Immaginate delle sconfinate distese di campi agricoli sorvolati da decine e decine di droni. Dei veri e propri sciami, supervisionati a distanza dall’uomo ma in grado di pilotarsi in autonomia e di comunicare tra loro per coordinare le operazioni da compiere: irrigano solo le aree che effettivamente necessitano di acqua, spruzzano il pesticida solo sulle piante infette, scattano fotografie e girano video ad altissima qualità, inviandoli tramite sensori alla centrale operativa, consentendole di analizzare la situazione in maniera rapida ed efficace.

È la smart agriculture, o agricoltura di precisione: un mercato che cresce a ritmi elevatissimi e che raggiungerà i 22 miliardi di dollari nel 2025 dai 13,8 di oggi. Il protagonista indiscusso di tutto questo è proprio il drone agricolo, che già oggi muove un giro d’affari pari a 12 miliardi di dollari e che in futuro diventerà sempre più accessibile e dotato di tecnologia sempre più avanzate: sensori termici, software di analisi dei big data, image analytics e altro ancora.

I vantaggi di questa rivoluzione del mondo agricolo non sono di poco conto: uno studio del parlamento europeo ha stimato che l’utilizzo di droni e sensori connessi alla rete – in altri termini, della Internet of Things – nel settore agricolo potrebbe ridurre dell’85% l’impiego di pesticidi grazie all’analisi dei dati forniti dai sensori, che consentiranno agli agricoltori di conoscere con largo anticipo i problemi legati a malattie e parassiti. Questo non solo permetterà di produrre alimenti di qualità superiore, ma anche di aumentare considerevolmente la resa dei raccolti.

Già oggi esistono alcune piattaforme (come MyJohnDeere) che, basandosi sui dati ottenuti, forniscono consigli su quali siano le piante più adatte a un determinato tipo di terreno, quale il momento più adatto all’aratura e anche che tipo di resa ci si può attendere per la stagione. Uno degli aspetti più importanti, però, è il risparmio idrico: l’agricoltura è responsabile del 70% di consumo di acqua a livello mondiale. Peggio ancora: circa il 60% di questa viene sprecata a causa di utilizzi poco efficienti.

Nel momento in cui l’acqua diventa un bene sempre più prezioso e la popolazione mondiale continua ad aumentare (saremo circa dieci miliardi nel 2050), sfruttare la tecnologia per ridurre il consumo di acqua è fondamentale. Ed è qui che – in aggiunta al risparmio reso possibile dai droni – entra in gioco anche l’intelligenza artificiale: una startup italiana come Blue Tentacles sfrutta un sistema di precisione basato su AI che grazie ai sensori – come si legge su Earth.org “prende nota di umidità, temperatura, clima, previsioni meteorologiche e dati satellitari per aiutare gli agricoltori a migliorare la loro irrigazione, risparmiando acqua ed energia”.

Insomma, che siano fissi o montati a bordo di droni, i sensori della Internet of Things permettono di raccogliere informazioni e immagini su ogni singola area o diversa tipologia di coltura presente nei campi: tutti dati che vengono poi inviati a un computer in grado di analizzare lo stato di salute delle coltivazioni, ottimizzare il consumo di risorse, individuare segnali di stress o di malattie. In questo modo, il raccolto dovrebbe aumentare del 20% a parità di terreno consumato: un elemento cruciale visto che già oggi circa il 30% del suolo terrestre è impiegato per l’agricoltura.

Lo ha sottolineato anche un approfondimento dello Scientific American: “Man mano che la popolazione mondiale cresce, gli agricoltori dovranno produrre sempre più cibo. Tuttavia, la superficie arabile non può tenere il passo e l’incombente minaccia per la sicurezza alimentare potrebbe facilmente trasformarsi in instabilità regionale o persino globale. Per adattarsi, le aziende agricole sfruttano sempre più l’agricoltura di precisione per aumentare i raccolti, ridurre gli sprechi e mitigare i rischi economici e di sicurezza che inevitabilmente accompagnano l’incertezza agricola”.

In sintesi, è fondamentale impiegare la tecnologia per superare l’attuale modello di agricoltura intensiva che, negli ultimi 50 anni, ha sfruttato indiscriminatamente le risorse naturali, causandone il deterioramento e l’attuale scarsità e producendo costi non più sostenibili in termini ambientali e sociali, dal punto di vista dell’inquinamento, della perdita di biodiversità e della riduzione nella fertilità dei suoli. Un problema che, ormai, è diventato urgente anche nel nostro paese, dove si stima che negli ultimi 40 anni si sia perso il 33% dei terreni fertili.

Da questo punto di vista, potrebbe essere fondamentale l’apporto della robotica: una startup statunitense, Iron Ox, si è specializzata nell’utilizzo di bracci robotici per la raccolta di lattuga in vasche idroponiche. Sfruttando anche l’intelligenza artificiale, questo sistema è in grado di rilevare gli attacchi parassitari e le malattie prima che prendano piede. Risultato? In mezzo ettaro di terreno, Iron Ox è in grado di coltivare la lattuga che di solito richiede 12 ettari. Il rovescio della medaglia è che i prezzi sono più elevati.

Dai droni (che potranno anche occuparsi di impollinare le piante nelle zone in cui il declino della popolazione delle api si fa più acuto) ai robot, fino ai trattori autonomi. Aziende come CNH Industrial stanno infatti sviluppando dei veri e propri trattori intelligenti, in grado non solo di guidarsi da soli, ma anche di portare a termine alcuni compiti in autonomia, raccogliendo le informazioni che consentono di prendere le decisioni che garantiscono la miglior produttività possibile.

L’agricoltore del futuro, più che in sella a un trattore, lo possiamo immaginare con in mano il tablet mentre gestisce da remoto flotte di droni e trattori; pianificando il lavoro e le operazioni a distanza grazie ad apposite applicazioni. In questo modo, sarà possibile aumentare la produttività e, contemporaneamente, ridurre sprechi, consumi e inquinamento.

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