Uno streaming “epocale”, per riprendere una delle definizioni ricorrenti dei siti che hanno trasmesso l’evento: nella serata italiana del 30 luglio i Ceo di Facebook, Google, Amazon ed Apple hanno testimoniato davanti alla sottocommissione per l’antitrust della Camera dei rappresentanti, per convincerla che le loro società non mettono in pratica comportamenti anti-concorrenziali e, più in generale, che nonostante le dimensioni e i fatturati non mettono a rischio la sostanza della democrazia americana e mondiale. In una storica chiamata a testimoniare sotto giuramento da remoto, Mark Zuckerberg, Sundar Pichai, Jeff Bezos e Tim Cook hanno risposto in collegamento alle domande dei parlamentari.

Si è parlato di parecchi argomenti, anche molto diversi fra loro: il repubblicano Jim Jordan ha diretto buona parte del suo tempo e delle sue domande al presunto pregiudizio delle piattaforme tech ai danni di Donald Trump; il presidente della sottocommissione David Cicilline, democratico, ha indirizzato da subito la discussione verso la necessità di controllare del potere degli “imperatori dell’economia online”; si è parlato dei rapporti con la Cina di Google e dell’impatto delle fake news su Facebook; delle condizioni che Apple impone per l’ingresso nell’App Store e di quel che Amazon fa dei dati dei venditori che ospita sulla sua piattaforma. Spesso i volti dei colossi del tech hanno evaso i quesiti, limitandosi a dichiarare che non erano a conoscenza delle risposte o spiegando che la formulazione era da considerarsi errata. Ci sono però stati diversi momenti interessanti.

(foto: Graeme Jennings-Pool/Getty Images)

Jeff Bezos e Amazon

Per il 56enne uomo più ricco del mondo si è trattato della prima apparizione di fronte a un panel del Congresso: per scomodarlo c’è voluta una certa insistenza del presidente della commissione Cicilline, che in un anno di indagine del suo gruppo bipartisan ha minacciato Amazon di ricorrere a un mandato di comparizione. Per due ore dall’inizio dell’udienza, in ogni caso, Bezos non ha aperto bocca: la prima domanda per lui è arrivata dalla democratica Pramila Jayapal, che ha fatto riferimento a uno scoop del Wall Street Journal secondo cui la sua società si è indebitamente appropriata di dati di terze parti (leggi: i venditori) per sviluppare suoi prodotti concorrenti. Bezos non ha negato il contenuto del report, ma ha detto: “Non posso rispondere sì o no. Ciò che posso dirle è che abbiamo una policy che vieta l’uso di dati dei venditori per agevolare gli affari dei nostri marchi privati, ma non posso garantire che questa regola non sia mai stata violata”.

Com’è andata la prima testimonianza davanti al Congresso di Zuckerberg, Bezos, Cook e Pichai
(foto: Mandel Ngan-Pool/Getty Images)

Mark Zuckerberg e Facebook

Per Zuck, invece, non era certo la prima apparizione davanti al Congresso (ce lo ricordiamo tutti terreo in volto nella primavera del 2018): A metterlo alle strette ci ha pensato anzitutto la stessa Jayapal, che ha voluto vederci chiaro sulle mosse che hanno portato Menlo Park ad acquistare Instagram nel 2012 per un miliardo di euro, citando le parole del suo fondatore Kevin Systrom: “Temeva che lei entrasse in «modalità distruzione» se non le avesse venduto Instagram”, ha detto la deputata, chiedendo a Zuckerberg se Facebook avesse mai minacciato Instagram di sviluppare un prodotto simile al suo per facilitare la compravendita. Il fondatore di Facebook ha avuto da obiettare sulla “ricostruzione” dei fatti, e ha spiegato che al tempo era già manifesto che Instagram e Facebook competessero nello stesso campo.

Il repubblicano Greg Steube, entrando a gamba tesa su una delle questioni calde dello scontro diplomatico fra Stati Uniti e Cina, ha chiesto ai quattro Ceo se hanno notizie dirette di furti di proprietà intellettuale operati dal governo di Pechino ai danni di imprese americane: solo Zuckerberg ha detto apertamente che è “ben documentato che il governo cinese ruba tecnologia delle aziende americane”: gli altri si sono limitati a dire di non averne avuto esperienza diretta all’interno delle loro aziende.

Com’è andata la prima testimonianza davanti al Congresso di Zuckerberg, Bezos, Cook e Pichai
(foto: Mandel Ngan-Pool/Getty Images)

Sundar Pichai e Google

Come Bezos, l’indiano-americano Pichai nelle sue dichiarazioni d’apertura ha fatto riferimento alle sue origini modeste, spiegando che l’aver avuto accesso a un computer in India gli ha cambiato per sempre la vita. Poi si è entrati nel vivo: il presidente Cicilline gli ha chiesto perché Google “si appropria di contenuti di imprese oneste”: il riferimento è alla sempre più marcata tendenza di Big G di includere risultati direttamente nei suoi risultati di ricerca, che secondo Cicilline – e non solo lui, va detto – è un modo appena celato di incentivare la vendita di inserzioni e promuovere i servizi interni di Google. Pichai ha negato senza entrare nello specifico. Poi gli è stato domandato se Mountain View usa la sua posizione dominante da gatekeeper del traffico sul web per sbarazzarsi della concorrenza. L’ad di Google ha risposto: “Come altre società cerchiamo di carpire i trend dai dati che possiamo visualizzare, e li usiamo per migliorare la nostra offerta di prodotti agli utenti”.

Com’è andata la prima testimonianza davanti al Congresso di Zuckerberg, Bezos, Cook e Pichai
(foto: Graeme Jennings-Pool/Getty Images)

Tim Cook e Apple

I quattro frontman dell’innovazione americana hanno promesso singolarmente che non tollereranno l’uso dei lavori forzati, né permetteranno la vendita prodotti che vi sono venuti direttamente o indirettamente a contatto: un tema particolarmente spinoso anzitutto per Apple, di cui si ricorda lo scandalo legato alle condizioni di lavoro negli impianti di Foxconn, una società terza di cui Cupertino si serve per produrre gli iPhone e altri suoi prodotti. “Lasciate che sia chiaro”, ha detto Tim Cook, “i lavori forzati sono una cosa ripugnante, e non li tollereremmo mai ad Apple”.

Il caso che ha tenuto banco, per Cook, è la rimozione – avvenuta a settembre del 2018 – dall’App Store di alcune applicazioni dedicate al parental control, proprio in concomitanza con la presentazione di Screen Time, l’app di Apple con cui i genitori possono regolare il tempo che i loro figli trascorrono con lo smartphone in mano (Qustodio e Kidslox, due delle app colpite dalla rimozione, avevano presentato un reclamo ufficiale alla Commissione europea). Per Cook è stata una scelta per ragioni di privacy: “Eravamo preoccupati per la sicurezza dei bambini”, ha detto il successore di Steve Jobs guardando in camera.

La caciara

Inevitabilmente, si è parlato anche – per reiterata volontà di alcuni membri repubblicani – della presunta azione dei social network volta a censurare i conservatori: una questione dibattuta e difficile da liquidare in due parole, ma che certamente il presidente Trump e i suoi ingigantiscono ai fini della propaganda (quel che sappiamo per certo è che le policy di Facebook, Twitter, YouTube e Twitch hanno portato queste piattaforme a rimuovere contenuti dai canali di Trump, dato che non rientravano fra quelli permessi).

Jim Jordan, molto attivo su questo fronte, ha chiesto ripetutamente a Pichai se Google ha pregiudizi in favore della campagna che punta a far eleggere Joe Biden; prendendo la parola, la sua collega democratica Mary Gay Scanlon ha detto di voler “reindirizzare l’attenzione alle leggi antitrust, piuttosto che occuparsi di teorie del complotto marginali”, il che ha portato Jordan a urlare dalla sua postazione. A riportare la calma – mentre lo stesso Jordan proseguiva nel citare complotti sul Russiagate – ci ha pensato il presidente Cicilline.

Poco prima, il repubblicano Greg Steube della Florida aveva approfittato dell’occasione unica di chiedere a Sundar Pichai perché il padre non trova le sue email di propaganda elettorale su Gmail, che finiscono nello spam. Perché usare il supporto, se puoi parlare con l’amministratore delegato di una delle aziende più influenti del globo?

The post Com’è andata la prima testimonianza davanti al Congresso di Zuckerberg, Bezos, Cook e Pichai appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it