(illustrazione: Getty Images)

Che legame c’è tra condizioni climatiche e diffusione del coronavirus? Nel corso della pandemia il tema è emerso più volte, con più insistenza all’avvicinarsi stagione estiva. Rispondere, azzardando previsioni per quel che sarà, è rischioso, come tutti gli aspetti che riguardano il nuovo coronavirus. Un punto di partenza, come sempre, potrebbe essere quello di guardare ai dati. Ed è quello che ha fatto oggi uno studio pubblicato sulle pagine di Jama.

Prima di entrare nel dettaglio è bene sottolineare alcuni limiti dello studio stesso. I dati in questione coprono un periodo temporale che va da gennaio agli inizi di marzo, quando sì Covid era ormai uscita da tempo dai confini cinesi, ma quando ancora diversi paesi non erano stati colpiti con potenza dall’arrivo del virus. È quindi una fotografia parziale, di un momento – appena prima – in cui non era stata ancora dichiarata la pandemia. Che non tiene conto inoltre, come dichiarato dagli stessi autori, delle diverse misure prese per contenere il virus né delle diverse capacità di testing e riferimento dei test.

Detto questo cosa hanno fatto i ricercatori? Gli scienziati hanno esaminato le condizioni climatiche (latitudine, temperatura e umidità) di 50 città, alcune in cui era stata osservata già una sostanziale diffusione del virus (da loro definita come la presenza di almeno dieci decessi nel paese, come Wuhan, Tokyo, Daegu in Corea del Sud, Qom, in Iran, Milano, Parigi, Seattle e Madrid) e li hanno confrontati con quelle di città non colpite ancora dal virus (dall’America Latina, al Nord Europa, all’Africa, a diverse aree asiatiche. Alcune in paesi che sarebbero poi stati colpiti duramente dal virus, come il Brasile).

Mettendo insieme i dati disponibili per il periodo preso in considerazione gli scienziati hanno osservato che le zone con trasmissioni sostanziale del virus cadevano in una ristretta fascia, nelle latitudini comprese tra 30 e 50 gradi Nord in particolare, ma non solo. Analizzando temperatura e umidità i ricercatori hanno osservato che le città più colpite si raggruppavano intorno a valori relativamente bassi di umidità e temperature comprese indicativamente tra i 5°C e gli 11°C circa. Sulla base di questi dati i ricercatori azzardavano anche alcune previsioni per il resto di marzo e aprile (presumibilmente il paper, pubblicato oggi, è stato elaborato ben prima), ipotizzando che il virus avrebbe colpito le regioni più a Nord del corridoio identificato, comprese per esempio le zone dell’Europea centro-orientale, il Caucaso, parte degli Stati Uniti e il Regno Unito (al momento questi ultimi paesi rispettivamente primo e quarto paese a livello globale per numero di casi), al netto di variabili non considerate, come densità di popolazione, variabilità del virus o misure di contenimento. Parallelamente nelle regioni già colpite sopra i 30 gradi latitudine Nord con l’arrivo dell‘estate Covid-19 potrebbe attenuaarsi, scrivono gli autori.

Secondo i ricercatori, con tutti i limiti del caso, quanto osservato deporrebbe a favore dell’ipotesi di un virus respiratorio con andamento stagionale, come anche altri coronavirus all’origine dei comuni raffreddori, come ipotizzato anche già da diversi esperti, più volte, per esempio, dallo scienziato Guido Silvestri. Il quale, in uno degli ultimi post pubblicati in materia su Facebook, ricorda come il fattore stagionalità vada inteso sotto diversi aspetti, comprendendo le condizioni climatiche sì, ma anche a quelle comportamentali o della fisiologia dell’apparato respiratorio. Ma come si comporterà il Sars-Cov-2, di nuovo, non lo sappiamo, ammettono gli scienziati illustrando diversi possibili scenari. Che non significa smettere di studiarne e predirne il comportamento sulla base dei dati disponibili, perché anche da questo dipenderà l’adozione di misure efficaci di lotta e contenimento.

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