(foto: Ramesh Lalwani via Getty Images)

La ricerca di un vaccino contro il nuovo coronavirus Sars-Cov-2 procede, ma attualmente non possiamo sapere quando arriverà. Nell’attesa del vaccino – e delle terapie in corso di studio, di cui alcune promettenti – qualche gruppo di scienziati sta cercando di capire se altre vaccinazioni, già esistenti e utilizzate per difenderci da altre malattie, potrebbero essere di qualche aiuto anche nella nuova infezione Covid-19. L’ipotesi riguarda il vaccino Bcg contro la tubercolosi e il vaccino orale, vivo e attenuato, contro la poliomielite. Sul primo due studi statistici svolti negli Usa, non ancora peer reviewed ma disponibili in preprint (qui e qui) su medrxiv, che indicano che potrebbe esserci un legame fra il vaccino Bcg e una riduzione del numero di casi e della gravità delle infezioni dovute al nuovo coronavirus.

Mentre per quanto riguarda la poliomielite, il gruppo di ricerca di Robert Gallo, direttore dell’Institute of Human Virology all’università del Maryland, fra gli scopritori dell’hiv, ha annunciato che partirà una sperimentazione per indagare l’eventuale correlazione fra il vaccino orale, vivo e attenuato (non quello che abbiamo ricevuto noi che è inattivato) e la diminuzione dei sintomi Covid-19. Si tratta ancora soltanto di ipotesi per cui non ci sono prove, che chiamano in causa quella parte del sistema immunitario cosiddetto innato. Ecco di cosa si tratta.

Cos’è l’immunità innata

L’idea alla base dell’ipotesi degli scienziati Usa è che chi è vaccinato contro alcuni virus o batteri possa avere una maggiore resistenza, magari non completa, anche contro altri patogeni, incluso il nuovo coronavirus. Questa protezione deriva dal fatto che questi vaccini andrebbero a risvegliare un’immunità non specifica, detta innata, che di fatto fornisce una risposta immunitaria a breve termine e meno duratura (e anche meno efficace) contro vari agenti che possono attaccare l’organismo. Questa immunità innata è complementare a quella specifica (acquisita), che invece si sviluppa e agisce con una risposta mirata, durevole e molto efficace contro un determinato patogeno, ma solo contro quello. In pratica, quando avremo un vaccino contro il coronavirus Sars-Cov-2, questo farà sì che si sviluppi un’immunità specifica e una risposta mirata qualora la persona venga in contatto con il virus.

Tuttavia, l’ipotesi che altri vaccini possano avere effetti non specifici non è ancora certa. A questo proposito l’Organizzazione mondiale della sanità è stata a lungo tempo scettica, come si legge in un articolo sul tema sul New York Times, ma in tempi recenti in un report ha indicato questi effetti come “plausibili e comuni”, sulla base degli ultimi risultati, anche se ancora non se ne conoscono i meccanismi biologici e non c’è certezza.

Polio e Covid-19

A parlare dell’immunità innata e a ipotizzare questi effetti, nel caso di un certo tipo di vaccino antipolio, è il virologo Robert Gallo in un video diffuso dall’American Chemical Society.

L’esperto afferma che secondo la sua esperienza il vaccino antipolio potrebbe fornire questo genere di protezione, in attesa del vero vaccino contro il Sars-Cov-2. Tutti siamo vaccinati contro la polio, ma gli esperti spiegano che c’è differenza fra il vaccino che abbiamo ricevuto (quello inattivato, per iniezione) e il vaccino orale vivo attenuato, che in alcuni paesi non si usa più e che però potrebbe accendere questa risposta immunitaria innata. “Siamo convinti che sia sicuro nel modo più assoluto”, ha affermato Gallo sul New York Times. Ma sarebbe sufficiente a proteggerci dal contagio? “È possibile”, ha detto l’esperto, sottolineando che la certezza non c’è e che la sperimentazione su volontari (non già con Covid-19 o con sintomi) potrà servire a capirlo.

Coronavirus e tubercolosi

Ma gli scienziati sono già al lavoro anche sul fronte tubercolosi e Covid-19, anche se in questo caso gli studi che abbiamo sono statistici e non stabiliscono un nesso di causa-effetto. La ricerca su medrxiv coordinato dal New York Institute of Technology mostra che proprio i paesi che non hanno una politica di vaccinazione anti Tbc, fra cui anche l’Italia, sono stati più colpiti dall’infezione Covid-19. Inoltre, in Iran, dove il vaccino è stato introdotto più tardi (nel 1984), la mortalità da Covid-19 è risultata mediamente più elevata – anche se anche in questo caso dobbiamo sottolineare che i dati sul tasso di letalità sono provvisori. L’indagine, i cui risultati sono confermati da un’altra ricerca dell’Institute of Medical Education and Research in India, mette semplicemente in relazione i due elementi – vaccinazione per la Tbc e Covid-19 – dove questa immunità potrebbe rappresentare uno dei vari fattori in gioco nella pandemia di Covid-19.

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