(foto: Mohammad Shahhosseini/Unsplash)

Uno dei temi più ostici da comunicare, da molto prima dell’inizio della pandemia di Covid-19, è l’esposizione al rischio e l’effettivo pericolo a cui siamo esposti in una situazione di emergenza. Si potrebbe dire che la ragione e la scienza impongano di farne una questione anzitutto numerica, di analisi quantitativa e di statistiche, ma è noto da tempo quanto in realtà il tema – soprattutto quando si passa dalle valutazioni tra addetti ai lavori al grande pubblico – sia permeato anche da aspetti legati alla percezione soggettiva, all’emotività e alla nostra innata reazione istintiva dinanzi un potenziale pericolo, che talvolta si traduce in azioni apparentemente irrazionali dettate da distorsioni cognitive di vario genere.

Un tratto comune a molte valutazioni che si leggono online e sui giornali a proposito del rischio vaccinale (e che si sentono anche nel chiacchiericcio collettivo) è il tentare di mettere a confronto i vari vaccini. Non solo in termini di efficacia generale e contro le specifiche varianti, ma pure come incidenza degli effetti avversi più o meno rilevanti che possono fare seguito alla vaccinazione. Così, per esempio, ci si concentra sul fatto che l’una o l’altra formulazione abbia una frequenza un po’ più alta o un po’ più bassa nei rari sintomi collaterali che può determinare: un tema senz’altro importante da monitorare a livello di farmacovigilanza, e tornato alla ribalta proprio negli ultimi giorni dopo le ennesime modifiche alle indicazioni d’uso per il vaccino Vaxzevria di Oxford-AstraZeneca. Ma che potrebbe indurre a pensare che i confronti tra i vaccini siano determinanti, quando invece anche nella peggiore delle ipotesi il rischio in questione è estremamente basso.

Un esempio senz’altro notevole del lavoro di comparazione è quello offerto da Reuters, mentre in altri casi si è preferito concentrarsi sul raffronto generale tra rischio Covid-19 vs rischio vaccinale (qui l’università di Cambridge, per dare un’idea) o ancora su confronto tra rischio di trombosi con e senza vaccinazione. In termini assoluti, comunque, a oggi tanto per il vaccino anglo-svedese quanto per quello targato Johnson & Johnson (che al momento ha indicazioni d’uso diverse, pur non essendo chiaro il perché), le stime di incidenza dei rari effetti collaterali trombotici sono di uno ogni 100mila vaccinati, se non ancora meno.

Ha senso fare confronti con gli altri farmaci?

Un’ulteriore possibilità di confronto, sempre in merito al rischio di effetti avversi, è quella di paragonare i vaccini anti Covid-19 con altri farmaci d’uso comune. Il risultato è presto detto, anche senza scendere nel dettaglio dei numeri: i vaccini sono di gran lunga tra i farmaci più sicuri, sia in generale sia nel caso specifico di quelli contro il Covid-19. E diversi dei più comuni antidolorifici, antipiretici e antinfiammatori hanno un’incidenza di effetti collaterali – anche gravi – ben superiori a quelli di una vaccinazione.

A livello comunicativo, però, spesso questa argomentazione fatica a reggere, perché la tipica obiezione di chi sta esitando nel vaccinarsi è che un conto sono i farmaci che assumiamo quando stiamo male (accettando più di buon grado di correre un rischio, in cambio però di un beneficio percepibile) e un altro sono quelli che hanno uno scopo di prevenzione, che assumiamo quando il problema ancora non si è manifestato. Non che l’obiezione di per sé sia inoppugnabile – il vaccino riduce il rischio di complicanze in chi si contagia con il virus, e il rischio di contagio e senz’altro non trascurabile, anzi purtroppo piuttosto elevato, sul lungo periodo – ma fingiamo di accoglierla.

Una delle eccezioni a questa empasse comunicativa sono gli anticoncezionali a uso femminile, che certo di norma non sono farmaci da malati eppure hanno già dimostrato di avere una certa correlazione con gli eventi tromboembolici stessi: non uno su 100mila come i vaccini anti Covid-19, ma tra 3 e 9 ogni 10mila, o per lo meno superiore a 2 ogni 10mila secondo un mastodontico studio del British Medical Journal del decennio scorso. Ciò ovviamente non significa sia una cattiva idea assumere un anticoncezionale (e ci mancherebbe), ma che dal punto di vista degli effetti avversi più seri il rischio che si corre è più elevato di almeno dieci volte rispetto a quello della vaccinazione.

Più che il vaccino, la lampadina e il bagno in mare

Ricapitolando: può non bastare sostenere che il rischio nel vaccinarsi sia molto inferiore a quello della malattia da cui protegge; può non bastare mostrare che il vaccino abbia un livello di rischio molto inferiore a farmaci di uso comune; può non bastare confrontare l’incidenza di determinati effetti avversi con quelli che si manifestano comunque nella popolazione generale; e può non bastare dare i numeri assoluti di questi rischi (specificando, per esempio, che solo in un caso ogni tre la trombosi determinata dal vaccino si traduce in un esito clinico fatale, e che se anziché ragionare sui ventenni passiamo ai cinquantenni il rischio di trombosi è ulteriormente ridotto a un terzo). Ma che dire dei rischi che, da persone sane, corriamo quotidianamente nel fare le nostre attività di routine, e che numeri alla mano sono assai più problematiche del sottoporci a vaccinazione?

Facciamo qualche esempio. Sempre riferito a 100mila persone, secondo il Winton Centre for Risk and Evidence Communication e un’analisi della Bbc, il rischio annuale di morire d’incidente d’auto è stimato è a quota 38 per i giovani e 23 per le persone di mezza età (contro 11 e 4 nel caso del vaccino AstraZeneca). Di morire per un qualunque tipo di incidente oscilla tra 110 e 180 ogni anno, e solo nel caso delle morti a causa di un fulmine abbiamo un altro 1 da aggiungere ogni anno. Il rischio di non sopravvivere alla vaccinazione, detto altrimenti, è paragonabile a quello di essere vittima di un omicidio nei prossimi 30 giorni, o a quello che si corre nel fare un tragitto in macchina di 400 chilometri.

Addirittura, in molti casi, anche nel momento stesso in cui si è al centro vaccinale per l’iniezione si è più al sicuro che altrove, mura di casa incluse. Per esempio, statistiche in pugno, il rischio di morire salendo su una scala domestica a tre gradini per ordinarie operazioni di manutenzione (come cambiare una lampadina) è 9 volte superiore a quello della vaccinazione se si è donna, e 37 volte se si è uomo, tenendo conto della probabilità di cadute accidentali e del rischio di restare folgorati con la presa elettrica. La probabilità di morire di vaccino anti-Covid è grossomodo la metà di quella di essere uccisi dal proprio partner in un paese occidentale, e grossomodo è la metà pure rispetto a quella di morire annegati (per malore o altro) durante ogni singolo bagno in mare.

Ogni tragitto in bicicletta ha un rischio di esisto fatale rispetto a una dose di vaccino anti-Covid a vettore virale di 2,5 volte più alto, e lo stesso vale in media per ogni giornata trascorsa sul luogo di lavoro. Facendo confronti con altre statistiche di lunga data, il rischio di vaccinarsi corrisponde a quello di percorrere 16mila chilometri in aereo, o 100mila in treno, a un paio di viaggi in deltaplano, a passeggiare per un totale 270 chilometri (non tutti in una volta) o a percorrere 95 chilometri in moto. Ancora, in termini indiretti e per esempio tramite le malattie che possono determinare, un vaccino corrisponde al rischio di fumare 14 sigarette o bere 5 litri di vino.

A conti fatti, una persona che conduce una vita a tutti gli effetti media (niente sport estremi, niente eccessi di alcol, fumo, droghe o cibi spazzatura, niente attività lavorative particolari, stravizi o inutili azzardi) ha un rischio di morire per ogni settimana in cui semplicemente vive – ossia si alza dal letto e intraprende la propria giornata – pari al doppio di quello che si corre vaccinandosi. La percezione del rischio resterà comunque soggettiva, ma non vaccinarsi per timore degli effetti avversi ha razionalmente poco senso se si intende comunque continuare a condurre una vita che non sia solo da sdraiati sul materasso, e che contempli per esempio di spostarsi, di lavorare, di assumere qualche farmaco al bisogno, di convivere con il proprio partner o di andare in vacanza.

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