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(foto: William Thomas Cain/Getty Images)

Nelle ultime ore si susseguono gli aggiornamenti sulle possibili cause della morte di Imane Fadil, la ragazza 34enne di origini marocchine deceduta lo scorso 1 marzo e nota soprattutto per essere una delle testimoni chiave nel cosiddetto processo Ruby-ter, in cui è coinvolto l’ex premier Silvio Berlusconi. Dopo aver escluso la presenza, nel sangue di Fadil, di metalli pesanti in concentrazioni tossiche, una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti è l’avvelenamento con una o più sostanze radioattive. Al momento è noto solo l’esito parziale di un esame condotto in un laboratorio milanese, il quale parrebbe corroborare la pista della radioattività. Ulteriori dettagli dovrebbero arrivare nel corso della settimana, anche attraverso l’autopsia sul cadavere che è stata programmata tra mercoledì e giovedì.

Ma in cosa consisterebbe, nella pratica, un avvelenamento con sostanze radioattive? In generale con il concetto di radioattività si includono tutti quei processi fisici che portano al decadimento dei nuclei atomici instabili, che si trasformano in nuclei di elementi diversi. Questi processi sono accompagnati dall’emissione di radiazioni ionizzanti. A seconda della specie atomica considerata, e anche del particolare isotopo, i decadimenti radioattivi si differenziano in base alla rapidità con cui avvengono e al tipo di radiazione che viene emessa. Esistono infatti tre casi principali: emissione di particelle (o raggi) alfa, ossia nuclei di atomi di elio, di raggi beta, cioè elettroni o positroni, e di raggi gamma, vale a dire onde elettromagnetiche ad alta energia.

Per quanto riguarda i tessuti biologici, e quindi il corpo umano, l’effetto di una sostanza radioattiva è il provocare – tramite le radiazioni emesse– la ionizzazione, ossia l’alterazione dei legami tra le molecole. Oltre a danneggiare le singole cellule e ad alterare il metabolismo degli oligoelementi, l’effetto ionizzante coinvolge principalmente le molecole di dna e rna, provocando danni genetici ma anche somatici. Uno dei primi effetti della radioattività è il rallentamento della riproduzione cellulare, da cui deriva l’invecchiamento rapido e precoce dell’intero organismo.

In linea generale, a essere danneggiati più duramente dalle radiazioni sono il midollo osseo, il sangue e il sistema linfatico. Per gli altri organi e apparati, l’entità del danneggiamento presenta differenze significative, che però dipendono anche dal particolare tipo di elemento radioattivo che decade. Nel caso Fadil, i medici hanno detto che il midollo osseo non era più in grado di produrre globuli bianchi, e che anche reni e fegato erano stati gravemente danneggiati.

Per quantificare l’effetto delle radiazioni, solitamente si fa riferimento al concetto di dose assorbita, che valuta l’energia (per unità di massa) raccolta dal corpo sotto forma di radiazioni ionizzanti. La dose, ovviamente, dipende da quanto a lungo si è stati esposti alle radiazioni, da qual era la loro intensità e da quanto i diversi tessuti l’abbiano assorbita.

Ingerire o inalare una sostanza radioattiva è molto più pericoloso che starci semplicemente vicino, sia perché l’esposizione si protrae nel tempo, sia perché la quantità di radiazione assorbita è molto maggiore. Nel caso del decadimento con particelle alfa, ad esempio, tutta l’energia viene assorbita in qualche millimetro di distanza (al massimo si arriva all’ordine del centimetro), dunque tutto l’effetto ionizzante si esaurisce all’interno dell’organismo. Per il dacadimento con raggi gamma, invece, la capacità di penetrazione delle radiazioni è molto maggiore, dunque una parte dell’energia si scarica al di fuori del corpo. Il decadimento beta rappresenta un caso intermedio tra i due precedenti, con un effetto ionizzante particolarmente efficace.

Questa differenza ha molto a che fare con il caso Fadil, perché anche dopo il suo decesso occorre prendere le dovute precauzioni dato che l’eventuale sostanza radioattiva dell’avvelenamento non è ancora nota con certezza. Se per esempio si fosse trattato di un elemento con decadimento gamma, tutte le persone che sono state vicine a Fadil sarebbero state lievemente esposte alle radiazioni, mentre nel caso del decadimento alfa i medici sarebbero finora stati al sicuro, però sarebbe necessario prevedere adeguate schermature prima di eseguire l’autopsia. Gli esami sul cadavere, infatti, esporrebbero i medici agli effetti ionizzanti.

Perché riconoscere un avvelenamento radioattivo è difficile
Purtroppo diagnosticare un avvelenamento con un cocktail di sostanze radioattive ingerite o inalate non è un’operazione immediata, per diverse ragioni. Anzitutto non è la prima opzione a cui di norma si pensa, e in presenza di un quadro sintomatico complesso altre ipotesi possono sembrare più ragionevoli. In secondo luogo, i casi di avvelenamento premeditato sono associati a uno scrupoloso dosaggio della sostanza radioattiva, cosicché possa agire lentamente nel corpo provocando il decesso solo settimane o mesi più tardi, dando il tempo all’omicida di confondere le proprie tracce. Fadil (ammesso e non concesso che sia stata avvelenata) è morta a oltre un mese di distanza dal ricovero in ospedale.

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Imane Fadil (foto: Olivier Morin/Getty Images)

Terzo motivo, una volta che un certo atomo è decaduto, non è più identificabile all’interno dell’organismo. Fortunatamente per gli inquirenti, il processo di decadimento prevede sempre un rallentamento progressivo (esponenziale) del fenomeno radioattivo, per cui anche a distanza di tempo restano tracce misurabili che consentono di ricostruire l’accaduto. Tutto ciò è vero eccetto quando il decadimento è particolarmente rapido, e quindi nel giro di qualche giorno l’attività radioattiva residua scende sotto la soglia di rilevabilità. Infine, come è accaduto per Fadil, se la sostanza radioattiva fosse contenuta nel sangue potrebbe essere stata in buona parte lavata via dalle trasfusioni, dunque le tracce di elementi radioattivi devono essere cercate altrove – ad esempio nei reni, che si comportano da spugne e possono aver trattenuto le sostanze letali.

Che cos’è l’ipotesi del cobalto
Nelle ultime ore, sopratutto sui giornali, si è iniziato a parlare dell’eventualità che l’avvelenamento sia avvenuto tramite “cobalto ionizzato”. L’ipotesi nasce dal fatto che questo elemento ha numerosissimi isotopi (ossia varianti con diverso numero di neutroni), alcuni dei quali decadono in un lasso di tempo compatibile con l’avvelenamento e la successiva scomparsa di fronte agli strumenti diagnostici. Se per pura speculazione immaginassimo che l’avvelenamento sia avvenuto con il cobalto-55, ogni 17 ore metà degli atomi sarebbero decaduti radioattivamente emettendo raggi beta e trasformandosi in atomi di ferro. A più di un mese di distanza, la quantità di cobalto-55 residua sarebbe sostanzialmente irrilevabile, e l’unica traccia rimasta sarebbe un po’ di ferro in eccesso nel sangue. Questo spiegherebbe anche come mai nel sangue non siano state trovate concentrazioni anomale di metalli pesanti.

Il termine “ionizzato”, riferito al cobalto, potrebbe invece non significare granché. L’espressione compare, a livello di cultura popolare, solo nel videogioco No man’s sky, mentre dal punto di vista scientifico pare essere una scelta lessicale poco azzeccata. Probabilmente il riferimento (impreciso) è al processo con cui il cobalto-55 (o un qualunque altro isotopo) deve essere in qualche modo stato prodotto in laboratorio a brevissima distanza temporale dall’avvelenamento. La somministrazione, infatti, dovrebbe essere avvenuta a poche ore dalla realizzazione del cocktail letale.

In questo scenario d’incertezza, comunque, gli inquirenti non hanno ancora escluso piste molto diverse, come quelle dell’avvelenamento accidentale o del manifestarsi di altre patologie mortali che escludano l’ipotesi dell’omicidio. Solo ulteriori analisi potranno escludere anche l’impiego di uno dei grandi classici dell’avvelenamento radioattivo, fra cui si annoverano  polonio, radio, uranio, plutonio, fosforo-32, cobalto-60, cesio-137, iodio-125, stronzio-90, iodio-131 e americio-241.

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