(foto: Shai Pal/Unsplash)

Lo avevano detto in molti, lo avevamo ricordato anche noi: Israele era un caso più che interessante per capire l’efficacia delle vaccinazioni, più del Regno Unito. Per una serie combinata di fattori. La disponibilità di vaccini da una parte certo e l’avvio precoce della campagna, a ridosso della loro approvazione (soprattutto Pfizer, ma non solo). Ma anche le dimensioni ridotte del paese, e ancora un sistema organizzato, in gran parte digitalizzato, che ha accelerato la somministrazioni dei vaccini. Il risultato è che a oggi Israele svetta in testa ai paesi per numero di vaccinazioni in riferimento alla popolazione. Oltre il 55% ha ricevuto almeno una dose di vaccino, e circa il 40% della popolazione è completamente vaccinata, circa l’80% di quella over 60 (dati Our World in Data). E gli effetti di questa estesa campagna di vaccinazione cominciano a vedersi, assicurano da Israele.

Lo ha ricordato Ran Balicer, Senior Advisor del governo israeliano e Chief Innovation Officer della cassa mutua israeliana Clalit, durante una conferenza internazionale dedicata proprio alla campagna vaccinale israeliana. Lo ha fatto presentando i dati – già pubblicati – sull’andamento delle infezioni dopo l’avvio della campagna vaccinale. Dati di real world che replicano in parte quanto osservato negli studi clinici: se infatti quello che ha portato all’approvazione del vaccino di Pfizer-BioNTech parla del 95% di efficacia nel ridurre i sintomi della malattia, i dati raccolti nel paese non sono da meno, ha mostrato Balicer, illustrando il lavoro che lo vede tra i firmatari e pubblicato sulle pagine del New England Journal of Medicine.

Lo studio condotto alla Clailit, ha spiegato Balicer, è stato in grado di replicare lo stesso risultato nel real world, con una riduzione del 94% delle infezioni sintomatiche e del 92% delle forme gravi di malattia. Uno studio in cui sono stati messi a confronto circa 600 mila persone vaccinate matchate perfettamente (per età, sesso e condizioni cliniche) con altre 600 mila che non avevano ricevuto il vaccino, e che proprio per questo a differenza degli studi aggregati sulle popolazione permette di poter estrapolare informazioni sull’efficacia del vaccino stesso, separate da quelle di altre misure, come il lockdown. Indirettamente però anche l’andamento dei casi gravi e delle ospedalizzazioni nelle popolazioni più a rischio – quelle più anziane – possono dare qualche indizio, più che quello delle infezioni (dal picco degli ottomila della terza ondata le infezioni giornaliere sono circa 4000 nel paese). E anche in questo caso i dati sembrerebbero incoraggianti, come sottolineato anche dagli scienziati nostrani, che da tempo invocano pass spedito nelle vaccinazioni.

Ancora una volta sono i dati raccolti da Our World In Data a fotografare la situazione nel paese (fermi a qualche giorno fa però), e mostrano una diminuzione dei casi di malattia gravi tali da richiedere un ricovero in ospedale. Con un declino che ha interessato prima la popolazione più anziana, che ha ricevuto i vaccini per prima, poi ha cominciato a interessare anche quella più giovane, ha notato Balicer. In realtà, anche considerando che i dati sono fermi a qualche giorno fa, i alcune categorie – come gli under 60 – l’andamento non è (perlmeno non ancora) così pronunciato. Anche il numero dei decessi dal picco di gennaio è in diminuzione, e si è ridotto di circa un terzo.



Non si è trattato di un processo facile. La campagna di vaccinazione ha richiesto, come prevedibile, come accade ovunque, una buona dose di logistica, ammettono gli esperti. Far affidamento su un processo altamente digitalizzato, che ha permesso di individuare facilmente chi doveva ricevere la vaccinazione, ha sicuramente aiutato, ha spiegato Balicer, aggiungendo come un chiaro e trasparente sistema di comunicazione sulla popolazione via via eleggibile (a cominciare dal criterio dell’età oltre che la classe del personale sanitario) abbia di certo contribuito alla campagna stessa. Concetto su cui Balicer ha puntato l’accento, anche per quel che riguarda la lotta all’esitanza vaccinale: “Quando non sappiamo qualcosa non diciamo non preoccupatevi, diciamo non lo sappiamo, e spieghiamo come sono state prese le decisioni in una condizione di incertezza…questo aiuta a creare un sentimento di fiducia”.

Se da più parti – e non solo da Israele – arrivano dati incoraggianti che suggeriscono come correre con le vaccinazioni possa portare a dei benefici, lo scopo ancora oggi non può considerarsi quello di limitare la diffusione della malattia o di raggiungere l’immunità di gregge nei prossimi mesi, ha detto Balicer. Non può essere questo lo scopo non solo perché sulla reale efficacia dei vaccini attualmente disponibili nel bloccare la trasmissione non esistono dati certi, ma anche perché si tratta di un traguardo irraggiungibile dal momento che una grossa fetta stessa della popolazione non è eleggibile, in virtù del fatto che parliamo di ragazzi sotto i 16 anni per i quali non esistono vaccini testati e approvati. Certo però: i benefici attesi, e in parte osservati, con campagne di vaccinazione di massa potranno auguratamente portare a guardare oltre, a nuove riaperture per esempio.

È così che Israele procede con cautela e soprattutto gradualmente, come ha ribadito anche Sharon Alroy-Preis, Public Health Services Head presso il ministero della Salute israeliano intervenuta alla conferenza, a riaprire. La prossima settimana, hanno ricordato gli esperti, dovrebbere per esempio riaprire i ristoranti. E le riaperture si accompagneranno non solo al mantenimento delle misure di distanziamento e mascherina ma vedranno l’utilizzo anche di un cosiddetto Green Pass. Una sorta di chiave di ingresso per luoghi pubblici che viene rilasciata alla persone che hanno già avuto un’infezione da coronavirus e sono state vaccinate (nel primo caso con validità di sei mesi dalla seconda dose o fino alla fine del prossimo giugno nel secondo).

Una scelta comunque rischiosa e prematura quella delle aperture anticipate a dispetto degli elevati tassi di vaccinazione, commenta sulle sue pagine social il neurobiolgo Giorgio Gilestro dell’Imperial College London, attento osservatore della situazione. Soprattutto di fronte al timore delle varianti.

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