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In seguito alla pubblicazione su Wired di un’inchiesta giornalistica che ha coinvolto anche il porto mai costruito di Diamante, il sindaco della città calabrese, Ernesto Magorno, venerdì 22 novembre, in mattinata, in una diretta Facebook ha reso noto di aver presentato un esposto alla Procura di Catanzaro sulle vicende relative all’opera incompiuta. Nella diretta ha spiegato come le notizie emerse abbiano portato alla decisione di anticipare la presentazione dell’esposto, finito sul tavolo del procuratore capo Nicola Gratteri il 21 novembre.

L’inchiesta di Wired e del centro di giornalismo investigativo Irpi ha dimostrato come dietro alla mancata costruzione del porto di Diamante si celino anni di manovre finanziarie che hanno portato i capitali all’estero, prima in Slovacchia e poi a Malta, e la compresenza di partner molto diversi tra loro. Da una parte un immobiliarista poi condannato per mafia, da un’altra un poliziotto poi proprietario de facto di una delle aziende che operavano intercettazioni per conto delle procure utilizzando il software-spia Exodus.

Il sindaco di Diamante, Magorno, che è anche senatore di Italia Viva ha spiegato che nell’inchiesta “si evidenziano alcune questioni che ritengo molto gravi. Ho inviato l’articolo alla Procura della Repubblica di Catanzaro perché non rimanga solo un fatto giornalistico”.

La denuncia di Magorno arriva in seguito a una delibera approvata il 12 novembre scorso dalla giunta comunale di Diamante con la quale si chiede alla Regione di procedere alla rescissione del contratto con l’azienda incaricata dei lavori, presieduta dal farmacista cosentino Graziano Santoro. Una decisione presa anche alla luce del parere parere dell’Autorità nazionale anticorruzione, che aveva sollevato dubbi rispetto alle procedure adottate per l’appalto.

Dal software-spia al porto

Ma come si passa da un trojan di Stato a un porto fantasma? Riavvolgiamo il nastro. Exodus è il malware sviluppato dall’azienda calabrese E-Surv, che è stato nascosto in app solo all’apparenza innocue e ha infettato almeno 393 telefoni. I dati sono stati salvati su un server negli Stati Uniti, accessibile da un qualsiasi browser, nel quale chiunque avrebbe potuto prelevare dati utili per attività di dossieraggio e dal quale – tra le piste battute dagli inquirenti che indagano sulla vicenda – sarebbero spariti file importanti per processi, anche di mafia.

Amministratore di fatto di una delle aziende che commercializzano il malware, il poliziotto Vito Tignanelli finisce sotto la lente degli inquirenti di Napoli e di Salerno all’inizio del 2019. La Procura partenopea indaga sul suo ruolo nello scandalo Exodus, che tocca i più alti vertici dello stato. A Salerno, invece lo iscrivono nel registro degli indagati, assieme alla moglie, per il reato di “corruzione nell’esercizio della funzione”, in concorso con il procuratore capo di Castrovillari, Eugenio Facciolla. Secondo l’accusa, Facciolla avrebbe beneficiato nell’avere affidato servizi di intercettazione all’azienda di sorveglianza Stm intestata a un’altra persona, al momento estranea alle indagini, ma di fatto gestita da Tignanelli.

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