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Come stiamo reagendo al lockdown? Una domanda in apparenza banale, a cui finora tutti – dagli esperti a vario titolo ai semplici cittadini – abbiamo risposto a sentimento. Ma cosa dicono invece i dati? In realtà non c’è ancora molto su cui ragionare, ma su Psychiatry Research è da poco disponibile il primo studio che fotografa la vita sospesa ai tempi del coronavirus, là dove ha colpito più duramente. Le persone più dinamiche e chi non lavora a causa della pandemia sembrano stare peggio dopo un mese di confinamento. Risultati preliminari, dicono gli autori della ricerca, ma che politici e autorità sanitarie dovrebbero già prendere in considerazione.

I ricercatori dell’università di Adelaide, di Sydney e di Tongji hanno intervistato 369 soggetti adulti residenti in 64 città della Cina in regime di lockdown per tutto il mese di febbraio. Le domande erano mirate ad avere un quadro delle condizioni di salute fisiche e mentali delle persone al termine di questo periodo, stimando anche il grado di angoscia e il senso di soddisfazione per la propria vita.

In questo campione di popolazione, il 27% delle persone continuava ad recarsi sul posto di lavoro, il 38% era in smart working e il 25% non stava più lavorando a causa della pandemia.

Dall’analisi è emerso che nelle città in cui Covid-19 ha fatto la voce grossa il grado di soddisfazione per la propria vita era più basso per quelle persone che hanno problemi di salute cronici (quindi già presenti prima dell’emergenza coronavirus).

Chi ha perso il lavoro o ha dovuto interrompere del tutto la propria attività per via del lockdown ha riferito le peggiori condizioni di salute sia a livello fisico che mentale, nonché un alto grado di angoscia. “Non siamo rimasti sorpresi”, ha commentato Andreas Rauch dell’università di Sydney. “Il lavoro può dare alle persone uno scopo e una routine, che sono particolarmente importanti durante questa pandemia globale”.

Gli scienziati hanno anche chiesto ai partecipanti quanto tempo dedicassero all’attività fisica durante il lockdown. Mettendo questa informazione in rapporto con gli altri parametri analizzati ne è scaturito un dato in apparenza controintuitivo: chi si teneva in esercizio per più di 2,5 ore al giorno riferiva un minor senso di soddisfazione per la propria vita rispetto a chi si allenava per meno di mezzora. “È possibile che gli individui adulti che si esercitano meno riescano a giustificare o razionalizzare meglio il loro stile di vita poco attivo nelle città più gravemente colpite”, ha osservato Stephen Zhang dell’Università di Adelaide. “Sono necessarie ulteriori ricerche, ma questi primi risultati suggeriscono che dobbiamo prestare attenzione agli individui fisicamente più attivi, che potrebbero essere più frustrati dalle restrizioni”.

“I nostri dati supportano la necessità di prestare attenzione anche alla salute delle persone che non sono state colpite epidemiologicamente dal virus, in particolare a quella delle persone che hanno smesso di lavorare durante l’epidemia”, scrivono i ricercatori nell’articolo. “I nostri risultati evidenziano che le persone fisicamente attive potrebbero essere più suscettibili ai problemi sul benessere durante il blocco”.

I decisori politici, sostengono gli autori, dovrebbero tenere in considerazione queste implicazioni nel momento in cui introdurranno misure più restrittive per contenere Covid-19. Lo studio potrebbe essere per loro una sorta di sfera di cristallo che fa intravvedere gli effetti di un mese di lockdown sulla popolazione.

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