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La psicologia e la psichiatria stanno per affrontare una rivoluzione. Per decenni, se non secoli, queste discipline si sono basate quasi esclusivamente sull’osservazione soggettiva. Anche gli studi scientifici compiuti su vasta scala hanno sempre incontrato lo stesso ostacolo: come si può valutare oggettivamente il comportamento delle persone e paragonarlo a una norma altrettanto complessa da individuare?

Le cose stanno iniziando a cambiare. E il merito è soprattutto di due fondamentali innovazioni: big data e machine learning. Il nostro strizzacervelli sarà quindi un’intelligenza artificiale? Ovviamente, no. Il futuro della psicologia potrebbe però basarsi sull’analisi, in parte automatizzata, delle informazioni raccolte dallo strumento che più di ogni altro utilizziamo nella nostra quotidianità: lo smartphone.

Partiamo dal principio: secondo l’Oms, in Italia circa 17 milioni di persone soffrono o hanno sofferto di ansia, depressione e altri disturbi dell’umore. Si tratta di malattie molto diverse tra loro, per tipologia e gravità, ma tutti coloro i quali ne soffrono hanno una cosa in comune: uno smartphone in tasca. È da questa considerazione che è partito il lavoro di Mindstrong Health, startup fondata a Palo Alto (California) da tre medici, uno dei quali, Tom Insel, è l’ex direttore dell’Istituto per la salute mentale statunitense.

Grazie all’uso continuo che facciamo degli smartphone potrebbe essere possibile individuare precocemente – e quindi curare più efficacemente – tutti i più noti disturbi mentali e dell’umore: le già citate ansia e depressione, ma anche bipolarismo, schizofrenia, stress post-traumatico e dipendenza da sostanze stupefacenti. Come funziona? Prima di tutto, bisogna installare la app sviluppata da Mindstrong (già disponibile in versione beta e utilizzata da alcune migliaia di persone). Una volta presente sul nostro smartphone, questo software lavora in background per analizzare come le persone digitano, cliccano e scrollano nell’uso quotidiano delle altre applicazioni.

Come sarà il futuro della psicologia?

Quanto velocemente o lentamente stiamo digitando i nostri messaggi? Quanto rapidamente passiamo da un’applicazione all’altra? Quanto riusciamo a restare concentrati su un testo? Quali errori compiamo mentre scriviamo? I dati raccolti vengono cifrati e analizzati in remoto, utilizzando un algoritmo di machine learning i cui risultati sono poi condivisi con il paziente e il medico che lo ha in cura. Queste informazioni biometriche, una volta analizzate dall’intelligenza artificiale (che li confronta con il nostro comportamento base e quello medio degli altri utenti), possono fornire indizi estremamente importanti, rivelando, per esempio, una ricaduta nella depressione o l’insorgere di una fase ipomaniacale.

A differenza di altre applicazioni che offrono giochi o esercizi che aiutano a fronteggiare l’ansia o la depressione, Mindstrong non analizza quindi cosa facciamo con il nostro smartphone, ma come lo facciamo. Non solo: questa applicazione riduce al minimo l’invasività e non costringe il paziente ad annotare informazioni su un diario o a sottoporsi a test.

Gli studi compiuti negli anni passati da uno dei fondatori di Mindstrong, Paul Dagum, hanno confermato l’utilità di questi strumenti: “I segnali che abbiamo raccolto sono stati in grado di misurare e prevedere i problemi nelle funzioni neurocognitive dei pazienti in maniera conforme a quanto individuato dagli stessi psicologi”, ha raccontato Dagum alla Mit Tech Review.

I risultati ottenuti l’hanno convinto di trovarsi di fronte a un nuovo modo di investigare le capacità cognitive e i cambiamenti nel comportamento umano, consentendo di individuare eventuali disturbi con largo anticipo (laddove gli psichiatri, invece, hanno modo di accorgersi dei disturbi solo quando questi sono in fase abbastanza avanzata). Mindstrong si trova ancora in fase sperimentale, ma Dagum e i suoi colleghi ritengono di aver ormai raccolto, nel corso di cinque anni di studi clinici, abbastanza dati per dimostrare l’effettiva utilità dello strumento da loro ideato.

Nonostante non siano ancora stati pubblicati studi indipendenti in grado di confermare quanto sostenuto dai fondatori, già oggi circa 15 contee californiane hanno adottato Mindstrong per incorporarlo nei loro sistemi sanitari; offrendo ai pazienti la possibilità di utilizzare la app in maniera volontaria e senza che vengano ridotti gli altri servizi dedicati alla salute mentale. Una decisione che non è stata apprezzata da tutti: “Non investirei tempo e denaro per un salto nel vuoto, almeno finché non c’è modo di essere sicuri che questi strumenti sono effettivamente precisi come si spera che siano”, ha affermato Rosalind Picard, ricercatrice del Mit.

Perché questo scetticismo? “Anche se le persone depresse mostrano qualche tipo di difficoltà cognitiva rilevabile attraverso una app, non è possibile utilizzare questo strumento per dire che cosa stia causando la depressione”, si legge per esempio sulla rivista specializzata in innovazione medica Stat. Non solo: “Molti aspetti che non hanno a che vedere con i disturbi mentali possono provocare gli stessi problemi cognitivi; come aver bevuto, aver assunto medicinali o droghe”.

In alcuni casi, potrebbe trattarsi di problemi ancor più banali: “Altri fattori potrebbero influire sul nostro utilizzo dello smartphone: magari ci troviamo in aeroporto e abbiamo tutte le mani impegnate, oppure stiamo indossando dei guanti o abbiamo una mano rotta. Tutte cose che modificano il modo in cui digitiamo o scrolliamo e quindi alterano le performance misurate dall’applicazione”. Difficoltà riconosciute dallo stesso Tom Insel: “Le problematiche contingenti sono qualcosa su cui stiamo lavorando. Al momento non possiamo ancora dire di averle risolte tutte”.

Se non bastasse, c’è anche il problema relativo alla privacy. Una app che analizza dati per stabilire la nostra salute mentale entra in possesso di informazioni estremamente sensibili. Ed è fondamentale avere la certezza che queste informazioni non vengano condivise con nessuno al di fuori del paziente stesso e del suo medico curante. Mindstrong ha ovviamente garantito la protezione assoluta dei dati raccolti, ma questo è un altro aspetto che va tenuto sotto stretto controllo.

Nonostante i limiti evidenziati e la necessità di studi indipendenti che confermino l’efficacia di Mindstrong, una cosa sembra mettere d’accordo anche gli scettici: l’analisi dei big data e dei nostri microcomportamenti quotidiani è sicuramente in grado di supportare gli psichiatri nel loro lavoro. Il futuro della psicologia e della psichiatria, quindi, passa anche dall’intelligenza artificiale. Ma per il momento è una nuova frontiera ancora tutta da conquistare.

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