Con la vittoria nella Guerra del Golfo del 1990-91, gli Stati Uniti credevano di aver dimostrato soprattutto una cosa: condurre le battaglie con una combinazione di armi di precisione, sorveglianza, intelligence sul campo, comunicazioni satellitari e tecnologia stealth (ovvero invisibile ai radar) avrebbe consentito all’esercito a stelle e strisce di portare a casa vittorie rapide e quasi indolori. È anche sulla base di questa erronea convinzione che gli Stati Uniti si sono tuffati in due guerre – in Iraq e in Afghanistan – che si sono dimostrate tutto tranne che rapide e indolori, ricordando semmai più lo strazio del Vietnam che la trionfante Guerra del Golfo.

Le cose, per ragioni che non è qui il caso di approfondire, sono quindi andate in maniera drasticamente diversa dai programmi statunitensi, constringendoli a rivedere le loro velleità interventiste in Medio Oriente. Non solo: secondo alcuni analisti, gli Stati Uniti starebbero nuovamente sbagliando il loro approccio alla guerra e alle innovazioni in campo bellico, consentendo ad attori come Cina e Russia di ridurre gradualmente il divario che ancora li separa dalla superpotenza americana.

Un’ulteriore conferma è venuta anche dalla recente uscita di Donald Trump, che in un’intervista concessa a Bob Woodward sembrerebbe esserci lasciato sfuggire ciò che doveva restare un segreto: gli Stati Uniti hanno pronta una nuova colossale arma nucleare, qualcosa che il resto del mondo “non ha nemmeno mai visto”. Impossibile sapere di che si tratti, ma secondo la maggior parte degli esperti il presidente statunitense stava facendo riferimento alla testata nucleare W76-2, progettata per essere montata su un sottomarino.

Ma se davvero fosse questa l’arma “segreta” di cui Trump si è vantato, significherebbe che gli Stati Uniti stanno perseverando nella strategia delle armi grandi, grosse e cattive. Una strategia che – secondo una lunga analisi di Foreign Affairs – è semplicemente sbagliata: “Il modello tradizionale del potere militare Usa sta venendo travolto, nello stesso modo in cui il modello di business di Blockbuster è stato travolto dall’ascesa di Amazon e Netflix. Una forza militare che consiste in un piccolo numero di sistemi costosi e difficili da sostituire non potrà sopravvivere sui campi di battaglia del futuro, dove sciami di macchine intelligenti agiranno con un volume di fuoco e una velocità superiore a quanto si sia mai visto”.

In poche parole, laddove oggi si tendono a usare sistemi bellici di grandi dimensioni, un domani i protagonisti dei campi di battaglia potrebbe essere flotte di droni armati, manovrati da remoto, economici, leggeri, sacrificabili e che – in un numero sufficiente – potrebbero essere addirittura in grado di abbattere un jet da combattimento o una portaerei.

Se non bastasse, a cambiare le carte in tavola per gli Stati Uniti e gli eserciti più tradizionali c’è un altro aspetto: l’uso bellico dei droni crea una forma di democratizzazione della guerra, fornendo di una pseudoaviazione anche a quelle realtà che storicamente ne sono sempre state prive. Un esempio di tutto ciò si è avuto con l’attentato (fallito) al presidente venezuelano Maduro, condotto con una serie di droni caricati con esplosivo. Ma la stessa tattica è impiegata da altri eserciti non convenzionali, tra cui spicca(va) quello dell’Isis.

Ma che cos’hanno in comune tutte le armi più innovative e tecnologiche sviluppate dalle grandi potenze? La risposta, prevedibilmente, è una sola: intelligenza artificiale. Dagli sciami di droni in grado di fare ricognizione in autonomia e identificare i potenziali nemici, ai missili anti-aerei che si accorgono senza bisogno dell’intervento umano quando un aereo ostile è entrato nel loro raggio d’azione, fino ai robot stazionari che presidiano in autonomia le zone militarizzate di confine. Le armi autonome sono la vera nuova frontiera della guerra.

Non si tratta di avveniristici progetti, ma di realtà già in attività. Dal 2018 è per esempio in funzione il Long Range Anti-Ship Missile sviluppato dalla statunitense Lockheed Martin e in grado – secondo quanto scrive l’accademico Mark Gubrud su Spectrum, rivista specializzata dell’Institute of Electrical and Electronic Engineers – “di inseguire gli obiettivi, facendo affidamento solo sul suo software per distinguere le navi nemiche da quelle civili e di operare in maniera completamente autonoma, anche attaccando con forza letale”.

Non sono soltanto gli Stati Uniti – che per le le autonomous weapons hanno stanziato un budget di 3,7 miliardi di dollari – a star sviluppando armi di questo tipo: Israele ha messo a punto IAI Harpy, il drone armato in grado di riconoscere da solo i radar nemici e distruggerli; mentre il Sgr-A1 di Samsung è un vero e proprio robot stazionario dotato di mitragliatrice, utilizzato dalla Corea del Sud nei 4 chilometri di zona demilitarizzata che la divide dalla Corea del Nord. La Russia ha invece presentato un modulo da combattimento creato da Kalashnikov (il produttore di armi russo celebre per i suoi AK-47), che includerà una mitragliatrice da 7,62 millimetri dotata di telecamera, collegata a sua volta a un sistema informatico. Grazie all’intelligenza artificiale, questo robot (presentato all’ultima expo del settore a Mosca) è in grado di identificare e colpire i bersagli in autonomia.

Siamo davvero entrati nell’epoca dei killer robot, che decidono da soli, sfruttando il deep learning, se e quando colpire il nemico? Fortunatamente, no. Per il momento, tutti gli eserciti occidentali prevedono che sia sempre un essere umano a dare il comando di fare fuoco, anche per evitare incidenti causati dagli inevitabili errori di strumenti che non sempre sono precisi e che possono facilmente essere ingannati, usando semplici adesivi che mandano in tilt il sistema visivo della macchina. Il timore però è che eserciti irregolari o nazioni meno rispettose delle convenzioni internazionali decidano di impiegare questi sistemi autonomi per guadagnare in rapidità, senza tenere troppo conto dell’efficacia e dei danni collaterali.

Delle tante innovazioni belliche, quella relativa alle armi autonome è sicuramente la più vistosa, tanto da essere considerata il cuore della “terza rivoluzione militare” (dopo la polvere da sparo e le armi nucleari). Nonostante questo, ci sono altri aspetti fondamentali che stanno rivoluzionando il campo di battaglia. “Le battaglie saranno sempre più combattute negli ambienti urbani, se non altro perché entro il 2040 due terzi della popolazione mondiale vivranno in città”, spiega The Economist in un report. “La guerriglia urbana ad alta intensità, come si è visto nelle battaglie di Aleppo e Mosul, rimarrà logorante e indiscriminata, e continuerà a presentare grandi difficoltà per le forze d’intervento occidentali. La tecnologia cambierà la guerra nelle città come qualunque altra forma bellica, ma sempre di più si dovrà combattere quartiere per quartiere. Con il rischio che le vittime innocenti, invece di diminuire grazie all’impiego delle cosiddette “armi di precisione”, continuino ad aumentare.

C’è infine un aspetto destinato a determinare il futuro non della guerra, ma del mondo intero. Parliamo ovviamente dello scacchiere geopolitico: “Per la precisione, sia la Russia che la Cina sembrano sempre meno disposte ad accettare il dominio internazionale degli Stati Uniti, dato per scontato negli ultimi vent’anni”, prosegue The Economist. “Entrambe hanno tutto l’interesse a mettere in discussione l’attuale ordine internazionale dominato dagli Usa ed entrambe hanno recentemente mostrato di essere pronte ad applicare la forza militare per difendere quelli che considerano i loro legittimi interessi”.

Dalle armi autonome, alle nuove sfide portate da un terrorismo sempre più tecnologico, fino agli scossoni in campo geopolitico. Impossibile prevedere le conseguenze a lungo termine di questi enormi cambiamenti. L’unica cosa certa è, purtroppo, è che la guerra sarà protagonista del nostro mondo anche nel futuro.

The post Come sarà il futuro della guerra? appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it