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Visto che non ce ne sono in generale molte, partiamo dalle buone notizie: il declino della popolazione di specie come le tigri, gli elefanti e i rinoceronti neri si è recentemente fermato. In alcuni casi, si è addirittura riusciti a invertire una tendenza che in tempi brevi avrebbe portato queste specie all’estinzione. Ma sono solo eccezioni, appunto, all’interno di un quadro generale che continua a essere drammatico.

Secondo l’ultimo rapporto del Wwf, la popolazione complessiva di animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci) è calata del 60% rispetto a 50 anni fa. Le cause sono molteplici: lo svuotamento dei mari a causa della pesca intensiva, la deforestazione, i cambiamenti climatici, l’inquinamento e altre ancora. Eppure, come spiega al Financial Times Andrew Terry, responsabile della conservazione per la Zoological Society of London, “per alcune specie il fattore più grave del declino della popolazione sono le uccisioni e l’intrappolamento illegale.

In una parola, il bracconaggio. Che alimenta un commercio illegale di animali selvatici dal valore di venti miliardi di dollari l’anno. Ancora oggi, i corni rimossi da un rinoceronte dopo averlo ucciso possono valere fino a 100mila dollari sul mercato nero asiatico. Per combattere un mercato fiorente come questo, non bastano le circa 300/400mila persone che si occupano di proteggere la fauna selvatica dei parchi naturali di tutto il mondo. Soprattutto perché, come spiegano sempre dalla Zsl, “la maggior parte delle riserve e dei siti protetti è terribilmente sottofinanziato”.

Un grosso aiuto può però venire dalla tecnologia: videocamere connesse, metal detector e algoritmi in grado di riconoscere gli esseri umani che si muovono nella foresta o i suoni emessi dalle armi da fuoco, avvertendo immediatamente chi si occupa di proteggere l’area e consentendo di intervenire in tempi rapidi.

Uno di questi strumenti, sviluppato proprio dalla Zoological Society of London, ha recentemente permesso di arrestare un gruppo di bracconieri che stava operando in un parco nazionale del Kenya. Gli uomini si nascondevano nel sottobosco, ma questo non è bastato a celare le loro armi al metal detector incorporato nell’Instant Detect System, che ha attivato una videocamera camuffata all’interno di un cespuglio che a sua volta – attraverso una comunicazione satellitare – ha avvisato i ranger, consentendo l’arresto dei bracconieri.

“La cosa strana è che chi si occupa di conservazione ci abbia messo così tanto a scoprire la tecnologia, ha spiegato Eric Dinerstein, responsabile della biodiversità a Resolve, un’associazione conservazionista di Washington. “Noi abbiamo iniziato circa sei anni fa, quando abbiamo capito che una videocamera dotata di intelligenza e connettività poteva davvero fare la differenza”.

Realtà come Resolve e Zsl, in collaborazione con alcuni colossi del digitale (tra cui Google, Iridium, Intel e Microsoft), hanno così iniziato a sviluppare varie soluzioni tecnologiche in grado di dare manforte a chi si occupa di proteggere gli animali selvatici dall’uomo. Un sistema di intelligenza artificiale come AutoMl di Google consente anche a persone con conoscenze limitate di sviluppare algoritmi di machine learning per il riconoscimento immagini. Una volta che questo algoritmo viene incorporato nelle videocamere, è in grado di identificare gli animali o le persone che si muovono nella riserva, per poi inviare tempestive segnalazioni ai ranger.

La prima versione di Instant Detect è stata testata nell’Antartico per monitorare i pinguini, in Canada per gli orsi e in Kenya per elefanti e rinoceronti. Oltre a identificare gli animali selvatici (permettendo un conteggio più preciso delle specie a rischio) e accorgersi quando qualche umano si intrufola dove non dovrebbe stare, questo strumento utilizza i metal detector che hanno consentito l’arresto dei bracconieri in Kenya e a breve dovrebbe integrare anche un algoritmo capace di riconoscere i suoni emessi da armi da fuoco, motori, catene e anche gli urli degli animali.

TrailGuard è invece uno strumento sviluppato da Resolve in collaborazione con Intel. Nelle sue videocamere sono presenti dei processori di intelligenza artificiale che elaborano i dati localmente e trasmettono solo le immagini di esseri umani, aumentando la durata della batteria e riducendo i costi di trasmissione. La prima versione di questo sistema, che viene utilizzato nella riserva di Grumeti, in Tanzania, ha riconosciuto più di 50 intrusi e ha permesso ai ranger di effettuare 30 arresti all’interno di una ventina di bande di bracconieri.

Secondo i responsabili di Resolve, sono attualmente in fase di produzione un migliaio di queste videocamere, che saranno nascoste all’interno dei percorsi utilizzati dai bracconieri in un centinaio di parchi naturali nel mondo. I costi per ogni singolo parco sono di circa 17mila dollari l’anno per i primi due anni, e poi di 200 dollari l’anno per la trasmissione dati. Molto meno di quanto costerebbe impiegare un drone per la sorveglianza o l’assunzione di ulteriore personale. “Ma anche se riuscissimo a rendere la tecnologia disponibile ovunque, resta il problema che molti di questi luoghi non hanno le risorse necessarie a gestire la tecnologia o abbastanza ranger per la sorveglianza”, spiega Anthony Dancer, responsabile tecnologico di ZSL.

La tecnologia, da sola, non è infatti in grado di impedire le uccisioni di animali selvatici. Può però dare un importante contributo anche all’identificazione e catalogazione delle specie a rischio: Wildlife Insight è un programma creato da gruppi ambientalisti in collaborazione con Google che impiega algoritmi capaci di riconoscere 614 specie diverse (con un’accuratezza che va dall’80 al 98%).

Instant Wild è invece un’applicazione che chiunque può scaricare per identificare gli animali ripresi dalle videocamere sparse per le riserve, consentendo un’analisi crowdsourced che aiuta gli scienziati a monitorare la fauna selvatica (e agli algoritmi a imparare sempre meglio a riconoscere i differenti animali). Per usarlo, non c’è bisogno di essere esperti: è sufficiente dare una propria opinione. I risultati vengono analizzati dagli scienziati soltanto quando dieci persone hanno identificato nello stesso modo un’immagine.

Dalle trappole digitali in grado di catturare i bracconieri alle applicazioni che consentono a ognuno di noi di contribuire al monitoraggio degli animali: la tecnologia può darci una grossa mano nella conservazione della fauna selvatica. Ma tutto questo servirà a ben poco se non smetteremo di distruggere foreste, giungle e mari. Forse può aiutarci contro i bracconieri, ma contro i devastanti danni compiuti dall’uomo l’intelligenza artificiale non può ancora fare nulla.

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