Pubblichiamo un estratto dal numero dell’estate 2019 di Wired, dedicato a come la tecnologia e il digitale stanno cambiando la nostra vita.

Alessandro Baricco ha da poco superato i sessant’anni, eppure è l’unico intellettuale italiano ad avere scritto un libro sulla tecnologia e sui nostri tempi. Anzi, The Game non parla della tecnologia, ma di come tramite la tecnologia sia cambiata radicalmente la cultura negli ultimi decenni. Il Game è questo: lo spazio connesso nel quale ci muoviamo oggi, dove sono saltate le vecchie gerarchie e la conoscenza si diffonde in posti nuovi, con forme e logiche nuove rispetto al modo in cui il sistema aveva funzionato per secoli. Sopra all’ingresso della Scuola Holden, che Baricco ha fondato 25 anni fa a Torino, c’è scritto “Contemporary Humanities”: sull’essere umanisti sarebbero d’accordo tutti i suoi colleghi, ma sulla contemporaneità ci sarebbe già da scannarsi. The Game è uno strano libro, un saggio letterario con delle mappe, senza citazioni né bibliografia: un testo che tiene insieme osservazione del mondo e letteratura, come facevano i naturalisti nell’Ottocento.

Quel libro lì non è un saggio”, dice Baricco nel suo ufficio (fuori dalla porta una targa lo definisce The Headmaster”, il preside). “È la storia di un uomo che si mette a esplorare le rovine di una civiltà che vuole scoprire. Ha alcune ipotesi che vuole andare a verificare. Poi anche un po’ casualmente è la sua civiltà, quindi sta cercando i suoi padri, sta cercando sé stesso. Da questo punto di vista la traiettoria narrativa di questo libro può funzionare anche per il lettore di Wired. Nel senso che lui ha lo stesso problema. Se vuoi ce l’ha perfino di più. Il senso di sgomento, di scetticismo, anche di rivalsa, un senso indispettito di tradimento che hanno oggi quelli che sono stati più dentro il Game. Quello alla fine è un uomo che si sente tradito dalla civiltà in cui credeva. E quindi torna a interrogarsi e dire: «Che cazzo di mondo è veramente quello in cui ho vissuto?». È un libro che contiene un viaggio dell’eroe che tipicamente può colpire un numero enorme di persone”.

The Game è un libro di oltre 300 pagine, costa 18€, ha il titolo in inglese e la copertina nera, è uscito lo scorso autunno e ha venduto più di 100mila copie. Eppure per gli scrittori The Game non è una cosa loro, per i sociologi nemmeno, per i tecnocrati neanche. In questo spazio dove la competenza non è verticale e approfondita come un pozzo, ma multiforme e superficiale come una palude nella stagione delle piogge, Alessandro Baricco vive da sempre: “Io negli anni Novanta per aver fatto televisione, fondato una scuola, scritto libri di fiction, un saggio e Novecento, che era teatro, sembravo un pazzo nevrotico non catalogabile. E infatti di volta in volta da ogni singola tribù ero disconosciuto. I musicologi, i letterati, i teatranti non mi riconoscevano come uno di loro, ero sempre un’altra roba. Oggi non è un destino riservato ai miei allievi, i quali hanno invece una forma mentis per cui, al contrario, difficilmente immaginano un libro e basta”.

Alessandro Baricco, The Headmaster’s Game

Negli ultimi decenni abbiamo tutti percepito che ci sfuggiva qualcosa di mano, che il mondo chiaro di prima, separato tra alto e basso, personale e collettivo, si stava rimescolando. In particolare, gli scrittori hanno preso questa inquietudine e l’hanno espressa a ogni occasione nella forma di avvertenze, allarmi, appelli accorati. In The Game non c’è un giudizio su come sta cambiando il mondo; piuttosto se ne prende atto con un certo entusiasmo. Si capisce che uno degli scopi di Baricco è non fare lo scrittore preoccupato sulle barricate. “Io riconosco nel Game la mia patria, lo confesso”, dice. “Questo mondo è molto più mio, anche se come generazione sono vecchio. Però finalmente vedo alcuni criteri, dinamiche, modi di muoversi, logiche, una certa velocità, alcuni principi come connettere punti, privilegiare la superficie come luogo del senso: riconosco il posto che ho cercato a lungo. E credo che la stessa cosa sia anche per molte persone, ma non per la maggioranza. Perché la maggioranza ha più da perderci che da guadagnare in questa mutazione. La spiegazione più semplice di questa mia fiducia è data dal fatto che io, invece, ho molto poco da perdere, perché è questo il campo da gioco in cui so giocare. Mentre c’è gente che perderà tutto. E allora si può ben capire la resistenza”.

La lettura di The Game lascia intatti alcuni timori. Uno di questi è quello della delega di sempre più processi nelle mani delle macchine. Ci si chiede se non si debba difendere una qualche forma di umanesimo e se gli scrittori come lui in questo possano essere centrali. Risponde senza un tentennamento: “No, gli scrittori hanno smesso di essere centrali nella seconda metà del Novecento. L’ultimo libro che poteva avere una sua centralità è stato Pastorale americana di Philip Roth. Perché proprio il genere romanzo è scivolato un po’ ai bordi del sentire collettivo. È successo, va benissimo. Però la centralità che potevano avere Flaubert, Hemingway, che poteva ancora avere un Salinger, quella di una civiltà che sceglie un codice per tradurre in quel codice le trame più segrete della sua struttura, non c’è più. E non è una questione di capacità tecnica, perché tecnicamente abbiamo scrittori pazzeschi che ci pisciano anche in testa: ma ogni epoca si sceglie il proprio genere. I libri sono la testimonianza di un’arte altissima che è stata nel cuore del mondo (oggi non lo è più) dove è iscritto moltissimo dell’umano. E dato che la merce più rara, da qui ai prossimi 200 anni, sarà esattamente il sapore dell’umano, i libri quello lo contengono in maniera immane”.

La tesi di fondo di Baricco è che la molla capace di produrre questa rivoluzione strutturale che viviamo tutti sia stata il Novecento. Dopo un secolo di profondità, gerarchie tradizionali e idealismo capace di così tanto orrore, una generazione ha iniziato a lavorare per sfasciare tutto e prendere in mano le leve del mondo in nome di nuove priorità. Il viaggio dell’eroe di cui parla Baricco descrivendo il suo libro è perfetto per un mito fondativo, quasi fosse l’Eneide. Ma una direzione per il futuro bisognerà pur immaginarla. Partendo dal Game, dove si va? “Intanto il cambio di paradigma è avvenuto, ed è quello registrato nel mio libro. Lì dentro c’è il codice genetico di ogni innovazione (anche traumatica) che possa avvenire nei prossimi 200 anni. Non ho dubbi. La cosa che sicuramente accadrà e sarà decisiva sarà l’arrivo ai 25 anni di gente che è nata nel Game: una situazione che non si è mai verificata. Questa sarà la vera svolta. Perché sono loro che decideranno quanta natura, quanta artificialità, quanta etica, quanta politica impiegare. Sono gli unici a non avere nessun tipo di zavorra proveniente dal passato, ma a usare il passato come un serbatoio di materiali che gli sono utili. Sono probabilmente quelli nati dopo il 2005, la generazione non so come chiamarla. Quando arriveranno al potere, o magari anche solo all’università, quelli che da piccolissimi hanno visto uno smartphone, succederà qualcosa di radicale”.

Tra i tanti che in passato sono intervenuti sulla forma che dovrebbe avere la scuola o il finanziamento dei teatri d’opera, Baricco è sempre stato tra i più protesi in avanti. Quando si è espresso su questi temi, lo ha fatto sempre per cercare di scongiurare che la collettività si occupasse di preservare musei o depositi slegati dall’oggi e incuranti del domani. La scuola però non sembra centrale nell’equazione del Game. “Per formare quelli lì, i primi, è tardi. E sostanzialmente a livello di scuola dell’obbligo non abbiamo formato la gente del Game. Una cosa è sicura: quando quelli che oggi fanno la terza media arriveranno a gestire il Game, la prima cosa che faranno è cambiare le scuole medie. Perché sono i primi che hanno sentito cosa significa fare una scuola completamente novecentesca mentre vivi nel Game, e non vorranno che ciò si ripeta per i loro figli”.

Alessandro Baricco, The Headmaster’s Game

Una delle contraddizioni del libro è raccontare la rivoluzione digitale degli anni Novanta, dove alcuni sognatori libertari hanno preso in mano le redini del mondo, per dirla con slancio, senza troppa preoccupazione per l’evoluzione economica della questione, e senza timore di creare i colossi inaffondabili che ci ritroviamo oggi. “Quella è sicuramente la parte più debole del libro e in generale del mio pensiero”, dice Baricco. “È la parte che mi interessa meno e tendo a sottovalutarla. Credo che la situazione che si è creata sia effettivamente intollerabile. Non penso che fosse nei loro piani arrivare a una situazione del genere, però si è dimostrato che la logica del capitalismo nel mondo americano è talmente pervasiva che se li è risucchiati tutti. Ha vinto la religione degli americani contro ogni talento individuale, istinto libertario o ribelle. Alla fine, in quella rissa giovanile tra libertari e integrati, ha vinto Bill Gates”.

“Però credo in questa cosa che ho scritto nel libro. Cioè che effettivamente il Game ha un sistema di assorbimento di qualsiasi violenza che non abbiamo mai avuto in passato. Se Google nel 1945 fosse stato in mano ai nazisti, saremmo stati fottuti. Perché era un secolo e una società in cui, se acquisivi una certa posizione di potenza, non ti tiravano più via. Il Game, invece, per sua costituzione sembra disegnato con questa idea: smettiamola di avere paura del monopolio, ma piuttosto creiamone molti. Se ce la giochiamo su diversi tavoli, allora abbiamo qualche possibilità in più di scappare dall’incubo che abbiamo visto nel Novecento. La struttura impermanente, scivolosa, dinamica, impersonale, pluridimensionale del Game rende più difficile qualsiasi forma di dominio”.

Come la mettiamo con la questione dell’efficacia dei contenuti? Il fatto che una menzogna ben fatta abbia le spalle più larghe di una verità imbranata? Baricco nel libro la chiama aerodinamicità. Prendiamo lo slogan falso della campagna pro-Brexit: “Diamo al sistema sanitario nazionale i 350 milioni di sterline che l’Unione Europea si prende ogni settimana”. Nel tempo in cui si è scoperto che era tutto inventato, il referendum era passato. Baricco ci pensa in silenzio per una trentina di secondi, e poi parte: “Il Game ha impresso una svolta che a me piace, molto laica. Ha detto: piantiamola di raccontarci che esistono i fatti, e prendiamo sul serio l’idea che noi non prendiamo decisioni sui fatti, ma su storytelling accoppiati a fatti. Da quel momento ha accettato di manovrare un modello di verità diverso. In cui la componente di storytelling è visibile, riconosciuta. Con la vecchia logica del Novecento l’hanno definita post verità, perché ancora credono che i fatti siano la verità, cosa che non è mai stata. Nel Game il criterio migliore di decisione è rifarsi alla verità più aerodinamica del momento, cioè il tipo di dato che contiene più fatti possibili, compatibilmente con un profilo formale che lo rende adatto a viaggiare molto velocemente nel Game. Se tu non raggiungi un equilibrio fra queste due cose, praticamente non ti muovi. E noi prendiamo decisioni scegliendo fra le migliori verità aerodinamiche di cui disponiamo al momento”.

Baricco fa un esempio. “Da una parte lo slogan dei pro-Brexit: ‘L’Europa è un’entità astratta in mano a un’élite che ci sta dissanguando. Da cui la crisi economica’. Quanti fatti ci sono qui dentro? La crisi non l’hanno prevista, non l’hanno affrontata, e quando l’hanno fatto è stato per salvare il culo ai ricchi. Si possono discutere, ma questi sono fatti. Poi c’è uno storytelling, che vuol dire una vibrazione dell’animo (presentimento, sensazione) tradotto in lingua, una verità aerodinamica piuttosto forte. Questo non può scontrarsi coi fatti, dato che non li conosciamo. Nessuno sa cosa succederà se l’Inghilterra uscirà dall’Europa con un no deal”.

Dall’altra parte, quella degli europeisti”, continua Baricco, “c’era un’altra verità aerodinamica: ‘negli ultimi secoli ci siamo combattuti e uccisi. Adesso, invece, siamo un’unica comunità, attraversiamo le frontiere senza bisogno di documenti: un miracolo di pace che ci consente di stare con la schiena dritta davanti a grandi potenze come Cina e Stati Uniti’. Tra le due argomentazioni, pensi che sia importante che la gente vada a vedere quali sono i fatti più fondati e più veri? No, non importa niente a nessuno! In quel momento gli inglesi giudicavano l’aerodinamicità. E se metti quelle due storie, che sono due storie, una di fianco all’altra, obiettivamente quella che è più una favola è quella che ho difeso anche io, cioè quella europeista. Perché la crisi è il presente. È ieri che hai dovuto chiudere la tabaccheria, mentre l’ultima volta che qualcuno ha ucciso un austriaco, è stato mio nonno, cazzo! E allora capisci perché una storia vince sull’altra”.

E qui l’élite deve fare un passo indietro. “Non deve appellarsi a fatti che lei stessa non conosce, ma comprendere qual è la verità che è più affine alla gente in quel momento e può risultare più forte. Accusare tutti di ignoranza, di avere il cervello al massacro, e dire “ormai i fatti non contano più niente” significa perdere per i prossimi cent’anni. In questo senso identificare l’epoca del Game con quella dell’addio alla verità, e l’approdo a decisioni di massa fatte con la pancia invece che con il cervello, è il suicidio collettivo dell’intellighenzia occidentale”.

Per finire, chiedo a Baricco se già adesso ci siano segnali di quel futuro dominato da chi non ha mai visto il mondo sconnesso e gerarchico alla vecchia maniera. “C’è un numero enorme di ragazzini che hanno 8, 10 o 12 anni e che hanno fatto la loro prima manifestazione qualche mese fa: era un venerdì e riguardava il futuro della Terra, con la partecipazione dell’attivista 16enne svedese Greta Thunberg. Fra cinquant’anni riconosceremo questa lotta come un simbolo, perché è fuori da ogni altro storytelling. Non gliene fotte niente di destra/sinistra, di Europa/non Europa, non gliene fotte niente di niente. Gliene fotte solo di salvare il pianeta. I ragazzini si stanno incominciando a scegliere le loro battaglie. Se noi ci illudiamo che ci sia qualcuno di loro che sceglierà come sua battaglia il capitale, non abbiamo capito niente. La vera emergenza è il pianeta. Il loro storytelling è questo. Certe cose si vedono già in prospettiva: probabilmente smetteremo di mangiare carne”.

The post Alessandro Baricco, The Headmaster’s Game appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it