(foto: comunità di San Patrignano/Facebook)

Negli ultimi giorni ha suscitato un certo scalpore e un grande interesse la prima docuserie tutta italiana uscita su Netflix, dedicata al trattamento delle tossicodipendenze e in particolare ai primi 17 anni della storia della comunità di San Patrignano. Il periodo storico raccontato va dalle origini, nel 1978, fino alla morte del fondatore Vincenzo Muccioli, avvenuta nel 1995. E oggi, a un quarto di secolo di distanza, come noto il tema delle dipendenze da sostanze è purtroppo più attuale che mai, anche se le dinamiche sono molto diverse rispetto ad allora.

Il passato della droga in Italia negli anni Settanta e Ottanta è di fatto una storia con un solo ingombrante protagonista: l’eroina. Il che significava, all’atto pratico, che le dinamiche di utilizzo, i prezzi di mercato delle dosi, le opzioni terapeutiche e farmacologiche, i sintomi dell’astinenza e le dinamiche umane e sociali che si instauravano avevano una certa uniformità.

Dagli anni Novanta, invece, lo scenario è profondamente mutato. Anzitutto per via dell’incremento nell’uso della cocaina – come abbiamo ripassato bene con un’altra serie sempre targata Netflix, Narcos – e poi per l’arrivo della lunga lista delle cosiddette droghe sintetiche. Un’ampliamento del ventaglio delle opzioni di abuso tale da interessare non solo chi strettamente si occupava di tossicodipendenze, ma anche più in generale la politica e la comunità scientifica, chiamate a trovare risposte nuove e adatte alla complessità emergente.

Non a caso proprio con gli anni Novanta, laddove la serie SanPa si ferma e in cui si accenna proprio a questo fenomeno, si è iniziato sempre più spesso a parlare di poliabuso, ossia di persone che consumavano diverse sostanze tra eroina, cocaina, acidi e droghe sintetiche varie, e al contempo sviluppavano magari ulteriori forme di dipendenza più tradizionali, dall’alcol alla cannabis e al tabacco. Il che ha significato, come prima conseguenza, che aveva sempre meno senso utilizzare un approccio unico e standardizzato per aiutare le persone in difficoltà, e che al contrario era necessario intervenire in modo personalizzato.

Allo stesso tempo, la disomogeneità e la variabilità delle situazioni hanno iniziato a riguardare anche il pubblico stesso a cui i centri di affiancamento e recupero si rivolgevano. Anzitutto perché le droghe sono diventate più accessibili: con l’eroina il prezzo di una dose era più alto della retribuzione media giornaliera, e questo portava da una parte a mantenere piuttosto alta l’età a cui si potevano sviluppare forme di tossicodipendenza, e poi a generare problemi economici negli utilizzatori abituali, aprendo a forme di delinquenza come furti, rapine, ricatti, scippi e prostituzione. Con l’abbassamento del prezzo di accesso al mondo degli stupefacenti, invece, l’età media delle prime esperienze si è ridotta al punto che la gran parte dei casi riguarda persone che iniziano giovani o giovanissimi, da studenti, e che possono provenire da famiglie di qualunque genere, benestanti o meno.

Tutto ciò ha cambiato anche la percezione sociale delle tossicodipendenze stesse. Fino agli anni Novanta il tossicodipendente era considerato una persona esclusa dalla società, un disturbatore dell’ordine pubblico e un fastidio da emarginare. Con il passare del tempo, invece, chi fa uso di stupefacenti è sempre più rimasto incluso nella società, e l’assumere droghe ha avuto sempre meno significato per l’accettazione sociale. Anche perché, in termini molto pratici, le droghe non si consumano più prevalentemente in strada e nei parchi, ma soprattutto in casa. E anche le morti per overdose – che sono meno rispetto ai decenni scorsi, ma pur sempre troppe e nell’ordine delle 200 o 250 all’anno – tendono a essere soprattutto in solitaria, e in larghissima maggioranza al chiuso. E ciò significa che, agli occhi del grande pubblico, restano quasi invisibili.

Per dare qualche statistica aggiornata, nel 2020 in Italia sono stati registrati 202 decessi complessivi per overdose, di cui 178 maschi, 152 persone con cittadinanza italiana, tra i 130 e i 150 avvenuti mentre si era soli (c’è un margine di incertezza su alcuni casi), e tra i 150 e i 170 al chiuso. L’età media è 38 anni, e in poco meno della metà dei casi la morte è stata attribuita a una overdose di eroina.

Il ruolo dei SerT

I Servizi per le tossicodipendenze (in sigla, SerT) di fatto non esistevano ancora negli anni di Vincenzo Muccioli e della serie SanPa. Istituiti formalmente con la legge numero 162 del 1990, i SerT sono stati creati come emanazione dei (più generici) centri di salute mentale, con l’intento di costruire una struttura pubblica dedicata in modo esclusivo alle tossicodipendenze.

In principio però, per effetto dell’autonomia operativa dei singoli centri territoriali, c’è stata una certa disuniformità d’azione. Ciascun SerT era infatti tarato nei propri interventi sulla base delle specifiche caratteristiche territoriali, ma di conseguenza i metodi erano diversi tra città diverse, e a volte c’erano differenze persino tra i quartieri di una stessa città. Includendo pure la scelta dei farmaci da impiegare e nell’impostazione dei percorsi di recupero, nonostante allora la tossicodipendenza fosse ancora quasi esclusivamente da eroina.

La disuniformità stessa, però, si è tradotta anche in un valore aggiunto nel momento in cui, con la diffusione dei poliabusi, ogni centro ha potuto sviluppare proprie peculiarità e specializzazioni, condivise poi a livello nazionale o internazionale. Così ai programmi di recupero più standard, con residenze per un anno e oltre, si sono iniziate ad affiancare iniziative specifiche, di pochi giorni o anche di una sola giornata. Questa fase, che si potrebbe definire di sperimentazione, è stata necessaria proprio perché con il superamento del monopolio dell’eroina tutti gli standard terapeutici e di trattamento davano sempre meno successi, e dunque l’unione delle esperienze e la condivisione delle evidenze scientifiche è stata necessaria per mantenere un approccio evidence-based al problema. Basta pensare al Congresso nazionale delle tossicodipendenze di Genova nel 1999, che di fatto ha sancito la nascita di un’attenzione a livello nazionale che non è mai venuta meno.

Oggi i SerT fanno tutt’ora parte del Servizio sanitario nazionale, e ospitano molte figure professionali diverse: dai medici agli infermieri, dagli assistenti sanitari a quelli sociali, dagli psicologi agli educatori. I servizi sono tutti offerti gratuitamente, e oltre al sostegno e al trattamento dei pazienti affetti da forme di dipendenza ci si occupa anche di azioni di prevenzione e informazione, rivolte pure a chi vive accanto a persone tossicodipendenti.

Nuove definizioni per la tossicodipendenza

Il tratto fondamentale dell’evoluzione culturale delle forme di tossicodipendenza riguarda il loro legame con problemi psichici e disturbi mentali. Se nella prima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali Dsm (1951) si considerava solo l’alcol e lo si associava anche alla sociopatia, le revisioni del 1968 e del 1980 hanno definito i disturbi da uso di sostanze come una diagnosi da associare ai cambiamenti comportamentali dovuti all’azione degli stupefacenti sul sistema nervoso, con un doppio possibile livello di gravità: l’abuso e la dipendenza.

La quarta edizione del Dsm è arrivata a individuare ben 11 diverse classi di sostanze coinvolte: alcool, nicotina, amfetamine, caffeina, cannabis, allucinogeni, inalanti, oppiacei, fenilciclidina, sedativi e ansiolitici. E, soprattutto, ha riconosciuto anche dal punto di vista formale la distinzione tra due principali tipi di disturbo mentale associati alle droghe: i disturbi diretti dovuti all’uso, ossia la dipendenza e l’abuso, e quelli indotti, che includono una lunga lista di conseguenze indirette.

Infine, la quinta edizione del 2013 ha unificato definitivamente i concetti di dipendenza e di abuso, identificando una lista comune di 11 elementi utili per la diagnosi e una scala di gravità per dipendenze comportamentali e disturbi correlati. Significativo, in particolare, che le dipendenze da sostanze (qualunque siano, inclusi anche determinati farmaci) e le dipendenze comportamentali (basta pensare al gioco d’azzardo) siano considerate manifestazioni diverse con un’origine comune, e che di conseguenza siano simili anche le strategie di trattamento. Ancora sotto indagine, invece, è il concetto di dipendenza da internet, che il Dsm ha inserito solo come elemento da approfondire.

Gli 11 elementi e 5 strategie

Tra le caratteristiche che definiscono il disturbo da uso di sostanze c’è anzitutto la tolleranza (o assuefazione), ossia la necessità di aumentare intensità e frequenza delle assunzioni per raggiungere il medesimo effetto. E poi il craving, il desiderio impellente, associato ai sintomi fisici ed emotivi dell’astinenza. Ancora, l’incapacità di portare a termine i propri compiti (di lavoro, di studio, familiari,…), la riduzione o la totale sospensione delle attività sociali, dal lavoro allo sport e al divertimento, e il fatto che tutti i tentativi di ridurre e controllare l’uso siano vani. Si aggiungono poi il dispendio di tempo, necessario per cercare o usare le sostanze, la perdita di controllo sull’utilizzo stesso, e l’uso ricorrente anche quando si è consapevoli che la droga stia determinando problemi sociali o interpersonali. Infine, l’uso in situazioni a rischio come la guida di un veicolo o prima di svolgere un’attività che richiede precisione e concentrazione.

Da questi 11 elementi deriva poi, secondo le letteratura scientifica, un complesso di azioni che può essere riassunto in cinque possibili strategie d’intervento, che non sono alternative ma complementari (anche se non contemporanee, e da tarare a seconda della storia individuale). Il primo punto è l’analisi della dinamica della tossicodipendenza, dai motivi scatenanti che ne stanno all’origine fino all’insieme di conseguenze che determina. Il secondo consiste nel definire i comportamenti specifici che, sulla base delle vulnerabilità individuali, portano la persona a rischio di perpetrare l’abuso. Simile, ma successiva, è la messa a punto e l’applicazione pratica di trucchi per la gestione del craving, determinante anche come elemento di partenza per il quarto dei elementi: l’allenamento per la prevenzione delle ricadute. Infine, un percorso di educazione psicologica su quelle scelte quotidiane che in apparenza sono irrilevanti, ma che al contrario possono dare concretezza al rischio di ricaduta e non essere affatto innocue.

Ritorno a SanPa

Naturalmente anche la realtà stessa di San Patrignano, ferma restando tutta la sua storia e il suo portato a livello culturale e sociale italiano, è oggi molto diversa da quella narrata nella serie tv. Al di là delle controversie e delle polemiche nate dopo l’uscita delle sei puntate, non c’è dubbio che la situazione odierna sia qualcosa di ben distante rispetto agli anni Ottanta.

Per cominciare, dopo la morte di Vincenzo Muccioli la gestione è inizialmente rimasta in mano alla famiglia, ma solo fino al 2011. Da quell’anno, infatti, a tenere le redini del progetto di comunità è Letizia Moratti – ex sindaca di Milano e tornata al centro della scena proprio negli ultimi giorni con il rimpasto di governo della Regione Lombardia. Lasciando a parte le questioni politiche (di cui abbiamo parlato qui) e imprenditoriali, progressivamente gli ospiti di San Patrignano sono passati dall’essere soprattutto eroinomani a una prevalenza di cocainomani, anche se come già raccontato oggi si tratta perlopiù di poli-dipendenze. E con la comunità lavorano ovviamente professionisti specializzati, come medici, psicologi, psichiatri ed educatori.

Naturalmente si è fatta più intensa anche la collaborazione con i SerT. Per esempio, a San Patrignano non vengono più accettate persone che si trovano a gestire la fase di astinenza, e il compito viene affidato direttamente ai SerT stessi. La struttura continua ad accogliere circa un migliaio di persone, e offre attività lavorative e formative, anche formalizzate con diversi programmi di laurea con università telematiche e laboratori certificati. Infine, pur avendo avuto una storia controversa ma certamente pionieristica, oggi San Patrignano non è più un unicum: è una comunità terapeutica di recupero integrata all’interno di un più complesso sistema di servizi per la salute mentale, che include case di cura private, cliniche universitarie, servizi residenziali, semi-residenziali, centri di assistenza diurni e centri ospedalieri.

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