(foto: John Phillips/Getty Images for TechCrunch)

C’è una vicenda che descrive perfettamente la differenza tra le due principali piattaforme basate su blockchain e criptovalute: Ethereum, fondata da Vitalik Buterin, e Bitcoin. È il 17 giugno 2016 e su Ethereum, che a differenza del rivale permette di appoggiarsi a essa per creare nuove applicazioni, avviene l’imprevisto: un hacker trova un bug in un fondo d’investimenti completamente automatizzato (The Dao) che vive sulla blockchain di Ethereum. Grazie a questo bug, è possibile ritirare i soldi investiti a più riprese. In pratica, l’hacker aveva scoperto un modo per utilizzare quel fondo come un bancomat che continua a elargire banconote considerandolo sempre un unico prelievo.

L’hacker, quindi, non ha manomesso il codice, ma ne ha sfruttato un buco. È una truffa o va considerato l’equivalente di un vuoto legislativo, in un ambiente – com’è quello della blockchain – in cui il codice è legge? Per i puristi non ci sono dubbi: l’hacker non andrebbe nemmeno considerato tale e la sua azione non può essere punita, perché ha seguito le regole sfruttando il meccanismo del programma. L’autore del furto, mai identificato, aveva però portato via 50 milioni di dollari su un totale di 160 milioni investiti, rubando direttamente dalle tasche di migliaia di sostenitori di questo ambizioso utilizzo della blockchain.

Vitalik Buterin non impiega molto a scegliere il da farsi: sfruttando il suo prestigio di fondatore di Ethereum dà vita a un hard fork (una separazione irreversibile della blockchain, su cui sono registrate le transazioni) e, approfittando del fatto che gli ether sottratti non potevano essere convertiti in dollari prima di 30 giorni, annulla gli scambi avvenuti successivamente all’intervento dell’hacker, salvando così i risparmi di migliaia di persone. È un momento cruciale per la storia di Ethereum, che messa di fronte a un dilemma opta per il pragmatismo invece che per il purismo, e decide di tutelare gli investitori onesti anche a costo di sfatare il mito della irreversibilità della blockchain (solo una piccola parte di partecipanti alla blockchain di Ethereum non lo seguiranno, dando così vita a Ethereum Classic). 

D’altra parte, già la presenza di una figura come quella di Vitalik Buterin dice molto delle differenze tra Ethereum e i bitcoin, che non hanno un punto di riferimento centrale (in seguito alla volontaria scomparsa dell’ignoto Satoshi Nakamoto) e la cui comunità non è strutturata in una vera e propria organizzazione (la Ethereum Foundation). Lo stesso Buterin ha più volte stupito il cripto-mondo con dichiarazioni che farebbero rabbrividire i più radicali seguaci della blockchain, per esempio difendendo l’esistenza di blockchain “private” (create da aziende e che sacrificano la decentralizzazione in nome della velocità) e soprattutto affermando che “le persone che non accettano regole o incentivi economici per portare a termine i loro progetti non riescono mai a concludere nulla” (un vero e proprio atto d’accusa verso gli ambienti più integerrimi).

Nonostante abbia ancora oggi – a sette anni dalla nascita di Ethereum – solo 27 anni, Vitalik Buterin è molto distante dallo stereotipo del ribelle di internet radicale e granitico, ma è al contrario una persona che dà valore ai compromessi e per cui non esistono dogmi inaggirabili.  Un approccio che non stupisce chi conosce di persona questo ragazzo di origine russa ma cresciuto in Canada, che rappresenta in tutto e per tutto lo stereotipo del nerd: magrolino, timido e impacciato (le sue prime presentazioni di Ethereum sono tutto tranne che brillanti), appassionato di videogiochi, vestito con improbabili t-shirt, eppure pronto a mollare tutto e a girare il mondo per diffondere il verbo di Ethereum e della blockchain.

È grazie al padre Dmitry, ingegnere informatico, che Vitalik viene a sapere nel 2011 dell’esistenza del registro distribuito, nato tra anni prima contestualmente ai bitcoin. Buterin si appassiona al tema e inizia a scrivere articoli per una rivista online specializzata, venendo retribuito qualcosa come 5 bitcoin ad articolo (all’epoca erano circa 4 dollari, oggi sarebbero 250mila). Nel settembre dello stesso anno fonda invece Bitcoin Magazine, una delle primissime vere riviste sul tema delle criptovalute.

Il valore dei bitcoin intanto inizia a crescere rapidamente (nel novembre 2013 toccano quota 1.000) e Vitalik decide di lasciare l’università, dedicarsi completamente a questo ambiente e di girare il mondo zaino in spalla per conoscere tutti gli altri appassionati. C’è però una cosa che non lo convince dei bitcoin: perché utilizzare la blockchain solo per creare una moneta digitale decentralizzata, quando è ovvio che si potrebbe fare molto di più? È in questa occasione che l’ancora 19enne genio dell’informatica mette davvero alla prova il suo talento, presentando nel 2014 il white paper di Ethereum: una vera e propria piattaforma, regolata dalla criptovaluta ether, sulla quale è possibile creare altre applicazioni basate su blockchain.

Una differenza colossale rispetto ai bitcoin e che attrae subito parecchie attenzioni. C’è chi prova a costruire piattaforme di streaming musicale decentralizzate, chi crea il già citato The DAO; ci sono progetti per votare via computer come Follow The Vote e molti altri ancora. Nel frattempo, il valore di Ethereum sale rapidamente, passando dagli 8 dollari circa dei primi giorni del 2017 agli oltre 1.000 della fine dello stesso anno (prima di crollare in seguito al celebre scoppio della cripto-bolla dell’inverno 2017/2018). La prima vera applicazione di successo di Ethereum non è però legata alle elezioni, alla musica o agli investimenti, ma a un più semplice gioco collezionabile: le CryptoKitties, che nel 2017 riscuotono un tale successo da mandare in tilt la piattaforma di Buterin (che, come i bitcoin, può gestire solo un basso numero di transazioni contemporaneamente).

Le CryptoKitties sono quindi le dirette antenate degli NFT, gli oggetti digitali collezionabili (spesso vere e proprie opere d’arte) che hanno conosciuto un boom nel corso del 2021 e che nella maggior parte dei casi funzionano tramite Ethereum. Allo stesso modo, Ethereum è anche la piattaforma d’elezione della DeFi, la finanza decentralizzata che tramite la blockchain permette di automatizzare l’erogazione di prestiti a una pluralità di soggetti in base alla propensione al rischio (un meccanismo in parte simile al social lending). Il tutto è regolato sulla base degli smart contracts – contratti che si eseguono automaticamente nel momento in cui le condizioni sottoscritte dalle parti vengono soddisfatte – riducendo così le possibilità di truffe e soprattutto eliminando la necessità di intermediari e controllori.

Ethereum, quindi, si è saldamente consolidata come la piattaforma più multiforme dell’universo blockchain, in grado di ospitare applicazioni di ogni tipo. Ma c’è un problema: così come i bitcoin, anche Ethereum richiede un’enorme quantità di energia per funzionare. Aspetto che non solo ha allontanato alcuni artisti e investitori interessati agli NFT (allarmati per l’ambiente o almeno per le ricadute in termini di immagine), ma preoccupa direttamente anche lo stesso Buterin, che tempo fa ha dichiarato: “È uno spreco di risorse che si ripercuote su tutta la società. E che può portare tutti quelli che si preoccupano dell’ambiente a essere nostri nemici invece che nostri amici”.

Il consumo di Ethereum è infatti una situazione che da anni Vitalik punta a cambiare, passando dal sistema della proof-of-work (in cui migliaia di computer sempre più potenti sono in competizione per risolvere per primi un puzzle algoritmico e validare le transazioni) alla proof-of-stake, in cui chi valida le transazioni viene scelto casualmente, aumentando però le proprie chance in base agli ether messi come cauzione. È la cosiddetta Ethereum 2.0, che verrà lanciata nel corso del 2022 e che molti pensano porterà alla definitiva adozione mainstream di Ethereum. È all’approdo dell’atipico Vitalik Buterin nell’olimpo del mondo tech.

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