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Nel suo Spillover, pubblicato in tempi non sospetti, David Quammen racconta la storia di un commerciante all’ingrosso di prodotti ittici, che a fine gennaio 2003, reduce da un viaggio a Zhongshan, fu ricoverato in un ospedale di Canton, da dove partì una serie di contagi a catena che da lì a poco avrebbe fatto il giro del mondo. “Il commerciante”, scrive Quammen, “si chiamava Zhou Zuofeng e ha l’onore di essere considerato il primo super-untore dell’epidemia di Sars. Questi pazienti, per qualche motivo, riescono a infettare molte più persone della media: un numero assai maggiore di R0, l’importante parametro introdotto da George MacDonald che rappresenta il numero di infezioni secondarie causate da un infettato primario all’inizio di un’epidemia” – e che ormai tutti abbiamo imparato a conoscere in questi mesi difficili di convivenza con Covid-19. Un fenomeno, quello dei super diffusori – o, per dirla all’inglese, superspreader – che faremmo bene a tenere in considerazione anche in questo periodo, se vogliamo davvero tenere sotto controllo la pandemia e impedire lo scoppio e la proliferazione di nuovi focolai.

In realtà, già nel 2005 un gruppo di scienziati del Department of Environmental Science, Policy and Management alla University of California e di altri istituti di ricerca si era occupato della questione. In un articolo pubblicato su Nature (Superspreading and the effect of individual variation on disease emergence), i ricercatori avevano fatto notare come la presenza di uno o più superdiffusori risultasse un fattore fondamentale per caratterizzare la diffusione di un’epidemia, le cui conseguenze pratiche potrebbero sfuggire ai modelli matematici: “Le stime di R0 all’interno di una popolazione, a volte”, scrivevano, “non rendono conto delle notevoli variazioni di infettività da individuo a individuo, come si è visto chiaramente con l’emergere a scala mondiale della sindrome respiratoria acuta grave (Sars); in quel caso si sono verificati numerosi eventi superinfettivi in cui alcuni individui hanno causato un numero insolitamente elevato di casi secondari”. Il problema, che non si applica solo al caso della Sars del 2003 ma anche a Covid-19, è che ancora non è chiaro chi abbia i requisiti per diventare un superspreader, né come e perché lo si diventi. Il tutto aggravato dalla questione dei paucisintomatici e degli asintomatici: se un soggetto è contemporaneamente asintomatico e super diffusore, con ogni probabilità sfuggirà alle maglie dei controlli e continuerà ad andare in giro e diffondere la malattia, del tutto inconsapevolmente.

Per Covid-19 non siamo nel campo delle ipotesi: è già successo. Come ricorda la Bbc, il 19 gennaio scorso diverse persone si riunirono in una chiesa di Singapore, senza sapere che stavano dando un contributo cruciale alla diffusione di Sars-Cov-2. “Era una domenica e, come al solito, una delle celebrazioni si svolgeva in lingua mandarina. Tra i membri della congregazione, al piano terra dell’edificio, c’era una coppia di persone, entrambe 56enni, arrivate quella mattina dalla Cina. Quando presero posto, sembravano perfettamente sane: non c’era nessuna ragione di pensare che fossero portatori del virus. In quel momento, la caratteristica di Covid-19 ritenuta più distintiva era la tosse persistente, e si pensava che fosse la modalità di trasmissione più probabile. Non avere sintomi della malattia sembrava voler dire non avere possibilità di diffonderla. La coppia andò via appena finì la celebrazione. Ma subito dopo le cose si misero male, in modo poco chiaro. La moglie si ammalò il 22 gennaio, il marito due giorni dopo. Dal momento che erano arrivati da Wuhan, il centro del focolaio, la cosa non sorprese nessuno”. In che senso “le cose si misero male” è presto detto: le analisi condotte in seguito evidenziarono che la coppia aveva infettato, durante la cerimonia, almeno altre due persone, le quali a loro volta avrebbero passato il virus, sempre senza avvertire alcun sintomo, ad altri soggetti durante altri riti religiosi molto partecipati – l’ormai famoso caso della Grace Assembly of God.

Il commerciante ittico e la coppia cinese sono, per l’appunto, superspreader. Soggetti che, per un insieme fortuito di circostanze, diffondono un patogeno molto oltre la soglia definita da R0. Fu una superspreader anche Mary Mallon, nota anche con il soprannome di Tyhpoid Mary, una cuoca irlandese vissuta all’inizio del secolo scorso, la prima persona degli Stati Uniti identificata come portatrice sana della Salmonella enterica, che con il suo lavoro arrivò a contagiare oltre cinquanta persone (in alcuni casi anche in malafede: anche dopo aver saputo che era una portatrice sana, cambiò nome e continuò indisturbata a lavorare fino a che le autorità non la misero in quarantena forzata, che durò dal 1915 all’anno della sua morte, nel 1938). Il problema, per tornare all’attualità, è che al momento non c’è alcun metodo per riconoscere i super diffusori da chi, invece, non diffonde il virus. Per cercare di stimare le dinamiche di superdiffusione gli epidemiologi hanno introdotto un altro parametro, da affiancare a R0, il cosiddetto indice di dispersione k, che misura quanto una particolare malattia tenda a “raggrupparsi”: più alto è k, più la diffusione è “uniforme”, nel senso che tende ad allargarsi allo stesso modo nella popolazione; più basso è k, al contrario, più la diffusione avviene per piccoli gruppi di persone. Il fattore, insomma, aiuta a capire quanto i superspreader siano determinanti nella diffusione di una data malattia. Gli autori del già citato paper di Nature del 2005 valutavano per la Sars un valore di k pari a 0,16. Per la Mers, l’epidemia del 2012, fu stimato un valore di k di circa 0,25. Diverso il caso dell’influenza spagnola del 1918, per la quale k sarebbe circa uguale a 1, il che indica che per quella malattia il contributo dei super diffusori non è così significativo.

Quanto vale, allora, il fattore di dispersione per Covid-19? Poco sorprendentemente, ancora non lo sappiamo con certezza. Uno studio condotto a gennaio scorso da Julien Riou e Christian Althaus, due esperti della University of Bern che avevano simulato la diffusione della malattia in Cina con diverse combinazioni di R0 e k, confrontando i risultati con i dati reali, ha portato a concludere che il fattore di dispersione sia più alto di quello di Sars e Mers, il che porterebbe a pensare che il contributo dei superspreader sia meno significativo. Ma un lavoro successivo, ancora non sottoposto a peer review, Adam Kucharski e colleghi, della London School of Hygiene and Tropical Medicine, ha stimato un valore di k pari a 0,1, in cui “probabilmente il 10% dei casi porta all’80% dei contagi”.

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