(foto: Getty Images)

Noa Pothoven era giovane e soffriva di una grave depressione, di anoressia e di stress post traumatico. Lo scorso dicembre lo aveva raccontato qui (è in olandese ma Google translate funziona abbastanza bene).

Pensano che sia troppo giovane per morire e che dovrei aspettare di avere 21 anni, ma non posso più aspettare“, aveva detto.

Era stata ricoverata molte volte, aveva tentato più volte di uccidersi, i genitori avevano chiesto di poter provare con l’elettroshock (ma era troppo giovane anche per questo). “È pazzesco – aveva commentato Noa – se hai una malattia cardiaca ti operano nel giro di poche settimane, ma se hai una malattia psichiatrica rimandano, ti dicono che sei in lista d’attesa“.

Non andava a scuola. Era così malnutrita che una volta le avevano perfino indotto il coma farmacologico per nutrirla tramite una sonda nasogastrica. Non è la prima volta che succede e non è mai facile giustificare la nutrizione forzata. Qualche tempo fa una donna aveva rifiutato di essere nutrita e il giudice le aveva riconosciuto il diritto di scegliere.

Certo, Noa Pothoven era molto giovane. E se già la scelta di lasciarsi morire provoca reazioni feroci, quando è poco più di una ragazzina a farlo è comprensibile che quella ferocia sarà ancora più indomabile.

Ho smesso di mangiare e di bere da un po’“, aveva scritto nell’ultimo post su Instagram. Perché per Noa Pothoven la sofferenza era ormai intollerabile.

Questa volta dunque non l’hanno obbligata a nutrirsi, non le hanno infilato un sondino nel naso, hanno cercato di alleviare le sue sofferenze, l’hanno lasciata morire. Insomma questa storia non è andata proprio com’è stata raccontata da molti (solo un esempio qui ma ce ne sono centinaia e ne abbiamo parlato anche noi), usata per l’ennesima volta per sfogare il proprio sdegno e per confermare le proprie pregiudizievoli convinzioni. Il club dei buoni e dei giusti non ha dubbi, non ha bisogno di controllare e ha la pretesa di avere le risposte giuste e valide per tutti.

Avremmo potuto almeno provare a formulare qualche domanda in modo corretto. Che cosa avremmo dovuto fare? A 17 anni si è molto giovani e rispettare la volontà di qualcuno che vuole lasciarsi morire non è mai facile e privo di controversie (e di angosce che sono le nostre però). Ma l’alternativa qual è? L’unica possibile è forzare qualcuno a mangiare e forzarlo a vivere (come si fa?). O rispettiamo la sua volontà o la ignoriamo. E la seconda opzione era stata tentata molte volte e molte volte era fallita.

Un altro malinteso comune riguarda la depressione: sono molti a commentare “se avesse avuto un cancro terminale avrei capito, ma la depressione”. Come se fosse più un capriccio che una malattia. Abituati come siamo a pensare che sia una affezione un po’ romantica e dello spirito (o della psiche o di qualche entità incorporea e inesistente), è comprensibile rimanere nell’illusione che non possa essere incurabile come lo è una neoplasia. Di cancro si muore, di depressione no?

Il corollario è che la depressione implichi automaticamente e necessariamente l’incapacità di intendere, di volere e di capire le conseguenze delle proprie scelte – cioè il requisito per poter scegliere. Lo si diceva anche di Piergiorgio Welby: è depresso, non può decidere per sé stesso. Non è una valutazione semplice, ma escludo che la si possa fare a distanza e dopo aver letto un articoletto. Dovremmo chiederci, ancora una volta, se nutrire forzatamente Noa Pothoven sarebbe stata la scelta giusta. Se ignorare le sue richieste sarebbe stato caritatevole e moralmente ineccepibile.

Tralascio le varie forme di “dove siamo andati a finire” o “sono questi i diritti che volete?!” con tono indignato perché sono solo manifestazioni un po’ narcisistiche e piuttosto folcloristiche (e l’Olanda non è il paradiso degli sterminatori di ragazzine depresse).

La libertà è un esercizio a volte doloroso, ma molto spesso le alternative sono decisamente più ripugnanti. Ma, come cantava quello, “è difficile capire se non hai capito già”.

The post Caso Noa Pothoven: l’esercizio della libertà può essere doloroso, ma quale sarebbe l’alternativa? appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it