Lui l’ha chiamata con poca cavalleria “la signora del Sacco”, lei ha risposto piccata, ma da vera signora, con un laconico “lasciamo alla sua gloria”. Nei giorni scorsi, tra il virologo Roberto Burioni e la collega Maria Rita Gismondo dell’ospedale Sacco di Milano, in prima linea contro il nuovo coronavirus, sono volati gli stracci. La disputa verteva sulla pericolosità della Covid-19, paragonata da Gismondo all’influenza stagionale e da Burioni alla pandemia di Spagnola che nel 1918 fece decine di milioni di morti, ma su cui gravano ancora molte incertezze, al punto che è arduo stabilire chi si avvicini di più alla realtà.

Dopo le scuse di Burioni, la contesa sembra destinata a continuare in libreria, perché entrambi i duellanti sono autori di un instant book sulle epidemie già in stampa. Per la gioia degli editori, grati per quest’inaspettata campagna di marketing che qualcuno si è già divertito a definire virale. A perderci è invece la comunità scientifica, che con il susseguirsi di episodi simili rischia di apparire divisa e litigiosa, per di più in un momento in cui la gente è già abbastanza confusa e preoccupata.

Fuori dalla torre d’avorio

Chissà se la Royal Society aveva messo in conto un epilogo del genere quando, a metà degli anni Ottanta, in un rapporto destinato a diventare celebre, invitò ricercatori ed esperti a uscire dalla torre d’avorio per aprire un dialogo con l’opinione pubblica. “Il nostro messaggio più urgente è diretto agli scienziati: imparate a comunicare con il pubblico, siate disposti a farlo e considerate vostro dovere farlo”, esortava allora la più antica e prestigiosa associazione accademica del mondo. L’impressione è che oggi servirebbe un appello a darsi una calmata.

Per carità, ben vengano gli esperti capaci di parlare al pubblico. Negli ultimi tempi un nutrito manipolo di ricercatori con le mani in pasta in diverse discipline ha animato discussioni di grande interesse e utilità sui social media. Che si parlasse di accordi sul clima, incendi in Amazzonia o, appunto, dell’emergere del nuovo coronavirus, hanno saputo spiegare con parole semplici ma senza rinunciare al rigore cosa diamine stesse accadendo là fuori. Mettendo a disposizione il loro tempo e le loro competenze, hanno offerto anche ai non esperti la possibilità di orientarsi nella complessità in cui siamo immersi.

E se in tempo di pace è tutto oro che cola, nel bel mezzo di una controversia, o peggio ancora di un’emergenza, la faccenda però cambia, e non poco. Quando il gioco si fa duro, sono le istituzioni deputate a gestire e comunicare il rischio che devono condurre la partita. Serve un punto di riferimento credibile e autorevole, per offrire informazioni in modo tempestivo, coordinato e coerente, nonché per parlare ai cittadini in modo diretto e, per quanto possibile, con una voce unica. Se non accade, il vuoto lasciato dalle istituzioni è inevitabilmente colmato da qualcun altro. E qui iniziano i guai, perché le voci si moltiplicano, e non importa quanto siano autorevoli, se poi appaiono in aperto contrasto fra loro. Anzi, non c’è nulla che disorienti di più del vedere due esperti litigare in pubblico durante un’emergenza.

Il palcoscenico vuoto

Lunedì scorso la nomina a consigliere del ministero della Salute di Walter Ricciardi, esperto stimato e membro dell’Organizzazione mondiale della sanità, seppure giunta con molto ritardo, ha messo una toppa. C’è da dire però che fino al giorno prima Ricciardi non aveva risparmiato critiche al governo per avere sospeso i voli dalla Cina, una scelta definita “senza base scientifica”. E che, peggio ancora, ha impedito di tracciare gli arrivi dalla Cina, perché a quel punto i viaggiatori hanno cominciato a entrare in Italia facendo scalo altrove, vanificando così la possibilità di intercettare eventuali persone contagiate. Una decisione che, consigliere o non consigliere, il premier Giuseppe Conte continua invece a difendere. Ma se alle schermaglie politiche abbiamo ormai fatto il callo, agli insulti fra scienziati, sebbene non proprio inediti – già ai tempi dell’incidente di Chernobyl volarono parole grosse tra fisici a favore e contro il nucleare – siamo meno abituati, cosicché lasciano un sapore più amaro in bocca.

Anche qui, intendiamoci: le dispute sono il sale della scienza. Ma un conto è se restano confinate tra le pagine delle riviste di settore o nelle salette dei convegni per specialisti, un altro se si svolgono nell’arena dei social media o nei salotti televisivi. Peraltro i luoghi peggiori dove comporre una controversia, giacché i mass media tendono a esaltare ciò che differenzia e non ciò che accomuna le diverse posizioni, finendo per polarizzare ancor di più il dibattito. Insomma, un conto è prendersi a cuscinate fra le mura domestiche, un altro è darsele di santa ragione nella piazza del paese con due ali di folla che fanno il tifo per questo o per quella. Tanto più che, a differenza di quanto accade nell’arena politica, nel dibattito scientifico non è sufficiente esprimere le diverse posizioni, occorre anche stabilire chi ha torto e chi ha ragione, compito difficile da sbrigare nello spazio di un talk show o con uno scambio di tweet al veleno, soprattutto quando le conoscenze disponibili sono ancora incomplete e le evidenze scientifiche incerte.

Il rischio è che, in questa corsa alla visibilità mediatica, la comunità scientifica finisca per apparire sempre più divisa, rissosa e, ahimè, vanitosa. Ecco, almeno nella scienza, di primedonne faremmo volentieri a meno. Figuriamoci poi durante una crisi come questa, dove la confusione già basta e avanza. La colpa però non è dei medici e dei ricercatori prestati alla comunicazione. Tocca alle istituzioni non lasciare ad altri il centro del palcoscenico e svolgere quel ruolo guida che è cruciale già in tempo di pace, quando occorre coltivare il legame di fiducia e il dialogo diretto con la cittadinanza, e diventa addirittura vitale durante l’emergenza, quando bisogna offrire ai cittadini l’unico antidoto contro l’incertezza: l’accesso tempestivo a informazioni chiare, aggiornate, trasparenti, verificate e di pubblica utilità. È così che ci si vaccina contro l’infodemia e che si rafforza la resilienza della società verso le epidemie.

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