(foto: Adria Crehue Cano/Unsplash)

Che i quattro vaccini contro Sars-Cov-2 oggi a disposizione in Italia non siano usati in ugual modo è una questione ormai nota da tempo. I due vaccini a rna messaggero (Pfizer-Biontech e Moderna) sono impiegati su larga scala, mentre sono sempre meno le persone a cui vengono iniettati i vaccini a vettore virale di AstraZeneca e Janssen (Johnson & Johnson), sia perché questi ultimi sono raccomandati solo per chi ha almeno 60 anni, sia perché molte regioni stanno di fatto optando per l’mRna in tutte le fasce d’età.

I numeri parlano chiaro: nel periodo di massima fiducia e utilizzo si era arrivati per AstraZeneca a una media di oltre 50mila somministrazioni al giorno, con qualche punta anche sopra quota 100mila. Ma dopo lo stop per gli under 60 la quantità è scesa in modo vertiginoso, fino ad appena mille dosi giornaliere, per poi calare ulteriormente nel pieno dell’estate fino a poche centinaia, a volte decine. Un trend del tutto analogo è stato seguito dal vaccino Janssen, peraltro con numeri ancora più bassi poiché la campagna vaccinale ha subìto un duro colpo (anche mediatico e di percezione pubblica) appena qualche settimana dopo l’arrivo delle prime importanti forniture.

Anche se sulla carta la campagna vaccinale con i vaccini a vettore virale potrebbe continuare per gli ultrasessantenni – mancano all’appello delle vaccinazioni quasi due milioni di italiani – di fatto il vaccino AstraZeneca a partire dall’11 giugno è stato impiegato quasi esclusivamente per le seconde dosi, e con una buona parte delle persone con la prima dose già ricevuta che invece ha optato per il proseguimento eterologo. Nel caso di Janssen, la formulazione monodose ha fatto sì che la sospensione delle somministrazioni sia stata fin da subito pressoché totale. Diverse regioni, peraltro, hanno pubblicamente annunciato lo stop definitivo ai vaccini a vettore virale dopo aver terminato le seconde dosi ancora in sospeso.

Di fronte a questo scenario, così profondamente diverso rispetto ai primi mesi di quest’anno, quando le dosi di AstraZeneca andavano letteralmente a ruba e i paesi cercavano di accaparrarsene quante più possibile (l’Unione europea ha persino fatto causa alla casa farmaceutica), ora il problema è come gestire i quantitativi in eccesso. Perché tra fiale già ricevute ma ancora inutilizzate, e altre che sono già state prenotate e dovrebbero arrivare a breve, il rischio è che il tutto si traduca in un gigantesco spreco. Non tanto e non solo di denaro pubblico, ma anche di opportunità di salute di cui in altre parti del mondo c’è urgente bisogno.

Di quante dosi parliamo

Se fino a qualche mese fa le dosi erano così ambite che si facevano conti precisi e certosini sulle forniture e per la distribuzione, ora per AstraZeneca e Janssen c’è una tale abbondanza che è difficile persino stimare a quanto ammonti. In particolare, non è chiaro quante dosi siano attualmente stipate nei vari frigoriferi a livello regionale, ma per esempio è noto che complessivamente sono già state restituite dalle regioni alla struttura commissariale circa 315mila dosi Janssen prossime alla scadenza, che non sarebbero certo state utilizzate in tempo.

Solo tra luglio e settembre, stando ai contratti europei e alle informazioni fornite a suo tempo dal governo, AstraZeneca dovrebbe fornire all’Italia 26 milioni di dosi del proprio vaccino, a cui aggiungerne altri 15,9 milioni di Janssen. Tra ottobre e dicembre non è chiaro quanto AstraZeneca ci spetti, ma in ogni caso sono previsti altri 3,3 milioni di dosi Janssen.

Infine, a oggi tra vaccini consegnati e vaccini somministrati, risulta una differenza di circa 9 milioni di dosi, ma questa quantità include anche quelli a mRna. Mettendo insieme tutto quanto, possiamo dire che avremo entro fine settembre un esubero di almeno 42 milioni di dosi di vaccini a vettore virale, che diventeranno almeno 45 milioni prima della fine dell’anno.

Le proposte su cosa fare

Di base, non ci sono molte cose che un sistema sanitario regionale o nazionale possa fare con delle dosi di vaccino: utilizzarle in tempo utile prima della data di scadenza, conservarle fino al momento della scadenza per poi buttarle, oppure ancora trovare il modo di farle arrivare (rivendendole o più probabilmente donandole) dove c’è qualcuno pronto a farsele somministrare. Una quarta possibilità, o meglio un piccolo escamotage aggiuntivo, è di prolungare la scadenza dei vaccini (seppure di poco), in modo da guadagnare tempo per le operazioni logistiche di ridistribuzione.

La questione della scadenza ravvicinata, oltre a rendere il tutto più urgente perché si tratta di appena 6 mesi per AstraZeneca e addirittura 4 per Janssen, è anche complessa dal punto di vista comunicativo, perché pure laddove i vaccini scarseggiano le persone sono poco propense a farsi iniettare vaccini a scadenza prolungata, e ci sono state persino (ingiustificate) preoccupazioni per i vaccini che sono semplicemente vicini alla scadenza, seppure ancora entro la data limite stabilita.

E se per le dosi già distribuite capillarmente sul territorio il recupero è complesso, si può perlomeno accorciare la filiera nel caso delle dosi ancora da consegnare: l’opzione della donazione, infatti, diventa ancora più sensata se viene svolta quando le forniture di vaccini sono accentrate.

La strategia italiana

Di fronte all’evidente disparità a livello globale nell’avanzamento della campagna vaccinale – la Commissione europea ha annunciato il traguardo del 70% di adulti vaccinati nell’Unione, mentre in quelli a basso reddito siamo sotto il 2% – la linea d’indirizzo dettata dalla politica italiana non può che essere quella di ridistribuire le dosi che nel nostro paese non avrebbero buona sorte verso gli stati che ne hanno più bisogno. Sul “come”, però, restano ancora diversi punti interrogativi.

Sappiamo che nel mese di agosto l‘Italia ha donato 1,4 milioni di dosi AstraZeneca alla Tunisia, e secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio il nostro paese donerà almeno 15 milioni di altre dosi entro fine anno. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha invece parlato lo scorso fine settimana del programma Covax Facility sostenuto dai paesi del G20 (Italia inclusa), che è arrivato finora a 210 milioni di dosi donate e ha la prospettiva di raggiungere presto quota 400 milioni. A gestire la ricezione dei vaccini per l’Africa è in particolare l’Avatt (Africa Vaccine Acquisition Task Team).

Sappiamo anche che tra i potenziali destinatari delle dosi italiane ci sono paesi come Albania, Libia, Yemen, Libano, Indonesia e Kosovo, ma non è al momento chiaro se si tratterà dei vaccini AstraZeneca o Janssen, se si stia parlando delle dosi già ricevute o di quelle che risultano ancora in consegna, né di quali siano tempi e modi di queste ridistribuzioni. Infine, parrebbe esserci una certa discrepanza tra le dosi che si prevede di donare e quelle che si prevede di ricevere, sempre che non si trovi un modo a livello europeo di sospendere i nuovi approvvigionamenti.

Storie dal mondo e vaccini sprecati

Quel che è certo è che l’Italia non si trova affatto in una situazione eccezionale, ma anzi condivide un problema che riguarda molti altri paesi ricchi. Gli Stati Uniti, che hanno un esubero enorme, hanno cercato di prendere tempo decidendo d’ufficio di estendere la durata dei vaccini Janssen di 6 settimane. Il Canada l’ha prolungata di 4. Alcuni stati come i Paesi Bassi hanno optato invece per la scelta più radicale di gettare via i vaccini avanzati, e secondo un articolo di denuncia apparso sul British Medical Journal lo scorso 25 agosto hanno fatto lo stesso Germania, Regno Unito, Polonia, Canada, Lituania, Romania e Israele. Gli Stati Uniti hanno acquistato e (quasi del tutto) ricevuto dosi per 4 richiami a testa, salvo poi rendersi conto che ormai stanno per scadere. Dalle cronache locali risultano già cestinate centinaia di migliaia di dosi.

Alcuni paesi, anche se con una campagna vaccinale appena iniziata, hanno rifiutato di ricevere dosi troppo prossime a scadenza, per una questione di principio (o politica) oppure perché impossibilitati di distribuirle internamente in tempi utili. Altri come il Malawi hanno organizzato eventi ad hoc per dare fuoco ai vaccini ricevuti in dono ma scaduti, anche per rassicurare la popolazione interna che non sarebbero stati somministrati farmaci oltre la data di scadenza.

Al di là dei singoli casi, il timore è che la macchina della solidarietà per la donazioni delle dosi che i paesi ricchi non vogliono sia poco efficiente. E che il grosso dei problemi e degli sprechi debba ancora arrivare, con una portata travolgente che si potrebbe concretizzare proprio nei mesi rimanenti del 2021 (quando scadranno le dosi distribuite tra fine primavera e inizio estate) e a inizio 2022 (quando scadranno quelle prodotte in queste settimane). Così che oltre allo spreco economico si vada ad aggiungere quello in termini di contributi di salute, rallentando il percorso mondiale verso l’uscita dalla pandemia.

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