia ma guarire non è possibile.

Una strada verso la cura è quella della sostituzione dei neuroni morti e qualcuno ci ha provato trapiantando cellule staminali, ma i risultati sono limitati: i neuroni, quando e se attecchiscono, non instaurano connessioni. L’alternativa più promettente sarebbe dunque quella di capire se e come sia possibile convertire altri tipi cellulari cerebrali in neuroni.

La svolta

Studiando proprio questa eventualità, il team di Xiang -Dong Fu dell’università della California San Diego si è concentrato sulla proteina Ptb, che è in grado di modulare l’espressione dei geni in diversi tipi di cellule, dai fibroblasti, che sono comuni cellule del tessuto connettivo, agli astrociti, che sono cellule residenti del tessuto nervoso.

I ricercatori hanno provato a silenziare la proteina Ptb negli astrociti (sia murini sia umani) in vitro e dopo pochi giorni hanno osservato una conversione di queste cellule in neuroni. “Il fatto che siamo riusciti a produrre così tanti neuroni in un modo relativamente semplice”, ha commentato Fu, “è stata una grande sorpresa.

Il passaggio successivo è stato quello di verificare se una simile conversione si replicasse in vivo nei topi. Gli scienziati hanno così testato il nuovo approccio su un modello animale di malattia di Parkinson, dimostrando che anche qui che gli astrociti si trasformano in neuroni che producono dopamina e addirittura instaurano connessioni con il resto del cervello. E, inaspettatamente, i sintomi motori della malattia regrediscono.

Un passo alla volta

Va detto che il team californiano non è l’unico ad aver tentato questo approccio. Una strategia molto simile è stata adottata dal gruppo coordinato da Hui Yang a Shangai e ha portato a risultati analoghi per quanto riguarda la conversione in neuroni, pubblicati su Cell lo scorso aprile.

Il successo, dunque, non sembra essere casuale. Ma anche se l’entusiasmo è lecito è opportuno procedere coi piedi di piombo prima di parlare di una sperimentazione clinica a breve termine.

Come sottolineato dagli stessi autori, ci sono diversi aspetti da indagare ancora e un problema di efficienza da risolvere.

In primo luogo è necessario approfondire la sicurezza delle tecniche impiegate per silenziare la proteina Ptb e promuovere la conversione. Possono essere applicabili nell’essere umano? Potrebbero creare danni collaterali in altre cellule dell’organismo? E ancora, cosa potrebbe comportare l’esaurimento della popolazione di astrociti?

Poi, non è ancora ben chiaro come gli astrociti si convertano proprio nel giusto tipo di neuroni, quelli che producono dopamina. Un’ipotesi è che, tolto il freno della proteina Ptb, subiscano un condizionamento dall’ambiente circostante. Se così fosse sarebbe opportuno capirne di più: identificare fattori locali e specifici potrebbe essere la chiave per migliorare l’efficienza della conversione da astrociti a neuroni (che al momento non è particolarmente elevata), migliorare la qualità delle cellule convertite e evitare di creare cellule indesiderate.

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