Una cosa è certa: il 3 novembre la Silicon Valley voterà in massa per Joe Biden. Non è una sorpresa: nel 2016 Hillary Clinton ha dominato nella baia di San Francisco, con un vantaggio medio di 37 punti su Donald Trump. E lo stesso sta sicuramente avvenendo oggi, visto che in tutta la California Joe Biden è davanti al suo avversario di 26 punti. Le ragioni di questo incolmabile vantaggio sono prima di tutto politiche: la California è da sempre uno stato progressista (l’ultima volta che ha votato a favore di un presidente repubblicano era il 1988) e la zona che da San Francisco si estende verso sud è nettamente la più liberal dello stato.

Se a tutto questo si aggiunge la deriva autoritaria di Donald Trump, le minacce rivolte ai colossi del digitale (accusati di avere un pregiudizio contro i conservatori) e le ondate di indignazione che l’attuale presidente ha provocato tra i dipendenti di questi colossi (che accusano i loro datori di lavoro di essere invece troppo morbidi con Trump), si capisce anche perché i finanziamenti elargiti dalla Silicon Valley stiano finendo tutti nelle tasche di Joe Biden.

Come riporta Fortune, personalità del calibro di Laurene Powell Jobs (vedova ed erede di Steve Jobs), Dustin Moskovitz (cofondatore di Facebook) e Mark Pincus (fondatore di Zynga) hanno tutto donato al comitato elettorale di Biden i 620mila dollari che rappresentano il massimo consentito. Tra i maggiori donatori spicca però Reid Hoffman, fondatore di Linkedin, che ha donato a Joe Biden e ad altri vari comitati democratici qualcosa come 7,6 milioni di dollari (e ne ha raccolti molti di più).

Ma questa stessa dinamica si ritrova anche più in basso nella catena di comando del mondo digitale. Nel complesso, i dipendenti di Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) hanno donato quasi 5 milioni di dollari a Joe Biden e meno di 250mila dollari a Donald Trump. Un rapporto di venti a uno che racconta più di ogni altro dato dove batta il cuore digitale della Silicon Valley (persino in Oracle, il cui Ceo Larry Ellison è un grande amico di Trump, il rapporto è di dieci a uno).

Joe Biden, frienemy

La Silicon Valley è quindi totalmente e senza indugi dalla parte di Joe Biden. Ciò che è ancora non è chiaro è se il candidato democratico sia a sua volta dalla parte della Silicon Valley. “Joe Biden non è Elizabeth Warren [la rivale delle primarie nemica giurata di Big Tech, nda], ha spiegato a Fortune Nathaniel Persily, direttore del Cyber Policy Center dell’università di Stanford. “Ma a sinistra c’è comunque una grande voglia di regolamentare per davvero i colossi digitali.

Nonostante, a differenza di Elizabeth Warren, Joe Biden non voglia fare a pezzi quelli che sono ormai diventati dei veri e propri monopoli (Facebook nel settore dei social, Amazon nell’ecommerce, Google nelle ricerche, ecc.), anche il candidato democratico alla Casa Bianca è ben consapevole di quanto la loro dominazione del mercato sia diventata – come segnala persino la Harvard Business Review – soffocante. “Queste società non solo accalappiano tutti i talenti a disposizione, ma hanno raggiunto una dimensione tale, estendendosi inoltre in tutti i settori a loro contigui, da privare le società tecnologiche emergenti dell’ossigeno necessario per crescere”. In poche parole, le società più piccole e più innovative che mettono un piede nei settori ritenuti strategici da Big Tech diventano un bersaglio nel loro mirino: da distruggere (vedi Snapchat) o da assorbire (vedi WhatsApp, Instagram e innumerevoli altre).

Questa egemonia, però, mina al cuore la missione storica della Silicon Valley: senza una vivace competizione, come può continuare a essere l’area più innovativa del mondo? È per questo che anche Joe Biden potrebbe non rivelarsi l’amico che i giganti della Silicon Valley sperano di trovare. E infatti gli analisti prevedono che una delle sue prima mosse da presidente potrebbe essere quella di chiedere ai regolatori dell’antitrust di intervenire con più severità e di studiare misure aggressive nei confronti di Google, Facebook e compagnia.

E poi c’è l’aspetto cruciale delle tasse: Biden ha più volte spiegato come l’epoca della tassazione ultrafavorevole nei confronti dei colossi digitali debba terminare. Una presa di posizione che non stupisce, visto che – secondo uno studio della no-profit Fair Tax Mark – nelle casse dell’Agenzia delle Entrate USA sono mancati all’appello, in dieci anni, qualcosa come 155 miliardi di dollari (considerando solo Amazon, Facebook, Apple, Google, Microsoft e Netflix).

L’unica ragione per cui Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e compagni potranno tirare un sospiro di sollievo in caso di vittoria democratica è la Cina. A differenza di Trump, Joe Biden non ha alcuna intenzione di compromettere le relazioni con Pechino e un riavvicinamento delle due parti sarebbe un’importantissima vittoria per la Silicon Valley, che non vuole vedersi sfuggire un mercato da 1,3 miliardi di persone. Ma l’allineamento degli interessi tra le parti si ferma qui. Biden è arrivato infatti ad affermare di “non essere un fan di Facebook” e di voler anche lui – come Donald Trump – rivedere la Section 230: il regolamento che impedisce che le piattaforme online siano considerate responsabili per ciò che gli utenti postano.

Ma perché anche Joe Biden è così duro con i colossi della Valley? La ragione è semplice: il clima generale nei confronti del mondo digitale è cambiato rispetto al 2016 (per non parlare del 2012). Dopo una serie praticamente infinita di abusi della privacy, scandali elettorali, propaganda cospirazionista, disinformazione, sfruttamento dei lavoratori e incapacità di gestire le criticità (problemi che vanno ben oltre Facebook), una gran parte dell’opinione pubblica ha ormai ben presenti gli effetti collaterali di una società che sempre di più si affida ai monopoli digitali.

Stando a un sondaggio di Pew Research, il 73% degli statunitensi afferma di non credere che i social network possano evitare di essere sfruttati a fini elettorali, l’85% ritiene inoltre che i colossi digitali abbiano troppo potere e su entrambe le sponde dell’Atlantico c’è ormai ben poca tolleranza nei confronti della già citata questione fiscale. Eppure, vista l’alternativa, la Silicon Valley non ha altra scelta che appoggiare con forza Joe Biden.

Lo spauracchio Donald Trump

Dopo aver riunito attorno a un tavolo tutti i principali Ceo del mondo tecnologico e averli così illusi della possibilità di una convivenza pacifica, Donald Trump è andato allo scontro frontale. Stufo di subire quelli che a suo parere erano gli ingiusti attacchi di un mondo ostile ai conservatori, e furibondo per come prima Twitter e Facebook dopo hanno deciso di oscurare alcuni suoi post che incitavano all’odio e alla violenza, l’attuale inquilino della Casa Bianca si è vendicato firmando un ordine esecutivo – dal valore più che altro simbolico – per chiedere alla Commissione Federale delle Comunicazioni di “chiarire” alcune parti del già citato Sector 230, minacciando così di cancellare lo scudo che protegge le piattaforme da ciò che viene pubblicato su di esse.

Non solo: Trump ha anche reso più complicata l’assunzione di persone da paesi esteri, su cui la Silicon Valley fa da sempre grande affidamento per trovare nuovi talenti, e non si è nemmeno fatto troppi scrupoli a favorire le aziende a lui più vicine. L’esempio più clamoroso è quello di Oracle, società fondata da un amico di Trump che con ordine esecutivo è diventata da un giorno all’altro azionista di minoranza di TikTok (assieme a Walmart). Grazie a questa mossa, TikTok – che utilizzerà i servizi cloud di Oracle – ne diventerà anche il più importante cliente.

Quelli che invece Donald Trump non considera amici ne pagano le conseguenze. Il presidente degli Stati Uniti avrebbe detto all’allora ministro della Difesa Jim Mattis di fregarsene di Amazon proprio mentre la società di Bezos era in competizione con Microsoft per ottenere un appalto da dieci miliardi di dollari con il dipartimento della Difesa Usa. La ragione? Jeff Bezos è il proprietario del Washington Post, che negli ultimi anni è stato un acerrimo nemico dell’amministrazione Trump. E il risultato? Che a vincere l’appalto è stata Microsoft.

Non stupisce che la Silicon Valley preferisca avere a che fare con Joe Biden piuttosto che dover affrontare altri quattro anni di Donald Trump. Ma la verità è che – chiunque sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti – l’epoca in cui ai colossi del digitale era permesso di muoversi alla svelta e sfasciare tutto (come da motto ufficioso), di sfruttare i miliardi giunti dagli investitori per tenere artificialmente bassi i prezzi e fare fuori la concorrenza, di creare monopoli verticali che impediscono la nascita di concorrenti e di camuffare da lavoro freelance (e quindi senza diritti) quello che invece è lavoro dipendente a tutti gli effetti (Uber, Deliveroo e compagnia) potrebbe essere finita. E questa non può che essere una bella notizia per tutti.

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