(immagine: Pixabay)

Col nuovo decreto del Consiglio dei ministri approvato il 21 aprile l’Italia si avvia verso una nuova stagione con la promessa di riaperture dal 26 aprile di centri commerciali, bar e ristoranti anche in serata, centri sportivi, scuole e università, cinema e teatri. E ci si potrà spostare tra regioni e province autonome: liberamente nelle gialle, con il green pass nelle arancioni e rosse.

Come funziona la certificazione verde

Il green pass, o certificazione verde, potrà essere rilasciato in una di queste tre condizioni: aver completato il ciclo vaccinale per Covid-19; essere guariti dalla malattia; essere risultati negativi a un test molecolare o antigenico rapido. Nel primo e nel secondo caso il pass sarà valido 6 mesi (anche se c’è chi obietta che l’immunità potrebbe durare per più tempo e che la misura è troppo restrittiva), mentre nel terzo caso solo 48 ore dal momento del test. Qualora in questo arco di tempo si contraesse il virus, la validità del pass verrebbe ovviamente meno.

Il green pass verrà rilasciato, su richiesta dell’interessato, dalle autorità sanitarie/farmacie che hanno effettuato la vaccinazione o il tampone, dalla struttura clinica o dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta da cui si è stati in cura a seguito della malattia e che ne attesta la guarigione.

Qualora venga richiesto, potrà essere esibito in formato cartaceo e digitale (si discute se in futuro non possa essere esibito semplicemente fornendo la propria tessera sanitaria), e potrà essere utilizzato anche per spostarsi nei vari stati membri dell’Ue.

Per chi viaggia tra regioni e province autonome arancioni e rosse per motivi di lavoro, salute o necessità, comunque, sarà sufficiente l’autocertificazione, secondo le regole già in vigore.

I dubbi degli esperti

Gli esperti, con più o meno veemenza, storcono il naso di fronte a questa decisione presa dalla politica, in particolare per la concessione del pass per 48 ore a chi risultasse negativo al tampone. Il test antigenico rapido o quello molecolare fotografano la condizione della persona nell’istante in cui il materiale biologico viene prelevato, ricordano, ma non si può sapere cosa accadrà nelle 48 ore successive: la persona potrebbe essere già entrata in contatto col virus nel momento del tampone ma non risultare ancora positiva per via di una bassa carica virale, o potrebbe essere contagiato nelle ore successive al test.

Anche aver completato il ciclo vaccinale non è una garanzia di sicurezza assoluta: i vaccini non proteggono al 100% dalle forme sintomatiche e c’è la possibilità che un vaccinato asintomatico contribuisca a far viaggiare il virus. Per questi motivi, pur riconoscendo la necessità di trovare sistemi che consentano una maggiore libertà di movimento e di ripresa delle attività economiche, gli esperti mettono in guardia su un possibile aumento dei contagi.

Una misura iniqua?

Molti, inoltre, fanno notare come il green pass  possa essere discriminatorio perché inevitabilmente dividerà i cittadini in chi si potrà spostare e chi no (non solo quello italiano, in generale l’idea di un passaporto vaccinale è stata bocciata dall’Oms). I giovani in salute, per esempio, che non si sono ammalati e per i quali non è ancora arrivato il turno della vaccinazione, saranno costretti a eseguire tamponi ogni due giorni per potersi spostare liberamente?

Non essendoci indicazioni a riguardo, c’è da chiedersi, inoltre, se a seconda del tipo di vaccino che si riceverà (e che non si può scegliere) alcuni riceveranno da subito il certificato vaccinale (Johnson&Johnson è approvato con una sola somministrazione), altri lo avranno dopo 3 settimane dalla prima dose (con Pfizer e Moderna), altri anche dopo 3 mesi (con AstraZeneca).

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