(Immagine: Getty Images)

Sembra un casco da palombaro e anche la sua funzione è più o meno la stessa: permettere di respirare. Un’invenzione italiana nata prima della comparsa del coronavirus Sars-Cov-2 come possibile alternativa a altre forme di ventilazione non invasiva, e che durante la pandemia ha trovato più ampia applicazione. Quasi esclusivamente nel nostro Paese, però. Adesso uno studio sulla rivista Jama ne evidenzia i possibili vantaggi per i pazienti Covid: sembra ridurre la necessità di ricorrere all’intubazione, eventualità che si associa a un elevato tasso di mortalità (45% circa).

Lo studio Henivot, svoltosi tra ottobre e dicembre 2020, ha coinvolto 109 pazienti Covid in diversi centri della Penisola, che giungevano in terapia intensiva a causa di insufficienza respiratoria acuta. Alla richiesta di supporto respiratorio non invasivo, a 54 di loro è stato applicato il casco, agli altri 55 l’ossigenoterapia ad alti flussi con cannula nasale (che a oggi è lo standard di trattamento, anche per la sua facile gestione).

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(immagine: Grieco et al; Jama 2021)

Il confronto tra i due sistemi (il primo al mondo con pazienti Covid) ha evidenziato alcune differenze, esiti secondari dello studio ma clinicamente rilevanti: nel gruppo di pazienti con casco si è registrata un’incidenza significativamente inferiore della necessità di intubazione rispetto al gruppo in ossigenoterapia tradizionale (30% vs 51%); inoltre l’impiego del casco ha aumentato il numero di giorni liberi da ventilazione meccanica invasiva a 28 giorni, che è passato da 25 a 28. Un risultato intrigante, secondo esperti internazionali, che merita di essere indagato ulteriormente.

“Il casco è un modo diverso di aiutare i pazienti, perché consente di erogare pressioni molto alte che permettono di ‘riaprire’ il polmone colpito dal processo infiammatorio e riducono la fatica respiratoria di questi pazienti”, ha spiegato Domenico Luca Grieco, rianimatore presso la Terapia Intensiva del Columbus Covid2 Hospital-Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs e responsabile dello studio. “In questo lavoro abbiamo confrontato gli effetti dell’ossigenoterapia ad alti flussi con quelli del casco e i risultati dimostrano che il casco consente di evitare il ricorso alla ventilazione invasiva (intubazione, ndr) in circa il 40% in più dei pazienti”. L’ipotesi è che il setup e le condizioni di pressione create all’interno del casco consentano un reclutamento alveolare più efficace, migliorando l’ossigenazione e il lavoro respiratorio.

Risultati promettenti, li ha definiti lo stesso Grieco, considerando anche il fatto che sono stati ottenuti in un contesto emergenziale. Tuttavia l’impiego ottimale di questo sistema richiede personale molto esperto, il che potrebbe rallentare l’adozione del casco made in Italy in contesti internazionali.

Lo studio, comunque, ha anche il merito di aver evidenziato la natura eterogenea dell’insufficienza respiratoria nel medesimo contesto patologico. Proseguire la sperimentazione potrebbe consentire di individuare la popolazione target ideale, quella che trarrebbe il massimo beneficio dall’utilizzo del casco.

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