(foto: Photo by Seung-il Ryu/NurPhoto via Getty Images)

Nella pandemia da coronavirus, in piena emergenza nazionale ma più in generale ormai europea, il caso Corea del Sud, il secondo paese più colpito dopo la Cina in Asia, è stato più volte citato come esempio virtuoso di lotta al virus, sia in Italia che all’estero. Al momento in cui scriviamo, secondo gli ultimi aggiornamenti disponibili sono oltre 8.500 i casi confermati e 91 i decessi. I nuovi casi sono  in andamento altalenante, ma lontani dal picco di quasi un migliaio notificato in un solo giorno agli inizi di marzo, a una decina di giorni appena dai primi incrementi. Cosa ha permesso alla Corea del Sud di diventare un esempio cui guardare contro il coronavirus senza lockdown estesi, ora applicati praticamente ovunque, ma comunque con un attivo programma di isolamento sociale?

Tamponi, e ancora tamponi

Uno dei punti centrali del modello Corea del Sud, che fa discutere anche in queste ore anche da noi, è stata l’esecuzione di un elevato numero di tamponi. Quasi 300mila, eseguiti da cliniche e strutture drive-thru, ovvero che permettono di effettuare i test direttamente nella macchina delle persone, allestiti per esempio nei parcheggi degli ospedali. In modo rapido, e sicuro, che comincia a essere preso a modello anche altrove. È notizia di ieri, per esempio, l’iniziativa di tamponi drive-thru da parte dell’Azienda Usl di Bologna promossa a San Lazzaro, presso la sede del dipartimento di Sanità pubblica. Un tampone ogni 5 minuti, 12 l’ora, su un totale di 50 persone per ora, identificate per mezzo della targa, spiegano dalla Ausl. Non si tratta di uno screening a tappeto, quanto piuttosto di test effettuati su contatti stretti di casi positivi, operatori sanitari e persone in isolamento, potenzialmente guarite. Ma anche altrove, anche negli Usa, per esempio a New Rochelle, appena fuori New York, è stato allestito un sistema di testing drive-thru.

Un esteso contact tracing

Quello dei test è un esempio piuttosto eloquente della strategia della Repubblica di Corea. Così come per i test, eseguiti in numero copioso ricorrendo a sistemi alternativi, più veloci e sicuri di esecuzione, anche procedure adottate altrove sono state declinate in versione per così dire potenziata. Come il contact tracing, ovvero la possibilità di ricostruire la catena dei contatti a partire da un caso diagnosticato, e procedere poi per isolamento e quarantene. La Corea del Sud ha messo a punto un sistema estremamente sofisticato per intercettare positivi e i loro contatti basandosi su attività e spostamenti delle persone con infezione. Per tenere traccia dei casi, racconta il Wall Street Journal, agli inizi dell’epidemia, quando a preoccupare erano soprattutto quelli di importazione, per esempio chi arrivava dalla Cina doveva fornire il proprio numero di cellulare e compilare giornalmente una app riferendo il proprio stato di salute.

Il rischio di stigma sociale

O ancora: nella Corea del Sud già dai primi casi notificati, le informazioni relative ai loro spostamenti e alle attività fatte sono state rese pubbliche sui siti governativi e mappe (come questa), ricorrendo se necessario a dettagli provenienti da transazioni con carte di credito, telecamere a circuito chiuso e spostamenti registrati con abbonamenti per i mezzi di trasporto. Non senza sollevare più di qualche perplessità relativamente alla privacy, scrive Nature. I movimenti delle persone sono stati utilizzati infatti per mandare messaggi di allerta alla popolazione, per informare sì ma anche alimentando una sorta di stigma sociale in alcuni casi, aggiunge il Guardian, con speculazioni sulla vita delle persone infettate.

In Italia per ora qualcosa che possa vagamente ricordare tutto questo, ma con intenti completamente diversi, è stato lo studio effettuato dalla Lombardia e dalle compagnie telefoniche sugli spostamenti delle persone nella regione, analizzando le celle telefoniche attaccate. Quella che ha permesso di segnalare come, rispetto al periodo pre-emergenza, in Lombardia c’è stata una riduzione del 60% degli spostamenti: ancora troppo poco, anche ammesse le esigenze lavorative, ha commentato il vicepresidente della regione, Fabrizio Sala. Ma ci sono anche prove di monitoraggio a distanza sulla falsa riga della Corea del Sud: la app Lazio Doctor per Covid, per esempio, monitora a distanza gli utenti e mette i dati a disposizione degli operatori sanitari, promuovendo telemonitoraggio alla comparsa di sintomi.

Tutte le misure adottate in estremo Oriente hanno permesso alla Corea del Sud – dove la memoria e l’esperienza acquisita con la Mers di cinque anni fa non sono lontani – di stabilire un legame epidemiologico per la stragrande maggioranza dei casi, l’80%, riferiscono i Centers for Disease Control and Prevention sudcoreani. Anche se questo potrebbe essere dovuto in parte a uno sforzo sbilanciato, concentrato nel cercare e isolare i casi soprattutto lì dove tutto ha avuto inizio e meno altrove, avverto gli esperti dalle pagine di Science.

Il caso Corea del Sud però potrebbe dirci anche altro, a maggior ragione anche alla luce delle discussioni che in questi giorni riguardano la possibile estensione dei tamponi. Secondo l’epidemiologo della Harvard University Eric Feigl-Ding i giovani sono i principali vettori dell’epidemia, come mostrerebbero proprio i dati che arrivano dalla Corea del Sud. E c’è chi suggerisce come la lotta al coronavirus debba passare anche anche dall’identificare e isolare i vettori, anche gli asintomatici, non solo i sospetti come chiesto a gran voce dal numero uno dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

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