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Tanti, troppi casi di una condizione simile alla sindrome di Kawasaki (una rara vasculite tipica dei bambini) in poche settimane e concentrati nelle zone più colpite dall’epidemia di Covid-19. E scatta l’allerta: dal Regno Unito all’Italia fino agli Stati Uniti i pediatri si confrontano per capire se davvero di sindrome di Kawasaki si tratti e se ci sia una relazione (e nel caso quale) con l’infezione da nuovo coronavirus Sars-Cov-2. I dati sono ancora preliminari e non si possono ancora tirare delle conclusioni, per questo non è il caso di scatenare il panico tra i genitori: questa condizione infiammatoria sistemica resta rara e ci sono i mezzi per curarla in modo efficace, soprattutto agendo tempestivamente.

Che cos’è la sindrome di Kawasaki?

La sindrome di Kawasaki è una condizione infiammatoria dell’età pediatrica (colpisce i bambini fino ai 10 anni, ma è più frequente sotto i 5 anni) che coinvolge i vasi sanguigni. Si presenta con sintomi molto caratteristici, quali febbre alta che dura da più di 5 giorni, infiammazione di bocca e labbra, gonfiore della lingua e edema a mani e piedi, congiuntivite, linfonodi del collo ingrossati. Soprattutto se non trattata in tempo in modo adeguato può avere ripercussioni serie e arrivare a coinvolgere le arterie che alimentano il cuore, determinando aneurismi che, se persistenti, aumentano il rischio di infarto in giovane età.

È una sindrome rara, la cui incidenza annuale in Europa tra i bambini di età inferiore ai 5 anni è di 1 ogni 6.500-20.500 e la cui origine resta ad oggi misteriosa, anche se dal 1967 – anno in cui è stata descritta per la prima volta – l’ipotesi che possa essere scatenata da una qualche infezione non è mai stata scartata.

Le cure ci sono e nella maggior parte dei casi sono efficaci. Il metodo d’elezione è la somministrazione di immunoglobiline in vena a dosaggio elevato. Non si sa bene il motivo ma questi anticorpi generici riescono in poco tempo a mettere un freno all’infiammazione esagerata e a riportare equilibrio nel sistema immunitario dei piccoli pazienti. Qualora questo trattamento non si dimostrasse efficace, i medici possono somministrare cortisone e farmaci biologici che si sono dimostrati utili per contenere la tempesta citochinica – termine con cui ormai abbiamo acquisito familiarità perché è anche una delle conseguenze più gravi dell’infezione da Sars-Cov-2.

Coincidenze sospette

Da una decina di giorni a questa parte diverse società scientifiche pediatriche – dal Regno unito alla Spagna, dalla Francia all’Italia e ora agli Sati Uniti – hanno cominciato a segnalare il verificarsi di un numero insolito di casi di bambini colpiti da un’infiammazione sistemica simile alla sindrome di Kawasaki, anche se spesso con sintomatologia incompleta o con qualche variante. In poche settimane ci sarebbero stati tanti casi quanti se ne contano in anni, molti dei quali si sono verificati nelle zone del mondo più colpite dall’epidemia di Covid-19.

In Italia tra i primi a parlarne è stato Angelo Ravelli della Clinica Pediatrica e Reumatologia dell’Istituto Gaslini di Genova, che ha riferito come nel suo istituto nell’arco di 3 settimane siano stati osservati 5 casi, quando in media ne hanno 7-8 all’anno. Stessa situazione segnalata dai pediatri della provincia di Bergamo, che hanno stimato un’incidenza di 30 volte superiore rispetto al passato.

Che il fenomeno possa essere collegato all’infezione da Sars-Cov-2? La domanda è lecita, ma rispondere non è banale.

Un enigma da risolvere

Non tutti i bambini ricoverati, per esempio, sono poi risultati positivi al tampone orofaringeo per Sars-Cov-2, il che significa che l’infezione o non era mai avvenuta o non era più in corso. Alcuni piccoli pazienti, comunque, sono in seguito risultati positivi all’esame sierologico, e dunque sono venuti in qualche modo in contatto con il virus, pur non sviluppando (in linea con le più recenti evidenze epidemiologiche per questa fascia d’età) sintomi evidenti di Covid-19.

Inoltre i pediatri concordano sul fatto che spesso i sintomi di questa condizione infiammatoria sistemica, seppur simili, non siano esattamente sovrapponibili a quelli della sindrome di Kawasaki: mancherebbero all’appello diverse manifestazioni della malattia, mentre dolore addominale, nausea e vomito sarebbero più gravi.

Anche l’età dei pazienti sarebbe diversa rispetto a quella in cui più di frequente si verifica la sindrome di Kawasaki. A ciò si aggiunge il fatto che il trattamento con immunoglobuline in questi nuovi casi sia stato meno efficace del previsto.

Insomma, i dati a disposizione sono ancora molto preliminari e i casi clinici sono ancora discussi più per via informale tra colleghi che raccolti in analisi scientifiche su riviste internazionali. Pertanto qualsiasi conclusione sarebbe prematura: con le informazioni a disposizione oggi non è possibile dire se l’infezione da Sars-Cov-2 sia la causa dello sviluppo della Sindrome di Kawasaki nei bambini, né che la condizione di iperinfiammazione che si sta osservando in questi mesi sia proprio questa sindrome o una diversa con caratteristiche simili.

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