(foto: Stringer via Getty Images)

Il 24 agosto scorso, i funzionari dell’intelligence statunitense hanno consegnato al presidente Joe Biden un rapporto contenente i risultati dell’indagine volta a cercare di scoprire la verità sull’origine del coronavirus. Come vi abbiamo raccontato, e come era stato recentemente ribadito su un editoriale pubblicato sulla rivista Nature, la ricerca sull’origine del coronavirus è entrata in una fase di stallo e rischia di concludersi con un nulla di fatto.

La task force dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) inviata in Cina tra gennaio e febbraio 2021 per cercare le prime tracce di Sars-CoV-2 ha sottolineato che sarebbero necessari test del sangue sui lavoratori e sugli allevatori di fauna selvatica in Cina, ma molte fattorie e attività sono già chiuse e gli animali sono già stati abbattuti, pertanto sono stati cancellati per sempre potenziali indizi sulla questione. E i risultati dell’indagine statunitense, resi parzialmente pubblici pochi giorni fa, non aggiungono molto di più.

Le poche conferme

“Dopo aver esaminato tutti i rapporti e le altre informazioni – si legge nel report – il National intelligence Council resta diviso sull’origine più probabile di Covid-19. Tutte le agenzie pensano che entrambe le ipotesi, quella dell’esposizione naturale dell’essere umano a un animale infetto e quella di un incidente di laboratorio, siano plausibili”.

Insomma, un nulla di fatto. O quasi: l’unico elemento che emerge con moderata certezza dal rapporto è che l’ipotesi che Sars-CoV-2 sia stato creato a tavolino con l’obiettivo di mettere a punto un’arma biologica è estremamente improbabile. “Riteniamo che il virus non sia stato sviluppato come arma biologica – scrivono gli autori -. La maggior parte delle agenzie reputa (con un basso grado di confidenza) che è molto improbabile che il virus sia stato geneticamente modificato, e due agenzie ritengono che non ci siano prove sufficienti per affermare il contrario”.

E ancora, si legge: “Riteniamo che i funzionari cinesi non fossero a conoscenza del virus prima dello scoppio del focolaio iniziale di Covid-19”. Robert Garry, virologo della Tulane University e consulente di Cia e Fbi nell’indagine, dice a Nature di essere comunque soddisfatto dai risultati dell’indagine: “Non è semplice escludere che il virus non sia il prodotto di un’operazione di bioingegneria”. E aggiunge di non essere sorpreso dal fatto che l’intelligence ancora non sia riuscita a risolvere il mistero delle origini del coronavirus, dal momento che indagini di questo tipo sono molto complesse.

I tanti dubbi

Purtroppo, al momento è molto improbabile che emergano nuove prove che permettano di rispondere in modo definitivo alla domanda. Come racconta Science, la Cina resta il posto migliore dove cercare indizi, ma “la sua iniziale apertura alla collaborazione, durante le missioni congiunte, sembra essere svanita”. Recentemente, i funzionari cinesi hanno ignorato le richieste di Biden e di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, di ottenere un audit indipendente dei principali laboratori di Wuhan, che avrebbe compreso anche un’analisi di registri di laboratorio, computer e congelatori. il vice ministro cinese della salute, Zeng Yixin, ha affermato che tali indagini implicherebbero una “mancanza di rispetto verso il buon senso e arroganza verso la scienza”.

In ogni caso, nonostante questa fase di stallo e le conclusioni di quest’ultimo rapporto, le prove finora raccolte (tra cui i primi modelli epidemiologici, la composizione genomica di Sars-CoV-2 e un articolo scientifico recentemente pubblicato sul tema dei mercati di animali vivi di Wuhan) suggeriscono, a detta di molti esperti, che l’ipotesi di uno spillover sia ancora la più probabile.

È lo stesso Garry ad ammetterlo a Science: “Mi sembra improbabile che il dipendente di un laboratorio di Wuhan abbia contratto il virus da un pipistrello e lo abbia portato in città, dando origine alla pandemia. Dagli altri spillover noti sappiamo, invece, che è molto più probabile che il virus sia saltato dai pipistrelli a una specie intermedia e infine a uno o più esseri umani: è uno scenario molto comune, che diventa molto più plausibile se si tiene conto che ci sono centinaia di milioni di persone che vivono a stretto contatto con la fauna selvatica”. La ricerca del paziente zero, insomma, è sempre più difficile. Se non impossibile.

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