(foto:Michael Kovac/Getty Images)

“Credo che nessuno si aspettasse che fossimo già a questo punto”, ha affermato Evan Spiegel parlando con il Financial Times sul finire di maggio. Il fondatore di Snapchat, classe 1990, aveva infatti appena presentato la nuova versione degli Spectacles, gli occhiali fino a ieri dotati soltanto di videocamera – e noti più che altro per aver venduto pochissimo – ma che oggi sono i primi occhiali dall’aspetto (quasi) normale a offrire applicazioni in realtà aumentata.

Perché è una novità così importante? Le ragioni sono due: tutti i colossi del digitale ritengono che i visori in realtà aumentata siano la prossima grande innovazione tecnologica; fino a questo momento, però, tutti i dispositivi esistenti – dai Google Glass a Magic Leap One – avevano scarse funzionalità oppure erano talmente ingombranti da essere inutilizzabili nella vita quotidiana.

Gli Spectacles appena presentati – ancora non in vendita al pubblico – sono invece il primo tentativo di unire le potenzialità della realtà aumentata (che sovrappone il mondo digitale a quello fisico, permettendo per esempio di proiettare le indicazioni di Google Maps direttamente sulla strada) a un design accattivante e che si può indossare con nonchalance. Evan Spiegel, insomma, ha deciso di scommettere su un futuro in AR (augmented reality) e procede imperterrito per la sua strada nonostante fino a oggi gli Spectacles siano stati un colossale flop

D’altra parte, Spiegel non è uno abituato a fare marcia indietro e soprattutto ha estrema fiducia nelle sue intuizioni. E non a torto: “Non abbiamo più bisogno di catturare il ‘mondo reale’ e ricrearlo online”, aveva per esempio spiegato durante un discorso tenuto già nel 2014. “Noi semplicemente viviamo e comunichiamo allo stesso tempo”. Così, sette anni fa e in anticipo persino sui massimi teorici della tecnologia, Spiegel aveva sintetizzato l’evoluzione del nostro rapporto con il mondo digitale e di internet. Non più un ambito separato da quello fisico (o “reale”), ma che è tutt’uno con esso.

Un’intuizione che, più o meno consciamente, ancora prima era stata alla base della nascita di Snapchat. Basta con le immagini attentamente curate che riproduciamo su Instagram o Facebook: l’innovazione di Snapchat, lanciato nel 2011, era di spronare gli utenti a catturare qualunque momento della loro vita, senza pensarci su più di tanto, in maniera istantanea e spontanea: tanto sarebbe tutto scomparso nel giro di 24 ore. Non solo: Snapchat è stato anche il primo a puntare esplicitamente sui video verticali, adattandoli a come naturalmente teniamo in mano il telefono e inaugurando una tendenza che oggi sta diventando la nuova norma.

Tutto ciò, come nelle più classiche storie della Silicon Valley, ha origine all’università. Per la precisione, alla prestigiosa università di Stanford, dove tanti protagonisti della scena tech hanno mosso i primi passi. È qui che Spiegel, nato a Los Angeles da una coppia di avvocati di successo, inizia a mettere assieme qualche progetto legato al mondo online assieme a Bobby Murphy, amico e compagno della confraternita universitaria Kappa Sigma. Nella primavera del 2011 è però un terzo membro, Reggie Brown, ad avere la giusta intuizione, segnalando ai due soci quanto desiderasse che si potessero inviare fotografie e video in grado di sparire poche ore dopo

Tra i tre compagni di confraternita scatta qualcosa: capiscono che questa è un’idea sulla quale si può lavorare e si mettono al lavoro. Trascorrono il mese di giugno nella casa dei genitori di Evan a Pacific Palisades, località sul mare a due passi da Santa Monica. È qui che progettano la loro applicazione. Nel mese di luglio è pronta una prima versione di ciò inizialmente viene battezzato Picaboo: un’app che permette agli utenti di inviare foto che spariscono poco dopo. 

Arriva agosto e già tra i tre fondatori l’armonia si è rotta: Spiegel e Murphy decidono di fare fuori dal gruppo Reggie Brown e di cambiare parzialmente il progetto e il suo nome, che diventa infatti Snapchat. La risposta di pubblico iniziale è tiepida, ma poi qualcosa inizia a muoversi: l’applicazione raggiunge i 20mila utenti nel gennaio 2012 e supera i 100mila ad aprile. Per coprire le spese dei server, i due fondatori ricevono un finanziamento di quasi 500mila dollari da una società di venture capital: Lightspeed Ventures. 

È il segnale che il loro progetto si sta trasformando in realtà e che Evan Spiegel, a 22 anni, ha ottenuto il suo primo lavoro: CEO di Snapchat (mentre Bobby Murphy ne è ancora oggi CTO). La mossa successiva è quella di abbandonare l’università (a poche settimane dalla laurea) e di concentrarsi esclusivamente sul nuovo social network, che col passare dei mesi inizia a diventare un fenomeno che cattura l’attenzione degli utenti più giovani. 

Nei primi mesi del 2014 Snapchat supera la quota simbolica di 50 milioni di utenti attivi ogni giorno, meno di due anni dopo supera i 100. Nel 2016, la società appena ribattezzata Snap Inc. rivela di avere prodotto ricavi per 400 milioni di dollari. Pochi mesi dopo fa il suo sbarco trionfale alla borsa di Wall Street. Ma è qui che le cose iniziano ad andare storte. Nell’agosto 2017, alla prima trimestrale di Snapchat, si intuisce che il social non sta funzionando quanto atteso: gli utenti non crescono abbastanza e nemmeno i ricavi. Il prezzo delle azioni crolla dai 27 dollari di marzo fino a 12. 

Che cos’è successo? La ragione la potete facilmente intuire, perché è ciò a cui molto probabilmente dedicate una parte delle vostre giornate: Instagram, di proprietà di Facebook, ha infatti nel frattempo copiato completamente l’idea alla base di Snapchat – foto e video che spariscono nel giro di 24 ore – e l’ha introdotta nella sua app, dando così vita al clamoroso successo delle Storie di Instagram e ostacolando la crescita di Snapchat.

Se volete, è un po’ la vendetta di Zuckerberg, che già nel 2013 aveva provato a comprare Snapchat per 3 miliardi di dollari sentendosi opporre un rifiuto: “Ci sono poche persone al mondo che possono creare un business come questo”, racconterà Spiegel motivando la sua decisione. “Penso che scambiarlo per qualche guadagno a breve termine non sia poi così intrigante”. E tutto sommato, nonostante lo strapotere di Instagram l’abbia spinto ai margini dei discorsi sui social, Snapchat non se la passa poi così male: nel maggio 2021 ha annunciato di aver superato i 500 milioni di utenti mensili (con circa 280 milioni attivi ogni giorno). Per avere un’idea, un social sempre al centro del dibattito come Twitter si aggira attorno ai 350 milioni di utenti mensili.

Non se la passa male nemmeno Evan Spiegel: gli investitori hanno ricominciato a scommettere sulle prospettive future di Snapchat, col risultato che negli ultimi sei mesi il titolo in borsa è schizzato alle stelle, superando i 60 dollari per azione e garantendogli così un patrimonio stimato in 12 miliardi di dollari (197° persona più ricca del mondo). 

Ma non ci sono solo i soldi nella vita, soprattutto per uno come Spiegel che non ne ha mai avuto bisogno e la cui gioventù è quella classica del ricco e viziato. Al liceo, la sua paghetta settimanale era di 250 dollari, mentre la leggenda narra che – in seguito alla separazione dei genitori, quando aveva 16 anni – abbia scelto di andare a vivere con la madre anche in seguito al rifiuto del padre di comprargli una BMW da 75mila dollari (accordata invece dalla madre). Dai suoi anni nella confraternita Kappa Sigma di Stanford sono invece riemerse delle mail in cui usa toni pesantemente sessisti.

Due questioni che ha affrontato lui stesso, ammettendo di essere stato particolarmente fortunato nella vita e assicurando tutti che l’uomo che è diventato oggi è completamente differente da quello che insultava le donne nelle mail. Ma Spiegel è molto lontano anche dallo stereotipo del tipo da Silicon Valley. A differenza di Zuckerberg e altri, per esempio, non è un programmatore: non ha mai scritto una riga di codice, la sua abilità digitale sta tutta nel design. Soprattutto è lontano anni luce dal classico nerd: già all’università organizzava eventi durante uno stage per Red Bull, mentre oggi è noto per il suo gusto nel vestiario e nell’arredamento (è pure finito sulla copertina di Vogue Italia), guida una Ferrari ed è sposato con la supermodella australiana Miranda Kerr

Per essere alla testa di un social network che molti ritenevano essere sul punto di fallire, nella vita di Evan Spiegel sta filando tutto per il verso giusto. In attesa di scoprire se riuscirà a vincere anche la sua ambiziosa scommessa sulla realtà aumentata.

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