Questo articolo è comparso originariamente sul numero 79 di Wired Italia, nell’inverno del 2016, e fa parte di una serie di 10 articoli storici della rivista, che vi riproponiamo per celebrare i nostri 10 anni.

(foto: Mattia Balsamini)

Lo sport unisce, crea ponti e abbatte muri. È un’avanguardia della società, anticipa e detta le tendenze. A ottobre sono stata alla Casa Bianca, scelta dal presidente del Consiglio Matteo Renzi per rappresentare l’eccellenza italiana nello sport. Tutto lo sport, non solo quello paralimpico. È stato il secondo sogno che ho visto realizzarsi nel giro di un mese, inaspettatamente. Il primo è diventato realtà a Rio de Janeiro. Quando fai scherma, come me, fin da subito hai un obiettivo che si chiama Olimpiade. Io ho iniziato a crederci veramente solo due anni fa, quando è partito il percorso di qualifica per Rio 2016, ma avevo 5 anni le prime volte che ci ho pensato.

Bebe Vio: “Come la tecnologia mi ha salvato la vita (e portato fino alla Casa Bianca)”Ho iniziato piccolissima a far scherma, piccolissima e per caso. Ero al mio primo allenamento di pallavolo, mi stavo annoiando a palleggiare contro il muro. Io sono una che pensa che le cose si debbano fare solo se ci piacciono, se non fanno per noi, a quel punto, meglio lasciar perdere e cambiare. Così sono scappata e ho cercato l’uscita. Solo che ho sbagliato porta e mi sono trovata nella sala d’armi della mia città, Mogliano Veneto, davanti a tutti quei bellissimi Zorro bianchi. È stato amore a prima vista. Ho iniziato a sognare le Olimpiadi, la medaglia d’oro, l’inno di Mameli che suonava per me, ma non potevo sapere che tutto questo, un giorno di 14 anni dopo, sarebbe arrivato. E ancora meno potevo sapere come sarebbe arrivato: a una Paralimpiade, tirando in carrozzina, la prima al mondo a farlo senza mano armata.

A 11 anni mi sono ammalata. Ho preso il meningococco, un batterio che uccide nel 97% dei casi. Si può evitare, basta fare i vaccini per il tipo B e il tipo C, e il tetravalente che copre i sierotipi A, C, W135 e Y. Non è obbligatorio, ma è importantissimo che tutti lo facciano senza lasciarsi sviare dalle campagne contro i vaccini. I bambini soprattutto, ma anche gli adulti, perché è più raro ma può succedere anche a 30-40 anni. Io avevo fatto la profilassi per il tipo A, poi la Asl aveva detto a papà e mamma che non era necessario proseguire anche con quella per il tipo B, esattamente quello che mi ha colpito.

Mi sono salvata. Ho fatto 104 giorni di ospedale e mi hanno amputato le gambe sotto le ginocchia e le braccia sotto i gomiti. Dico sempre che sto bene così, che è tutto bello, ed è vero che mi diverto un sacco. Sono contenta della mia vita, ma il percorso che abbiamo fatto non è stato semplice, per me, per la mia famiglia, i miei amici e tutta Mogliano. È stato uno choc condiviso, ed è fondamentale che si diffonda la cultura dei vaccini. È per questo che ho posato senza protesi per la campagna di Anne Geddes.

Prima della malattia, la mia vita era costituita da quelle che chiamo le tre S: scherma, scout e scuola. E appena uscita dall’ospedale ho voluto riprendermele tutte e tre. Ho iniziato con la scuola, interrogata al primo giorno, poi gli scout. Con la scherma è stata più difficile: mi serviva una protesi che nessuno aveva mai creato. Ci hanno pensato mio papà, un ingegnere mancato, quello che oggi viene chiamato un maker, e i tecnici dell’Arte Ortopedica di Budrio, uno dei più importanti certi protesi d’Italia. Ho ricominciato con un fioretto di plastica attaccato con lo scotch alla protesi che uso tutti i giorni, fino ad arrivare a una soluzione decisamente più funzionale. Ora tiro infilandomi sul moncone una guaina morbida in silicone della multinazionale tedesca Össur con un perno alla fine. A questo si attacca l’invaso in carbonio a cui, con altri due perni, si incastra il fioretto.

Bebe Vio: “Come la tecnologia mi ha salvato la vita (e portato fino alla Casa Bianca)”
(foto: Mattia Balsamini)

Può sembrare strano, ma le protesi sono un mondo ancora sconosciuto, anche nell’ambiente paralimpico. E spesso sorgono polemiche tra atleti con esigenze e disabilità diverse, convinti che un avversario possa essere agevolato dalla sua protesi, mentre io ho meno allungo delle avversarie, non ho il polso e devo lavorare esclusivamente di spalla e addominali. L’ultimo modello che abbiamo elaborato è meglio dei precedenti, non mi agevola in nessun modo, ma a volte, se mi ferisco e sanguino, si stacca. E capita spesso, perché io ho la pelle molto delicata. Ecco perché continuiamo a lavorare per avere protesi sempre migliori, che mi facciano meno male e siano più comode, ma che allo stesso tempo non mi facciano perdere sensibilità nell’arma.


La tecnologia migliora la vita. Quella dell’atleta e quella della ragazza Bebe che, con i “pezzi” giusti, può fare tutto: prendere in mano un bicchierino di caffè, salire le scale, persino andare a ballare coi tacchi. Le protesi che ho alle braccia sono mioelettriche, significa che rispondono agli impulsi che il mio cervello manda ai muscoli del braccio e muovono le dita corrispondenti. La sensazione di avere ancora la mia mano, quello che in gergo viene chiamato arto fantasma ed è visto come una cosa brutta, mi ha anche aiutato. Mi trovo bene con le mie protesi, anche grazie a loro ho preso la maturità in Arti grafiche e comunicazione, mangio, scrivo e disegno. Ma ce ne sono altre ancora più evolute che mi piacerebbe provare. C’è una mano nuova della Touch Bionics, un’azienda che fa protesi hi-tech recentemente acquistata dalla Össur, che funziona con lo schermo del cellulare e mi piacerebbe averla, perché ora, per usare lo smartphone, devo togliermi la protesi e digitare col moncone. Inoltre ha un’app che permette di registrare determinati impulsi muscolari abbinandoli alla risposta della protesi, aumentando la gamma di movimenti che si possono fare con la mano, come tirare su il mignolo o addirittura fare le corna.

Ho anche quattro paia di gambe: da passeggio, da corsa, da bagno e coi tacchi, che ho portato alla Casa Bianca da Obama. Ora mia mamma si è inventata le gambe-ciabatte, comodissime, alle quali non va aggiunta nessuna guaina. Da poco ho cambiato il piede, ne ho messo uno nuovo della Össur, ed è comodissimo. L’ho tenuto la mattina per fare la protesi, poi a pranzo, per due ore, ho rimesso il piede vecchio, e mi è venuto il mal di schiena. Eppure era il piede che avevo usato per cinque anni senza problemi. Per dire quanta differenza può esserci tra una protesi e un’altra. Sto per cambiare anche le gambe coi tacchi con un paio che ha il piede regolabile, in modo da poter scegliere scarpe con tacchi diversi dover rifare ogni volta la protesi.

Io non credo nel destino, ma la disabilità, per me, è stata anche un’opportunità. All’inizio non sapevo nemmeno dell’esistenza della scherma in carrozzina. Dicevo: “Datemi un paio di gambe e vedrete”. Quando l’ho scoperta, in un primo momento, non mi piaceva. Ero molto piccola, pensavo che le carrozzine fossero per i vecchi, non avevo idea di cosa fossero le protesi se non per quella volta che le avevo viste in tv, all’aeroporto di Monaco, alle gambe di Oscar Pistorius. Poi mi sono seduta, ho iniziato a tirare e non mi sono rialzata più. Ho scoperto che quel modo di tirare, così veloce, è ancora più adatto alla mia scherma istintiva di quella in piedi. E ho vinto un Mondiale e un’Olimpiade.

Lo dico spesso e ci credo: sono stata fortunata. Abbiamo creato un sacco di cose belle, come Art4Sport, l’associazione con cui aiutiamo i bambini amputati a fare sport, raccogliendo donazioni per comprare loro le protesi per l’attività agonistica, quelle che il Servizio sanitario nazionale non garantisce ai più piccoli, che non hanno copertura assicurativa o risultati sportivi per ottenere gli aiuti dell’Inail. Siamo partiti così, poi abbiamo scoperto che c’era molta ignoranza sullo sport paralimpico, e che bisognava lavorare sulla cultura e la mentalità di genitori iperprotettivi che tende a tenere i propri figli disabili in una campana di vetro. Abbiamo un gruppo molto forte, siamo 18 e diventeremo 20, tre di noi sono stati alle Paralimpiadi di Rio 2016, altri quattro o cinque potrebbero aggiungersi per Tokyo 2020.

Tutto è nato dalla mia esperienza, dalla mia voglia di tornare a vivere attraverso la scherma, dalla volontà dei miei genitori di permettere che altri bambini potessero avere la mia stessa opportunità. Perché lo sport è integrazione e inclusione, e aiuta a recuperare più in fretta, rendendo meno faticoso il processo di riabilitazione.

Art4Sport mi ha abituato al senso di appartenenza alla squadra, che per me è fondamentale. Sono tornata da Rio con due medaglie: un oro individuale e un bronzo con le mie compagne Andreea Mogos e Loredana Trigilia. Se devo dire quale delle due sento di più, è quella del metallo meno pregiato. Perché? Perché l’abbiamo conquistata insieme, e perché – se in una finale per il primo e secondo sai già che comunque salirai sul podio a prescindere dal risultato – quando perdi una semifinale, l’assalto dopo è decisivo per portare a casa una medaglia. E così è ancora più bello vincere.

Bebe Vio: “Come la tecnologia mi ha salvato la vita (e portato fino alla Casa Bianca)”
(foto: Mattia Balsamini)

Tutte queste emozioni mi sarebbe piaciuto provarle in Italia, magari tra otto anni, con Roma 2024, anche per dare un ulteriore slancio in Italia allo sport paralimpico, che ha avuto una grossa crescita di popolarità con le ultime due edizioni dei Giochi. Il no del sindaco Raggi è qualcosa che mi rammarica moltissimo. Io sono stata a Londra, nel 2012, per portare la fiaccola olimpica. Ho visto una città più accessibile, migliorata anche grazie alle Paralimpiadi, ci sono tornata dopo e l’ho trovata ancora in crescita sotto questo profilo. A Rio, forse, non è stato così. Nel Villaggio Olimpico era tutto a misura di disabile, ma fuori no. Quello che però mancava a livello di attrezzature, i brasiliani sono stati capaci di fornirlo col calore umano. Non potevamo uscire per strada senza che decine di persone ci chiedessero se avevamo bisogno d’aiuto. Ecco, credo che Roma avrebbe potuto fare un doppio salto in avanti, sia sotto il profilo delle strutture sia sotto quello della cultura, sportiva e non. È questa la grande opportunità che abbiamo perso dicendo no a Olimpiadi e Paralimpiadi.

È anche qui un discorso di integrazione. Io vengo da un ambiente, quello della scherma, in cui settore olimpico e paralimpico sono sotto la stessa federazione, e alla guida del secondo ci sono straordinari ex atleti normodotati, come il nostro ct Simone Vanni, che è stato campione del mondo e olimpico di fioretto, o il vicepresidente federale Giampiero Pastore, ex sciabolatore medagliato ai Giochi e ai Mondiali. Ma non tutti gli sport e non tutti gli aspetti della vita quotidiana sono altrettanto fortunati. Tanta strada resta ancora resta da fare, ma già tanta ne è stata fatta. La mia mi ha portato fino alla Casa Bianca.

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