Alcuni immigrati provenienti dall’America Latina si mettono in fila per mangiare alla Casa del Rifugiato, in Texas (foto: PAUL RATJE/AFP/Getty Images)

Gli Stati Uniti hanno cominciato a sperimentare un software per ricollocare i migranti che ottengono l’asilo nel paese. Il sistema è stato sviluppato dal Worchester Polytechnic Institute in Massachusetts, dall’università di Lund in Svezia e da quella di Oxford, nel Regno Unito, e si chiama Annie Moore, in ricordo della donna irlandese che, per prima, arrivò a Ellis Island, l’isolotto artificiale del porto di New York che è stato il punto d’approdo delle grandi migrazioni verso l’America del Ventesimo secolo.

Annie si basa sul machine learning, un meccanismo di apprendimento automatico che permette al sistema di analizzare grandissime quantità di dati, di riconoscere pattern ricorrenti e di estrarre l’algoritmo per eseguire un determinato compito. Come spiega The Atlantic, ogni volta che un migrante deve essere ricollocato, il software confronta i suoi dati con quelli già presenti nel sistema concentrandosi sull’età della persona in questione, la sua lingua madre e il livello di istruzione. Infine, suggerisce in quale luogo il migrante avrebbe più possibilità di integrarsi con successo in base alle informazioni di cui dispone.

La procedura non richiede che qualche minuto e, in poco meno di un anno, è già stata utilizzata per decidere la destinazione di 250 persone. Ciononostante, è ancora presto per parlare di successo. L’effettiva integrazione dei migranti si può valutare solo col tempo, Annie è stato lanciato di recente e per funzionare in maniera ottimale deve esaminare molti più dati di quelli di cui dispone al momento.

L’intervento degli operatori

Il responso di Annie non è legge e, a volte, gli operatori lo utilizzano solo per avere un consiglio. Karen Monken, direttore associato di una non profit che si occupa dell’assistenza ai rifugiati e ha iniziato a sperimentare il software, ha detto all’autorevole rivista americana che prende una decisione sulla base del software soltanto in tre casi su quattro. In un quarto caso per esempio, Monken ha deciso di ricollocare un migrante dell’Uganda a Philadelphia perché si trattava di una persona omosessuale, e lì c’è una comunità Lgbtq molto grande, anche se Annie aveva proposto un’altra città (e d’altronde non poteva saperlo; per ora, infatti, non prende in considerazione le preferenze dei migranti né alcuni loro dati sensibili).

L’idea alla base del software

Il giornalista di Atlantic spiega che l’idea di Annie non è nuova e si ispira agli studi di Alvin Roth e Lloy Shapley che nel 2012 vinsero il premio Nobel per l’Economia grazie al cosiddetto algoritmo sul “matrimonio stabile”. Il sistema prendeva in considerazione le preferenze di uomini e donne nei confronti di quelle di sesso opposto e le opinioni degli altri partecipanti su quali coppie potessero funzionare, ed elaborava un algoritmo per suggerire quali accoppiamenti avrebbero avuto più possibilità di durare.

La “rivoluzione” di Annie e degli altri software

La Svizzera utilizza già un software simile ad Annie sviluppato da alcuni programmatori della Stanford University, e la Svezia sta pensando di introdurre Annie a breve. Secondo gli esperti, se ogni paese usasse questi sistemi tutta la società – non solo i migranti – ne beneficerebbe, perché queste persone riuscirebbero a integrarsi meglio, riducendo i rischi di approdo alla criminalità comune (o, nei pochi casi peggiori, addirittura al terrorismo).

I ricollocamenti restano uno dei temi più caldi della situazione politica internazionale. La Convenzione di Ginevra siglata nel 1951 impone infatti a ogni stato di accogliere i rifugiati ma alcuni paesi guidati da partiti populisti, come l’Ungheria, si rifiutano di farlo e hanno eretto barriere per impedire l’ingresso di questi gruppi.

In Europa, il testo di riferimento per i ricollocamenti è il Trattato di Dublino. In base a questo testo, i migranti che arrivano nell’Unione Europea devono essere ricollocati nel paese in cui hanno già soggiornato in passato o dove vivono i loro familiari stretti; altrimenti rimarranno nel luogo di primo approdo, che spesso coincide con le frontiere esterne dell’Unione (ovvero Spagna, Grecia e Italia). Negli anni passati, Bruxelles ha proposto il meccanismo delle quote in base al quale ogni stato membro avrebbe dovuto accettare una quota di migranti in proporzione alla sua popolosità e al suo Pil. La proposta si è rivelata un fallimento. Il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini ha messo più volte in discussione il Trattato di Dublino, partecipando però solo a una delle venti riunioni organizzate a Bruxelles per ridiscuterlo.

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