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La corsa a un vaccino e a nuove terapie efficaci contro il coronavirus non si arresta ed è una priorità nell’agenda dei ricercatori di tutto il mondo. Per questo ormai dall’inizio della pandemia fioccano studi sia su animali sia su volontari umani, spesso pazienti con Covid-19 oppure persone guarite (pensiamo agli studi sul plasma o sugli anticorpi). Oggi però una ricerca condotta dall’Hinda and Arthur Marcus Institute for Aging Research, istituto di ricerca statunitense, mette in luce un possibile ostacolo di cui bisogna tenere conto: negli studi clinici vengono inclusi pochi anziani e nel caso della ricerca sui vaccini praticamente nessuno. L’esclusione è spesso una forma di tutela della persona con più di 65 anni, che frequentemente ha altre patologie o comunque non possiede i requisiti per partecipare ai trial. Ma la scarsa rappresentazione di questo gruppo è un controsenso, dato che è il più colpito e quello su cui si dovrebbe concentrare buona parte degli sforzi della sperimentazione. L’indagine è pubblicata sul Journal of the American Medical Association Internal Medicine.

L’indagine

I ricercatori hanno analizzato le pubblicazioni usciti nel periodo 1 ottobre 2019 – 1 giugno 2020 inerenti l’infezione Covid-19 e presenti su Clinicaltrials.gov, il registro gestito dai National Institutes of Health statunitensi. Dopo aver raccolto le pubblicazioni hanno stimato quante ricerche non includevano persone con più di 65 anni. In media, gli anziani sono esclusi dal 50% degli studi clinici sul coronavirus e dal 100% delle sperimentazioni dei vaccini. Al contrario, gli anziani sono quelli che più spesso manifestano i sintomi e vanno incontro a complicazioni anche fatali: basti pensare che in Italia l’età media dei deceduti durante la pandemia è di 80 anni, secondo l’ultimo aggiornamento dell’Istituto superiore di sanità, mentre l’età media delle persone colpite dal coronavirus (sintomatiche o asintomatiche) alla data del 7 settembre 2020 è di 58 anni.

Perché è importante includere gli anziani

Per queste ragioni i ricercatori Usa spiegano che è importante far partecipare, laddove possibile e con tutte le precauzioni del caso, anche chi ha più di 65 anni, dato che le terapie sperimentate ed eventualmente approvate dovranno poi funzionare e avere successo soprattutto su di loro. “Siamo preoccupati – spiega Sharon K. Inouye, coautrice dello studio– che la mancata inclusione degli anziani possa sistematicamente limitare la nostra abilità di valutare efficacia, dosaggio e reazioni avverse ai trattamenti anti Covid-19 in questa popolazione”. Far partecipare gli anziani, infatti, serve non solo a garantire l’efficacia del farmaco oggetto di studio ma anche a mettere a punto la giusta dose, che può cambiare a seconda di diversi elementi, inclusa l’età, e gli effetti collaterali.

Ovviamente “per essere sicuri alcune esclusioni sono necessarie per tutelare la salute e la sicurezza delle persone anziane – ad esempio nel caso della presenza di comorbilità difficili da tenere sotto controllo”, ha dichiarato la ricercatrice. “Tuttavia, numerosi casi di esclusione invece non sono ben motivati e sembrano frutto di una scelta di utilità o di convenienza degli sperimentatori”.

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