Persone, attitudine, investimenti: la via all’innovazione nelle aziende passa principalmente da queste tre grandi direttrici. Eppure non è così facile abbracciare davvero la cultura del cambiamento e, soprattutto, comprenderne gli ossimori e le contraddizioni. Un dibattito sul tema è stato promosso a Rapallo da Axpo Italia, la consociata del gruppo svizzero attivo nel mercato dell’energia e del trading, nell’ambito della sesta edizione di Axpo Innovation Talks, l’evento che vede dialogare  annualmente gli esponenti e i professionisti del settore energy ma anche gli esperti di tecnologia e digitale.

Una giornata di approfondimento che ha messo al centro il tema trasversale dell’innovazione che muta le organizzazioni, articolata in speech, tavole rotonde e due workshop. La riflessione sul cambiamento è molto sentita dai player dell’energia, che fronteggiano processi evolutivi di ampia portata, che hanno a che fare con cambiamenti sistematici (ad esempio, la decarbonizzazione) e contingenti (ai tradizionali servizi offerti se ne aggiungono altri, in sinergia con attori di altre industry).

Resta però, come per altre imprese grandi e piccole, la domanda di fondo: come e perché cambiare? Chi deve guidare la trasformazione? Secondo Ivan Ortenzi, chief evangelist della multinazionale della consulenza Bip, “l’innovazione in azienda è top down, non bottom up”, va quindi promossa dall’alto attraverso spesa, tempo e persone, intercettando subito nel perimetro della società gli anticorpi al cambiamento, ovvero quei professionisti che non sono capaci o sono disposti al cambiamento ma non ne hanno le competenze. L’ossimoro  dell’innovazione esiste, secondo Ortenzi, perché “l’aziende a un certo punto si rendono conto di non poter essere come in passato e si servono di strumenti per forzarsi a innovare, quindi pensano a ruoli, modelli e processi per fare qualcosa che hanno fatto prima naturalmente”.

Cosa fare allora? Secondo l’esperto il cambiamento è un processo ingegneristico fatto di strumenti e metodologie misurabili che si reiterano nel tempo, ma “bisogna iniziare da obiettivi e budget. Se non c’è spinta dall’altro, è possibile fare anche il miglior processo di open innovation ma non basterà”. E anche l’ossessione culturale paga: oggi giorno è il day one per chi vuole conquistare il mercato e il miglior modello a cui guardare sono quelle aziende che hanno già compiuto la transizione e vinto la sfida.

Paradossalmente, però, riformarsi nell’epoca delle incertezze ha qualche vantaggio: non mancano le grandi questioni globali, motore genuino di progresso, e anche le aziende sono più disposte a contaminarsi, offrendo servizi che non rientrano nel loro core-business originario. Un aspetto sottolineato, nella tavola rotonda “Innovation driven organizations: issues and opportunity” anche da Salvatore Pinto, presidente di Axpo Italia, guardando per esempio alle alleanze che nascono tra utilities e player della mobilità, un esempio secondo il manager di innovazione che diventa business value e che si ripercuote positivamente anche su soggetti più piccoli. I macrocambiamenti possono riscrivere il destino di interi settori.

Secondo Pinto, “in particolare nel mondo dell’energia il climate change è una grande opportunità. Per farlo dobbiamo decarbonizzare e sfruttare quindi la grande tecnologia. Il mondo dell’energia può diventare un grande laboratorio, coinvolgendo anche settori contigui. Quella che appare come un’esigenza politica sarà un movimento trasversale che ci porterà fuori dalla crisi”.

Le singole imprese possono innovare, da sole e poi in sinergia, ma ovviamente anche le condizioni di contesto contano, così come corsi e ricorsi storici. In un appuntamento dove si parla di innovazione, come gli Axpo Innovation Talks, non possono mancare riferimenti a modelli competitivi e vincenti, trattasi di singoli attori (come Amazon) o interi ecosistemi (come la Silicon Valley). Le differenze però esistono e vanno comprese come rimarcato da Enzo Baglieri, executive Mba director Sda Bocconi: “Il problema dell’Italia non è la mancanza di capitali, è che è tutto estremamente frammentato. Finché tenteremo di fare le brutte copie della Silicon Valley non riusciremo”. Un consiglio alle imprese Baglieri però lo dà: “Finché vincoliamo le performance ai conti, al patrimonio, l’innovazione resterà sempre molto vincolata. Ci vogliono spazi per farla in maniera libera e indipendente, uno dei grandi spazi di collaborazione è l’università”.

Per innovare, ci sono poi le scelte da compiere, in un panorama dove le tecnologie capaci di apportare disrpution sono molteplici, ma fondamentale resta l’attitudine. Osserva Pinto: “Faccio un’academy? Prendo un consulente all’innovazione? Se non c’è l’impegno del management il fiore (dell’innovazione, ndr) morirà”.

Axpo Innovation Talks restituisce quindi il quadro di un mondo dove la riflessione profonda è prioritaria rispetto alla rincorsa all’ultima tecnologia, o alle coordinate cartesiane dell’innovazione contemporanea, fatta di big data, Ai, blockchain. Lo conferma anche Matteo Mancuso, head of digital Snam, nel workshop “How technologyenables innovation within companies”: “In Snam consideriamo l’innovazione a 360 gradi, ma non spingiamo subito al limite. Cerchiamo di rendere la nostra azienda più capace di adattarsi al cambiamento”. La tecnologia sempre come mezzo e mai come fine astratto: “Tante volte abbiamo utilizzato tecnologie che, nei casi specifici, venivano meno alla domanda: ma perché usarle? Portano  valore aggiunto? Nel caso ad esempio della blockchain, è necessario trovare un insieme di attori che estraggono valore dalla partecipazione a questo sistema. Ad esempio nel segmento del trading di gas, o altre fonti, può diventare un punto di scambio tra chi partecipa,  tra chi vende e chi compra, un sistema distribuito su cui inserire le condizioni con l’obiettivo di rendere il mercato più liquido e con più transazioni a vantaggio di tutti”.

Insomma, per svoltare, oggi come ieri bisogna procedere per intuizioni, strappi e evoluzioni culturali, senza esagerare, perché, conclude Mancuso “al giorno d’oggi se parli di cambiamenti da 2 a 3 anni sei visionario, se ne parli a cinque sei uno psicopatico”.

 

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