(foto: Olga Kononenko/Unsplash)

Al momento, in attesa di capire come evolveranno le curve epidemiche, l’occupazione complessiva delle terapie intensive e dei reparti ospedalieri causa Covid-19 resta nettamente inferiore ai livello di guardia. In tutte le regioni le terapie intensive sono ben al di sotto del 10% (con la media nazionale al 3,9%), valori assoluti poco al di sopra di quota 350 e un trend in calo da oltre un mese. Il tutto a fronte di picchi arrivati ben oltre i 3mila e con i dati di ottobre 2020 che mostravano in questo periodo una rapidissima ascesa. Lo stesso sta accadendo in modo del tutto analogo con i ricoveri non intensivi, scesi sotto quota 2.500 e con una media di occupazione del 4,2%.

Se in questo momento i numeri assoluti sono rassicuranti perché fortunatamente molto inferiori a quelli a cui ci si era tristemente abituati, i dati che abbiamo a disposizione sono comunque sufficienti per estrarre informazioni statistiche utili e significative per dare una misura dell’effetto determinato dalle vaccinazioni. Come avevamo raccontato già alcuni mesi fa, l’unico punto di attenzione riguarda la scelta di indicatori statistici ragionevoli, perché per esempio non ha alcun senso confrontare i valori assoluti raccolti tra i vaccinati e i non vaccinati, dimenticando che questi ultimi sono un campione di persone molto (o meglio, moltissimo) più piccolo rispetto al primo.

I numeri delle terapie intensive

Per scattare una fotografia della situazione che sia recente e allo stesso tempo significativa, possiamo considerare per esempio il mese di settembre 2021. Si tratta del mese da inizio estate in poi in cui c’è stato il maggior numero di nuovi ingressi in terapia intensiva (probabilmente a ottobre ne avremo di meno, se il trend non subirà variazioni importanti a breve), per un totale di 912 persone secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità.

Su questo campione di persone le differenze sono così nette che si colgono persino dai numeri assoluti. I nuovi ricoveri tra i vaccinati sono stati 174, mentre sono stati 717 tra chi non aveva ricevuto alcuna dose di vaccino. I restanti 21 hanno riguardato persone che avevano ricevuto solo la prima delle due dosi previste. Il che vuol dire che il 78,6% dell’occupazione delle terapie intensive Covid-19 è determinato da persone non vaccinate. O eventualmente si potrebbe parlare dell’80,9% se si contano tutte le persone non completamente vaccinate. Insomma, solo 1 persona su 5 che entra in terapia intensiva è vaccinata, mentre le altre 4 no.

Non è semplice stimare di quanto si potrebbe ridurre il numero di ingressi in terapia intensiva ipotizzando che tutta la popolazione italiana fosse vaccinata, ma nella più grossolana delle approssimazioni (trascurando cioè le differenze di distribuzione per età e per patologia tra vaccinati e non) si può calcolare che i 912 ingressi di settembre in terapia intensiva si sarebbero potuti ridurre a 250. E in proporzione gli attuali 350 posti intensivi occupati sarebbero potuti essere poco meno di 100 (96, facendo un calcolo aritmetico).

Ragionando in termini relativi e percentuali, perciò in maniera metodologicamente più corretta, si ricava dai dati che i vaccini sono in grado di ridurre la probabilità di ricovero in terapia intensiva (e anche di decesso) del 95%, di fare scendere del 93% quella di ricoveri in reparti ordinari e (basandosi sulle diagnosi registrate) del 77% quella di contagio. Detto in altri termini, sempre per il mese di settembre il 21% di non vaccinati è corrisposto al 59,0% delle diagnosi, al 69,2% dei ricoveri e al 78,6% degli ingressi in terapia intensiva.

Occhio all’età

Se i dati raccontati fin qui sono complessivi su tutte le fasce d’età, quando si scende nel dettaglio i numeri possono essere ancora più significativi, a patto di non cadere nell’effetto-paradosso dovuto allo stato avanzato della campagna vaccinale per i più anziani. Per esempio, è vero che tra gli ultraottantenni abbiamo avuto a settembre più ingressi in terapia intensiva tra i vaccinati (54) che tra i non vaccinati (38), ma i non vaccinati corrispondono a una popolazione di sole 274mila persone, mentre i vaccinati sono ben 4,2 milioni. Ossia 15 volte di più.

Se si valuta l’incidenza ogni 100mila persone, infatti, tra gli over 80 finiscono in terapia intensiva 13,9 persone tra i non vaccinati, e 1,3 tra i vaccinati. Vale a dire, il vaccino riduce la probabilità di aver bisogno di cure intensive di più di 10 volte. Guardando alle ospedalizzazioni, sempre a settembre sono state 673 tra i non vaccinati e 1.175 tra i vaccinati, ossia 245 contro 28 nel computo ogni 100mila over 80, cioè grazie al vaccino c’è stata una riduzione di quasi 9 volte nella probabilità di ricovero .

Al capo opposto della distribuzione per età, ossia sulla fascia più giovane tra gli over 12 che possono essere vaccinati, la situazione è ancora più palese. Il vaccino – sempre basandosi sui dati di settembre – tra i 12 e i 39 anni d’età ha ridotto di 21 volte il rischio di ricovero e di 12 volte quello in intensiva, anche se questi dati a volte finiscono dimenticati a causa della bassa probabilità di ospedalizzazione per Covid-19 che si ha anche tra i non vaccinati. Eppure sono dati che ha senso sottolineare: l’incidenza dei ricoveri under 40 ogni 100mila persone è di 25,4 tra i non vaccinati, e di 1,2 tra i vaccinati. Per la terapia intensiva, il vaccino fa scendere da 1,2 ad appena 0,1 (cioè uno su un milione).

L’obiezione di non infallibilità

Queste e molte altre statistiche sono state elaborate, in Italia e all’estero, negli ultimi mesi. C’è chi sintetizza (correttamente) dicendo che i reparti ospedalieri (intensivi e non) sono riempiti per tre quarti da non vaccinati. Chi ricorda che il 21% di non vaccinati, e soprattutto quel piccolissimo ma decisivo 6% di over 80 non vaccinati, corrisponde a una buona metà dei decessi Covid-19 totali. Chi mostra come tra le persone decedute l’età media sia più alta nella popolazione vaccinata. E così via.

Le obiezioni che si ricevono, tuttavia, il più delle volte bypassano completamente l’espetto quantitativo e numerico e si fermano a considerazioni qualitative. Per esempio, che è comunque possibile contagiarsi, essere ricoverati o morire da vaccinati. E che dunque il vaccino non elimina ma si limita a “ridurre un po’” il problema, proprio come allo stesso tempo “aumenta un po’” il rischio di effetti collaterali.

La critica che si fa dunque ai vaccini – non potendola fare sui raffronti numerici, che in qualunque modo li si faccia mostrano il vantaggio individuale e collettivo della vaccinazione – si fonda quindi su una sostanziale accusa di non infallibilità. Sul fatto che il vaccino non sia un preparato miracoloso capace di garantire il 100% di efficacia e lo 0% di effetti collaterali. Che si tratti di un preparato che da un lato “fa bene” e dall’altro “fa male” (senza parlare di numeri, che altrimenti paleserebbero l’enorme disparità quantitativa tra le due questioni). O ancora, che magari si conoscano persone vaccinate e nonostante questo malate, ricoverate o morte.

Secondo questo criterio, tuttavia, non dovremmo allora considerare utile alcun farmaco e trattamento, dato che nessuno è in grado di garantire risultati ottimali nella totalità assoluta dei pazienti. Peraltro i vaccini anti Covid-19 hanno dimostrato, numeri alla mano, di essere formulazioni particolarmente efficaci e sicure e, anche se è possibile che in futuro arrivino nuove alternative con performance ancora superiori, i vaccini oggi a disposizione sono più che soddisfacenti. Anche rispetto a vaccini per altre patologie, o alla media dei farmaci in generale.

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