Redatto da Oltre la Linea.

1. Le Elezioni Europee in Italia

Anche il 26 maggio 2019 è trascorso: la tornata elettorale per decidere i rappresentanti italiani al Parlamento Europeo si è appena conclusa con un trionfo netto della Lega, con un tonfo clamoroso (forse non prevedibile, almeno in queste proporzioni) del MoVimento Cinque Stelle e con un recupero percentuale del Partito Democratico, che tuttavia ha perduto, in termini numerici, centinaia di migliaia di elettori. Seguono Forza Italia dell’intramontabile Berlusconi – il quale peraltro avrà accesso, con numerosissime preferenze, alle istituzioni continentali – e Fratelli d’Italia, il cui risultato può tranquillamente essere considerato un successo. L’astensione è stata alta del 46%: un fattore che relativizza molto i risultati ottenuti.

Come Bruxelles si prepara a commissariare l’Italia

Come mostrano i grafici elaborati da YouTrend, il partito di Matteo Salvini ha fatto incetta di voti soprattutto al Nord ed al Centro, guadagnando una netta maggioranza, rispetto ai concorrenti, nella maggior parte dei comuni italiani. La percentuale, in confronto alle precedenti elezioni (le Europee del 2014 e le Nazionali del 2018), è cresciuta esponenzialmente, giungendo quasi al 35%.

Il partito di Nicola Zingaretti ha accumulato punti soprattutto nelle sue classiche isole resistenziali, ovverosia l’Emilia-Romagna, la Toscana e le grandi metropoli, la cui tendenza di voto è stata nettamente opposta rispetto a quella manifestata e portata in essere dalla provincia.

Il MoVimento di Luigi Di Maio si è mantenuto maggioritario nelle regioni meridionali d’Italia, nonostante la concorrenza serrata, ma ha perso milioni di voti: non soltanto nell’astensione, ma anche e soprattutto nel traghettamento degli elettori verso le due succitate forze. Queste ultime, secondo i blogger Matteo Brandi ed Arnaldo Vitangeli (La Finanza sul Web), hanno fagocitato sia coloro che non hanno apprezzato la svolta moderata dei pentastellati su tematiche chiavi quali i rapporti con l’UE e l’immigrazione, sia coloro che hanno preferito ritornare al PD, vedendo nel “partito giallo” un malriuscito tentativo di scimmiottamento di ciò che precedentemente avevano abbandonato.

Come Bruxelles si prepara a commissariare l’Italia

 Come Bruxelles si prepara a commissariare l’Italia

Come Bruxelles si prepara a commissariare l’Italia

Nell’ottica del Parlamento europeo, il trionfo della Lega in Italia, del Brexit Party nel Regno Unito, di RN in Francia e di Fidesz in Ungheria non saranno tuttavia sufficienti a spostare gli equilibri. Occorre, invero, partire dalla necessaria premessa che il Parlamento Europeo non ha potere legislativo ed è un organo meramente consultivo, laddove invece la forza esecutiva (e pure quella di legiferare) spettano alla Commissione ed al Consiglio (peraltro, l’unico deputato alla modifica dei Trattati – Maastricht 1992, Lisbona 2006 -, ma soltanto all’unanimità). Senza dimenticare il potere immenso della BCE, privata ed indipendente, che gestisce le leve della politica economica e monetaria.

Inoltre, nel Parlamento medesimo si situano forze che superano, a livello numerico, quelle sovraniste: Popolari, Socialisti e Liberali, in un gigantesco calderone con i Verdi, hanno i numeri dalla loro parte.

Detto questo, occorre però notare come il risultato italiano sia più che altro lo specchio dei sentori del Paese, e delle sue intenzioni: voler incidere maggiormente a livello sovranazionale, portando avanti i propri interessi nazionali.

 

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La Lega ha cannibalizzato consensi ovunque, per una serie di questioni diverse; il PD ha recuperato percentuali, ma perso circa un milione di elettori; il M5S ha preso una batosta, sia per l’astensionismo marcato al Sud, sia soprattutto per aver, nell’ultimo periodo – come precedentemente accennato -, virato troppo verso la moderazione centrista, che l’ha condotto alle volte a mettere in discussione l’alleanza di governo, che invece può continuare ad essere salda e ad avere in numeri per arrivare a fine mandato ed anche fare bene (ci sono persone di qualità, in entrambi gli schieramenti).

È stata in certo qual modo, piuttosto che qualcosa che potesse incidere a livello continentale, una grancassa interna per il governo e per la popolazione, pur con prospettive di oltrepassare il confine nazionale. Un messaggio politico, ma tenendo ferma un’assunzione: scardinare il potere europeo – neo-liberale e neo-liberista – rimane un’operazione lunga e complessa, per la quale occorrono, imprescindibilmente, consapevolezza e coscienza popolare.

 

2. Il commissariamento di Bruxelles

Non incidentalmente, non ha fatto in tempo a trascorrere un giorno dalla conclusione delle votazioni e degli spogli che subito la scure europea, attraverso le armi della minaccia verbale, combinata con l’assurdità normativa della struttura economico-finanziaria a livello continentale che la appoggia, è calata sull’Italia e sul suo voto populista.

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Il primo ad aver reso nota la situazione della spada di Damocle sul Bel Paese, nella tarda serata del 27 maggio 2019, è stato Vito Lops, giornalista economico per il Sole24Ore. Riprendendo una notizia pubblicata da Bloomberg e Reuters, ha riportato l’intenzione, da parte della (ancora in piedi) Commissione Europea – presieduta da Jean-Claude Juncker – di avviare nel mese di giugno una procedura di infrazione contro l’Italia: più precisamente, un commissariamento per eccesso di debito pubblico, con una multa pari a 3,5-4 miliardi di euro.

Una dichiarazione di intenti lesiva, che non a caso ha causato un’impennata dello spread (il differenziale di rendimento fra i BTP decennali italiani ed i Bund tedeschi), che nel corso della mattinata invece era stato piatto, rispecchiando i parametri attorno ai quali si era attestato nel corso di tutti i mesi del novello governo giallo-verde, pronto a compiere un anno di vita.

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Nel rispetto della linea che ha sempre tenuto, nel corso della sua esistenza, la Commissione Europea – il più importante organo sovranazionale europeo, assieme alla Banca Centrale Europea – non soltanto non ha esitato a puntare una pistola alla tempia dello Stivale, ma anche e soprattutto lo ha fatto attraverso armi non convenzionali, in una sorta di guerra asimmetrica dove però l’avversario sta combattendo con le mani legate dietro la schiena (per scelte politiche scellerate: leggasi l’adesione a-critica al trattato di Maastricht, stipulato quasi tre decenni or sono).

Innanzitutto, vale la pena chiamare in causa un ragionamento semplicissimo, di mero buon senso: quale può essere l’utilità di commissariare un Paese per eccesso di debito pubblico, corrispondendogli una multa di miliardi di euro, che quello stesso debito non potrà far altro che aumentarlo, costringendo il governo del Paese in questione a misure di ulteriore tassazione dei cittadini e di riduzione della spesa pubblica, in favore del pagamento della pena? La quale, meglio ancora, si dovrebbe chiamare con il suo reale nome, stando ai dettami eurocratici: “colpa”, dal tedesco “schuld”, che per l’appunto significa anche debito.

In secondo luogo, è necessario comprendere quanto lo spread sia un falso problema. O, meglio, potrebbe esserlo nel momento in cui esistesse una “logicità morale” all’interno della struttura monetaria europea: la quale, invece, è del tutto assente. Se la BCE svolgesse il normale ruolo di qualunque Banca Centrale – creatrice di moneta dal nulla, prestatrice illimitata di ultima istanza, mallevadore dei debiti sovrani -, il problema del differenziale succitato non esisterebbe, in quanto tutti gli squilibri sui mercati finanziari potrebbero essere ripianati e messi in ordine da un attore che, peraltro, avrebbe la capacità di normare e calmierare i tassi di interesse (come faceva la Banca d’Italia sino al divorzio dal Ministero del Tesoro, avvenuto nel 1981).

Gli unici motivi per cui tutto ciò non è compreso nei Trattati, sono semplicemente riconducibili ad una scelta politica. Dannosa e lesiva verso l’economia reale, ma immenso paradiso di libera azione per i mercati finanziari, ovverosia per tutti quegli istituti privati (banche d’investimento, fondi speculativi, ecc…) capaci di spostare milioni, miliardi, attraverso niente affatto innocui click di un computer.

È chiaro, quindi, che si tratti di un atto intimidatorio nei confronti dell’Italia e della libera scelta compiuta dai propri cittadini alle Elezioni Europee. Infatti, il Bel Paese, sin dall’ingresso nell’euro-zona, non ha mai rispettato i parametri di Maastricht (3% di deficit/PIL; 60% di debito/PIL), per di più privi di alcun fondamento scientifico. Senza considerare che, invero, la posizione dell’Italia per quel che riguarda il debito complessivo (pubblico e privato), sia nettamente più sana di quella di Paesi quali la Francia, il Regno Unito, il Lussemburgo o la Spagna.

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A quale pro, dunque, giocare così palesemente a sfavore di un Paese tanto importante quanto l’Italia? La risposta sarebbe molto semplice: volere, apertamente e con chiarezza, puntare a punire lo Stato italiano, magari tentando di spaccare la maggioranza di governo, e provocare una crisi politica attraverso le armi economiche e finanziare di cui la sovrastruttura europea si è impossessata, espropriandone le varie sovranità nazionali. Magari, per ipotesi, per appoggiare un uomo del cartello finanziario (parole del giornalista Francesco Amodeo), verso il quale si sono sprecati gli endorsement: Mario Draghi.

Del resto, come brillantemente commentato da Andrea Zhok, professore associato al Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano: «Con degli amici così, chi ha bisogno di nemici?».

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3. Bocche di fuoco finanziarie contro l’Italia

Quest’ultima sparata della Commissione Europea nei confronti dell’Italia non è stata la prima, e non sarà di certo l’ultima. In generale, le èlite europee non hanno mai brillato quanto ad apprezzamenti verso la Penisola: come dimenticare la famigerata frase di Öettinger «I mercati insegneranno all’Italia a votare», o le uscite di Moscovici sui «piccoli Mussolini» e sul deficit italiano (laddove lui, da Ministro francese, per i cugini d’oltralpe ha sempre volentieri sforato ogni parametro di spesa pubblica).

Per non parlare dell’ultima, solo in ordine cronologico, uscita del Presidente commissario Jean-Claude Juncker, che ha definito – senza troppi giri di parole – «stupidi» tutti quei «populisti e nazionalisti» che amano i loro Paesi. Grave colpa, l’amore per la patria, nel tempo delle monadi apolidi e sradicate.

In ogni caso, le parole proferite dalla massima istituzione europea vanno anatomizzate, poiché non sono marginali, né men che meno di poco conto: provenienti da un cenacolo con profonde lacune democratiche, esse contribuiscono a modificare la realtà fattuale a nocumento del popolo italiano, tramite le armi di una struttura economico-finanziaria la cui estrema libertà di spostamento dei capitali si è da tempo trasformata in totalitarismo del più forte. Si è trasformata nella giungla, dove per legge non scritta si compete senza collaborazione, e si perisce.

Basti pensare, genuinamente, al monito lanciato dal Fondo Monetario Internazionale – guidato da Christine Lagarde – nell’aprile del 2019: dato il debito pubblico troppo alto, l’Italia dovrebbe puntare a ridurlo tornando a tassare la prima casa (come criminalmente è stato imposto alla Grecia il pignoramento delle prime case) e riducendo la spesa pubblica. Più o meno, i medesimi verbi che si potrebbero mettere in bocca a tutti i commissari europei.

Ora, giova ricordare a tutti, per l’ennesima volta, qualche regola fondamentale di macroeconomia:
• il deficit pubblico è un’operazione di disavanzo finanziario dello Stato, che spende per i propri cittadini più di quanto incassi con la riscossione fiscale: il differenziale negativo, è il deficit (il suo contrario è l’avanzo primario – che l’Italia pratica da quasi trent’anni ininterrottamente, eccetto il 2009 -, per cui lo Stato tassa più di quanto spende);
• il debito pubblico è la sommatoria dei vari deficit annuali.

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Uno Stato possessore della propria sovranità monetaria, esercitata attraverso le proprie leve politiche (prima ancora che economiche), non potrà mai andare in default, in quanto avrà sempre tutte le risorse finanziarie necessarie per far fronte alle sue spese [come peraltro ammesso da Mario Draghi sulla BCE, N.d.R.].

Uno Stato che non faccia deficit – cioè, che agisca come un buon padre di famiglia, o come un leader aziendale – non assolve alla sua funzione di Stato, poiché il suo disavanzo è esattamente pari al risparmio privato lasciato nelle tasche dei cittadini (secondo il principio dei saldi settoriali).

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Stanti queste premesse, la questione che viene in essere è finanche banale: se fare deficit pubblico (cioè, accumulare debito pubblico, che è l’odierno metodo di emissione della moneta) significa permettere il surplus privato – e per ciò stesso, il benessere dei cittadini, la possibilità di accumulare risparmi, l’ossigenazione del circuito economico interno -, perché si chiede di diminuire forzosamente questo stesso debito? Ovverosia, in soldoni, perché si chiede di tassare i propri cittadini più di quanto lo Stato spenda per loro?

La risposta è altrettanto banale: l’Italia ha ceduto la propria sovranità ad organismi sganciati dal suo controllo politico e democratico, ed è costretta a pagare salati interessi sul proprio debito, in una valuta che non può emettere ma che viene creata dal nulla a costo zero. Il costo di questi interessi sono i suoi beni reali: immobili, patrimoni, aziende pubbliche, sistema bancario.

In questo gioco perverso di ricatti e svendite, la Commissione Europea, con la sua minaccia di commissariare l’Italia ed addebitarle una multa di ben 3,5-4 miliardi di euro per il suo eccessivo debito pubblico, ha appena messo sul tavolo la propria volontà, senza intermediari od ambasciatori: portare avanti una guerra silenziosa, non convenzionale, ma estremamente letale.

L’Huffington Post, come tanti altri quotidiani, ha rilanciato questa notizia, con un titolo che – involontariamente, ma candidamente, e quasi comicamente – suona come un’ammissione netta, evidente, senza timore di smentita: «Bruxelles fa schizzare lo spread». Le dichiarazioni dei tecnocrati europei – unite all’inattività della BCE – ha, scientemente, fatto schizzare lo spread (una misura soggettiva di rischio), adducendo le colpe al libero e democratico voto dei cittadini, in quanto non conforme alle volontà dei Mercati (le nuove divinità del XXI secolo, cui fare sacrifici umani sull’altare dell’austerità e della depravazione economica: la Grecia ne è stata vittima).

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La parziale retromarcia di Pierre Moscovici, che ha affermato di “non prediligere le sanzioni all’Italia” – ma che, in realtà, piuttosto probabilmente teme (non a torto) il contagio europeo da un eventuale (indotto) collasso italiano -, non annulla affatto le dichiarazioni precedenti, né le edulcora, anzi semmai corrobora la prospettiva della battaglia a carte sia coperte che scoperte (negli intenti, non nei mezzi).

Si sta giocando – a livello continentale, dopo queste elezioni prive di concrete possibilità di cambiamento, per i motivi già enucleati – una lunga, snervante e macchinosa partita a scacchi: l’Italia, per affrontarla, ha bisogno di compattezza e consapevolezza.

(di Lorenzo Franzoni)

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