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La Public Health Agency svedese ha reso noti i primi dati di uno studio epidemiologico che sta verificando la presenza di anticorpi contro il nuovo coronavirus nella popolazione. A inizio aprile il 7,3% degli abitanti di Stoccolma li aveva sviluppati, una percentuale che i consulenti del governo ritengono pressoché in linea con le attese. Di questo passo – sostengono – la Svezia potrebbe raggiungere l’ipotetica immunità di gregge a giugno. In tanti sia all’interno che all’esterno del Paese non sono d’accordo. Ecco perché.

Di nuovo, quale immunità?

Come continuano a ripetere gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), non abbiamo molte informazioni sull’immunità conferita dal nuovo coronavirus qualora lo si contragga e si guarisca. Sappiamo che nella maggior parte dei casi i pazienti guariti sviluppano anticorpi neutralizzanti, e sembra che una certa percentuale della popolazione possa essere meno suscettibile a Sars-Cov-2 perché possiede anticorpi per altri coronavirus simili. Non sappiamo però se e quanto duri questa immunità, un’informazione che, tra l’altro, è essenziale anche per capire l’efficacia dei vaccini se e quando arriveranno.

Senza nemmeno queste conoscenze di base per molti esperti è un azzardo troppo grande scommettere sull’immunità di gregge, perché innanzitutto non è detto che sia un concetto valido per Sars-Cov-2, poi non sarebbe un obiettivo raggiungibile in tempi brevi dal momento che le stime più ottimistiche pongono la soglia minima al 70% (per confronto basti pensare che la soglia per l’immunità di gregge per il morbillo, per il quale esiste un vaccino, è del 95%).

Anche supponendo che per Covid-19 l’immunità di gregge non sia una chimera, c’è da chiedersi quale sia il prezzo per raggiungerla, considerando che il rischio di contrarre una forma grave della malattia e di morirne è più alto di quello di altre malattie infettive (la Johns Hopkins University riporta un tasso di mortalità provvisorio 10 volte superiore a quello dell’influenza stagionale). Un prezzo inaccettabile per Mike Ryan, direttore esecutivo del programma di emergenza dell’Oms, che durante una conferenza stampa dell’11 maggio ha sottolineato come la popolazione umana non sia paragonabile a un gregge (il termine immunità di gregge deriva infatti dall’epidemiologia in ambito veterinario): la fredda aritmetica che ne scaturirebbe farebbe perdere di vista la sofferenza e il valore delle vite umane perse. Qualcuno è stato anche più severo, paragonando la strategia del laissez faire all’eugenetica.

Le critiche interne

Anche ammettendo che sia possibile raggiungere l’immunità di gregge contro Sars-Cov-2, le cifre emerse dall’indagine della Public Health Agency svedese non convincono nemmeno internamente.

L’agenzia ha riferito di aver testato il sangue di 1.104 persone in tutta la Svezia per verificare la presenza di anticorpi contro Sars-Cov-2. I dati diffusi, riferibili solo alla città di Stoccolma e che fotografano la situazione all’inizio di aprile, indicano una percentuale di popolazione immune del 7,3%. Quelli nel resto del Paese sarebbero ancora più bassi, tra il 4,2% e il 3,7%.

Tanto o poco? Le opinioni sono diverse. C’è chi, come l’epidemiologo Johan Giesecke del Karolinska Institute che ha consigliato e sostenuto la strategia lassista del governo di Stoccolma, ritiene che il valore sia leggermente più basso ma in linea con i modelli predittivi, deducendo che ormai almeno un cittadino su cinque nella capitale abbia sviluppato anticorpi contro il coronavirus e che l’immunità di gregge verrà raggiunta per giugno. Ma c’è anche chi, come Bjorn Olsen dell’Università di Uppsala che ha da subito contestato l’approccio della Svezia, pensa che l’immunità di gregge, se mai sia una possibilità concreta, sia molto, molto in là da venire. Senza contare che, avendo a che fare con una pandemia, dovrebbe riguardare tutto il mondo e non un singolo stato.

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