La protesta di Barceloneta contro gli affitti brevi di Airbnb (foto di PAU BARRENA/AFP via Getty Images)

L’economista americano Jeremy Rifkin la considerava una terza rivoluzione industriale, e almeno a giudicare dall’impatto provocato sulla morfologia delle città, non sembra aver avuto tutti i torti. Nel giro di pochissimi anni, la percezione popolare della sharing economy si è drammaticamente deteriorata, trasformandosi dalla promessa di un benessere collettivo e distribuito, al suo esatto opposto.

Sembrano lontani i tempi della copertina di Time dedicata a You, a quell’intelligenza collettiva composta da milioni di utenti internet che a cavallo tra il 2006 e il 2007 sembrava davvero poter cambiare il mondo. Nella realtà le cose sono andate diversamente, e l’impatto dell’economia di internet su quella tradizionale ha prodotto resistenze e reazioni di rigetto, disuguaglianze e difficoltà abitative. In una sola parola: Airbnb.

L’impatto di Airbnb nella vita reale

Un modello economico fondato sulla condivisione di beni e servizi non poteva che essere lo sbocco naturale della rivoluzione digitale immaginata dai tecno-utopisti della Silicon Valley: un’economia normale – pensata da persone normali, per soddisfare bisogni normali – resa possibile dalla pervasività di internet, strumento democratico e per sua natura orizzontale. Praticamente l’ultima ideologia, arrivata all’inizio del secolo che ha messo in crisi il concetto stesso di ideologia.

Avanti veloce ora, fino ai giorni nostri. Fino all’ultimo rapporto Nomisma sul mercato immobiliare, che fotografa un’offerta di alloggi “pressoché azzerata” nel centro e nel semi-centro di Bologna. La situazione abitativa del capoluogo di quell’Emilia-Romagna che il prossimo 26 gennaio sarà chiamata alle urne è particolarmente delicata, a causa del numero elevatissimo di studenti – circa 88mila, secondo gli ultimi dati forniti da Alma Mater – e alla vocazione spiccatamente turistica assunta dalla città, che richiama un milione e mezzo di viaggiatori l’anno, desiderosi di visitare quella che è diventata a tutti gli effetti una delle capitali mondiali del cibo.

Ogni anno a Bologna 36 mila studenti fuorisede si avventurano nella fitta giungla di annunci, appuntamenti e colloqui con proprietari e inquilini, un’estenuante prassi che per l’alto numero di stranieri presenti si somma alla barriera linguistica. Le strutture universitarie riescono ad assorbire solo una piccola parte di questa domanda, con appena 1.600 posti letto disponibili negli studentati.

Il problema principale è rappresentato dagli affitti brevi – fino a quattro volte più remunerativi e mediamente più rassicuranti per i proprietari, spaventati dalle possibili controversie legali con inquilini a lungo termine – che hanno di fatto saturato il mercato immobiliare del centro storico, consegnandolo nelle mani del turismo mordi e fuggi.

Quello sotto le Due Torri può senz’altro essere considerato un caso limite, ma la dinamica innescata dal boom del micro-affitto digitale riguarda ormai quasi tutti i centri urbani della penisola.

Non solo Bologna

L’impatto di Airbnb sulle principali mete turistiche italiane è stato oggetto di uno studio condotto tra il 2016 e il 2017 da un team di ricercatori dell’università di Siena. La maglia nera delle città colonizzate dalla piattaforma spetta a Matera, con il 25% delle case nel centro storico affittate online a turisti, seguita a ruota da Firenze con il 21%. Va meglio a Roma e Milano, che invece detengono il record di appartamenti interi affittati, rispettivamente 18mila e 11mila.

La ricerca dell’università di Siena sottolinea però un altro aspetto problematico del micro-affitto digitale, potenzialmente molto preoccupante sul lungo termine: Airbnb crea disuguaglianze. La piattaforma fondata Brian Chesky, nata per rendere sostenibile la ricerca di un alloggio temporanea, ha infatti prodotto una ripartizione dei ricavi profondamente diseguale, finiti nelle mani di pochi host, quando non direttamente di grandi operatori del settore.

Gli affitti brevi finiscono inoltre per creare un secondo livello di disuguaglianza, quello tra centro e periferie. Il guadagno medio di un appartamento affittato su Airbnb diminuisce infatti con l’aumentare della distanza dal centro storico, dato che si ripercuote direttamente sulla marginalizzazione di aree urbane già a rischio.

Cosa sta succedendo fuori dall’Italia

Il tema dell’impatto di Airbnb sui grandi centri cittadini è stato posto con forza dagli amministratori delle principali città europee e la neo-insediata Commissione europea ha subito dovuto fare i conti con una lettera firmata dai rappresentanti di Amsterdam, Barcellona, Berlino, Bordeaux, Bruxelles, Cracovia, Monaco, Parigi, Valencia e Vienna.

In attesa di un processo legislativo comunitario, qualcuno ha già iniziato a muoversi in ordine sparso. In prima fila nella battaglia contro il colosso della sharing economy ci sono da tempo le sindache di Barcellona e Parigi, Ada Colau e Anne Hidalgo, intente a colpire con una serie di multe la piattaforma, accusata di ospitare annunci illegali. A loro si sono aggiunti gli amministratori di Amsterdam, che ha vietato le prenotazioni della durata superiore a 30 giorni, e New York.

Dal 2017 l’Italia si è dotata di una legge che prevede una tassazione del 21% anche per gli intermediari immobiliari che operano attraverso portali telematici. È la cosiddetta manovra Airbnb del governo Gentiloniduramente contestata dalla multinazionale, che non ritiene di poter essere considerata un intermediario e che per questo ha portato il provvedimento dinnanzi al Consiglio di Stato, che a sua volta ha rimandato la decisione alla Corte di Giustizia europea.

I prossimi mesi saranno quelli decisivi per la regolamentazione del mercato degli affitti brevi e, come spesso accade, la decisione finale dovrà necessariamente passare dalla politica europea. L’ennesima stagione di fuoco per la battaglia europea contro i colossi di internet è appena iniziata e questa volta con Margrethe Vestager alla vicepresidenza della Commissione.

 

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