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Unica soluzione. Così Matteo Salvini ha di recente definito la castrazione chimica per rieducare (o punire?) i colpevoli di reati a sfondo sessuale. Una presa di posizione che, stando ai risultati di un sondaggio Swg e di una raccolta di firme organizzata dalla stessa Lega, sarebbe condivisa da sei italiani su dieci. Anzi, per rincarare la dose: c’è anche chi dice di preferire addirittura la castrazione totale, per risolvere la questione alla radice. È sempre cronaca recente, inoltre, la storia di Chris, un pedofilo 52enne, che ha raccontato alle Iene di aver “tratto giovamento” dalla castrazione chimica, pratica cui si sottopone da dieci anni, dopo aver perpetrato abusi sessuali su ragazzi tra 12 e 15 anni. Una questione, come è facile immaginare, piuttosto complessa e delicata. Troppo per essere derubricata alla vox populi e alle sparate di politici in cerca di consensi.

È storia neanche troppo lontana, tanto per citare uno dei casi più clamorosi, il dramma di Alan Turing, padre dell’intelligenza artificiale e pioniere della crittografia, che nel 1952 fu arrestato per omosessualità (più precisamente: “grave oscenità e condotta indecente”), e rimesso in libertà alla condizione di “sottoporsi a trattamento terapeutico presso un medico qualificato”. Un giro di parole che indicava, per l’appunto, la castrazione chimica, eseguita mediante un ciclo annuo di somministrazione di estrogeni. Il trattamento terapeutico fu devastante per lo scienziato, sia dal punto di vista fisico che psicologico: gli causò, tra le altre cose, la crescita del seno e il crollo della libido. Poco tempo dopo la castrazione, Turing fu trovato morto – probabilmente suicida – nel letto di casa sua, a Wilmslow, accanto a una mela morsicata. L’unica soluzione non aveva funzionato.

Come funziona

Sostanzialmente, la castrazione chimica è una terapia antagonista del testosterone, l’ormone maschile. In particolare, consiste nella somministrazione di ormoni che inibiscono la produzione (e il rilascio in circolo) del testosterone da parte dei testicoli. Il primo farmaco a essere utilizzato a questo scopo (era il 1944), però, fu il dietilstilbestrolo, principio attivo prescritto in passato alle donne in gravidanza che avevano avuto problemi di aborto, e successivamente il benperidolo, un antipsicotico che non agisce sul testosterone ma sui centri del desiderio. Poi, nel 1981, fu la volta del medrossiprogesterone acetato, composto testato per un anno su 48 maschi con “comportamenti sessuali devianti”. Dopo la sperimentazione, 40 soggetti riportarono un minor desiderio di comportamenti devianti, fantasie sessuali meno frequenti e un maggior autocontrollo, senza apparenti effetti collaterali: di conseguenza, il composto venne ritenuto “trattamento d’elezione, insieme a opportuno consueling psicologico, per i pazienti con comportamenti sessuali devianti nel lungo termine”. Attualmente, oltre al già citato medrossiprogesterone, i principi attivi più utilizzati sono il ciproterone acetato e (più di rado) il bicatalumide e gli analoghi Lhrh. Non di rado a questi composti si accompagna la somministrazione di psicofarmaci normalmente utilizzati per il trattamento di patologie psichiatriche, che inibiscono l’azione della dopamina (il neurotrasmettitore corresponsabile del desiderio e del piacere sessuale), stimolano la sintesi della prolattina e, in generale, sopprimono la libido.

Ha effetti collaterali?

Sì. La castrazione chimica provoca profondi cambiamenti fisici, e a cascata anche psicologici. In particolare (oltre, ovviamente, alla soppressione della libido e all’impossibilità di ottenere un’erezione), il trattamento provoca una diminuzione dei peli sul corpo e un aumento dell’adipe su fianchi, cosce e mammelle. L’aumento del grasso corporeo, tra l’altro, espone a un maggior rischio di soffrire di malattie cardiovascolari e diabete e accresce l’insorgenza di osteoporosi. Se somministrati, gli psicofarmaci possono spegnere, oltre al desiderio sessuale, anche altri impulsi e stimoli. Parlando di effetti collaterali, è opportuno citare la proposta di legge 272 del 2018, presentata il 17 dicembre scorso dal ministro della Giustizia (e poi ritirato dai parlamentari della Lega perché “non previsto nel contratto di Governo”), in cui si parlava di un “trattamento farmacologico di blocco androgenico totale attraverso la somministrazione di farmaci di tipo agonista dell’ormone di rilascio dell’ormone luteinizzante (Lhrh), ovvero di metodi chimici o farmaci equivalenti”. Un trattamento che, dice l’Agenzia Italiana del Farmaco, è riservato alla cura di malattie di natura tumorale (carcinoma della prostata, carcinoma della mammella, fibromi uterini) e che ha, tra gli effetti collaterali, riduzione della massa muscolare, effetti negativi sul metabolismo osseo e anemia. Non proprio cose da niente, insomma.

È reversibile?

Non è semplice rispondere. In teoria, due-tre mesi dopo la soppressione del farmaco, il testosterone dovrebbe tornare a livelli normali. Tuttavia, come ha spiegato in una recente intervista al Corriere Andrea Salonia, urologo all’ospedale San Raffaele di Milano, “è possibile che il desiderio sessuale non sia più quello di prima, come tra l’altro può succedere a chi segue una terapia ormonale contro il tumore”. Una considerazione che, tra l’altro, vale anche nel senso opposto: non è detto che, terminati gli effetti della castrazione, il soggetto non sia più recidivo. Anche perché gli impulsi sessuali non dipendono soltanto dal testosterone, ma anche a fattori biologici e psicologici. E in qualche caso ridurre il testosterone potrebbe essere addirittura controproducente: messo nell’impossibilità di avere un rapporto sessuale, il soggetto potrebbe comunque cercare di soddisfare il bisogno di esercitare la propria forza e il proprio potere adottando comportamenti violenti di altro tipo. Ma ugualmente pericolosi.

In quali paesi si pratica

Attualmente, la castrazione chimica è prevista in alcuni stati degli Stati Uniti d’America e (in modo estremamente limitato e subordinato al consenso del condannato) in Svezia, Finlandia, Germania, Danimarca, Norvegia, Belgio e Francia. C’è da dire, però, che l’Assemblea parlamentare del Consiglio Europeo si è espressa sulla questione con termini che lasciano poco spazio all’ambiguità: “Nessuna pratica coercitiva di sterilizzazione o castrazione”, si legge nella risoluzione 1945 del 2013, “può essere considerata legittima nel ventunesimo secolo”. Eppure.

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