(foto: Marilia Kimie Shimabukuro/Getty images)

Entusiasmo, cautela e infine diffuso scetticismo, se non addirittura resa. Quella dell’idrossiclorochina è stata quella che a oggi potremmo definire una parabola discendente. Agli inizi della pandemia l’ipotesi di poter utilizzare dei vecchi farmaci come clorochina e idrossiclorina appunto, era apparsa interessante per diversi motivi. La possibile attività dei farmaci contro il nuovo coronavirus suggerita da alcuni medici e analisi precliniche, con l’ipotesi di un’attività antivirale avanzata già ai tempi della Sars, unito al fatto che stessimo parlano di medicinali vecchi ed economici (e usati anche nelle malattie autoimmuni, come lupus e artrite reumatoide) aveva acceso gli entusiasmi. Anche troppo, con il presidente Trump che aveva dichiarato di assumere idrossiclorochina a scopo preventivo.

Tutto questo accadeva in un periodo – a cavallo di aprile e maggio – in cui in realtà gli antimalarici nella lotta al Covid erano visti dalla comunità scientifica solo come un potenziale trattamento. Non esistevano allora evidenze certe della loro efficacia sia a scopo preventivo che terapeutico. Non esistevano in sostanza un razionale e prove di efficacia così forte da giustificare gli entusiasmi, già allora. Tanto che anche l’Aifa era intervenuta in materia: a dispetto dell’ingresso degli antimalarici nella pratica clinica, le evidenze sulla loro efficacia erano incomplete, spiegava, “è urgente uno studio randomizzato che ne valuti l’efficacia clinica”. E gli stessi medici nostrani dopo i primi momenti cominciavano a dichiararsi meno entusiasti rispetto all’uso dell’idrossiclorochina.

Nel mentre però, accanto alle esperienze riportate dalla pratica clinica, ai problemi su alcune ricerche, sono arrivati anche i risultati degli studi allestiti in questi mesi per rendere più complete le evidenze sulla possibile efficacia dell’idrossiclorochina. E non solo ridimensionano gli entusiasmi, ma li smorzano sostanzialmente. Lo ha fatto, solo pochi giorni fa anche l’immunologo Anthony Fauci, che intervistato da Andrea Mitchell della Msnbc sul tema, ha detto: “I dati scientifici, i dati cumulati sui trial, vale a dire delle sperimentazioni cliniche che sono state randomizzate e controllate a dovere, tutti hanno mostrato consistentemente che l’idrossiclorochina non è efficace”.

Le speranze sull’idrossiclorochina hanno cominciato a essere ridimensionate agli inizi di giugno, con l’arrivo dei risultati da alcuni sperimentazioni allestite per indagare il potenziale del farmaco nella lotta a Covid-19. Alcuni di questi arrivavano dal trial clinico lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Solidarity. In mancanza di evidenze sulla capacità dell’idrossiclorochina di ridurre la mortalità nei pazienti ricoverati per Covid, l’Oms aveva deciso di interrompere questo braccio di trattamento. Pochi giorni prima agli stessi risultati erano arrivati gli esperti del trial britannico Recovery: nessun beneficio clinico per i pazienti ospedalizzati. Nel giro di qualche giorno invece alle stesse conclusioni sarebbero arrivati i clinici dell’Orchid Study oltreoceano: nessun beneficio rispetto al placebo per i pazienti ospedalizzati.

Nel mentre anche la Food and Drug Administration ha revocato l’uso emergenziale degli antimalarici concesso a livello ospedaliero per i pazienti che non potevano essere inclusi nelle sperimentazioni cliniche alla luce di mancanze di prove di efficacia. Anche l’Aifa, ancora prima, aveva sospeso (e poi confermato) l’uso dei farmaci al di fuori delle sperimentazioni cliniche, tanto in ambito ospedaliero che domiciliare. A tutto questo si aggiungevano anche i dati di altre sperimentazioni cliniche randomizzate che avevano mostrato come l’idrossiclorochina non aiutasse né a livello profilattico somministrata post-esposizione né per velocizzare la negativizzazione dei pazienti. Lo scriveva pochi giorni fa in un editoriale su Annals of Internal Medicine Neil W.Schluger del New York Medical College, facendo il bilancio di quella che chiama la “saga dell’idrossiclorochina e Covid-19”.

L’occasione, per Schluger, è stata la pubblicazione di un nuovo studio secondo cui l’idrossiclorochina non aiutasse a ridurre i sintomi in pazienti con forme lievi della malattia, non ospedalizzati (pur con tutti i limiti dello studio stesso, che per esempio per mancanza di capacità di test ha potuto testare solo una parte della popolazione coinvolta). L’ultimo capitolo di una saga ormai da considerare praticamente finita, scrive Schluger, tra le voci critiche di chi considera l’idrossiclorochina ancora un’opzione valida, magari usata precocemente, nei pazienti a più alto rischio, a diverse dosi, o in combinazione con lo zinco. “È tempo di voltare pagine sull’idrossiclorochina”, conclude Schluger nel suo editoriale. Dove liberamente spiega come il fallimento di un farmaco all’interno delle sperimentazioni sia tutt’altro che eccezionale, avviene di frequente, e rappresenta solo il modo stesso in cui funziona la scienza. Metodo sfidato, in tempi di pandemia, da non poche difficoltà, argomenta l’esperto, a partire da quelle per allestire sperimentazioni cliniche, alla diffusione di risultati preliminari e incompleti su questo o quel trattamento, al desiderio – in parte comprensibile – di voler credere che qualcosa possa funzionare. Tutti: pazienti, medici e politici, scrive.

Dello stesso parere di Schulger è anche lo Scientific Medical Policy Committee dell’American College of Physicians che passando in revisione le evidenze nel campo ha dichiarato – e ribadito – come a oggi non ne esista a favore per giustificare l’uso dell’idrossiclorochina e clorochina da sola o in combinazione con azitromicina per prevenire la malattia dopo infezione né tantomeno per trattarla. Perché a fronte di rischi noti – come quelli cardiaci – mancano prove di efficacia, si legge ancora.

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