Portrait of Edmond de Belamy esposto da Christie’s a New York (foto: TIMOTHY A. CLARY/AFP/Getty Images)

Il 25 ottobre 2018 l’opera chiamata Ritratto di Edmond Belamy è stata venduta a un’asta di Christie’s per 432500 dollari. È il ritratto di un gentiluomo ottocentesco, forse un uomo di chiesa. A distinguere questa opera da un ritratto classico è la mancanza di buona parte dei tratti del volto, il che rende il dipinto più contemporaneo e anche vagamente inquietante.

Ma non è questa la caratteristica principale: a produrre il quadro, infatti, non è stato un artista umano, ma un’intelligenza artificiale. Quanto avvenuto da Christie’s sembra rappresentare una fondamentale svolta: il mondo dell’arte non è più esclusivo dominio dell’uomo? Non si è nemmeno trattato di un caso unico: anche Sotheby’s, pochi mesi fa, ha messo all’asta un’opera (Memories) creata da algoritmi di intelligenza artificiale: un flusso ininterrotto di ritratti che continuano a generarsi senza fine su due schermi.

Alla base di queste opere d’arte c’è l’algoritmo di deep learning noto come Gan (Generative Adversarial Network), lo stesso che ha prodotto i volti che non esistono e che è alla base dei tanto temuti video deepfake. Questo sistema, che consente di creare (anche) opere d’arte, è considerata l’ultima frontiera nel campo dell’intelligenza artificiale. Parlare di “algoritmo”, però, è scorretto: nel Gan ne vengono infatti utilizzati due, in competizione tra loro.

Per iniziare, si forniscono ai due algoritmi i dati necessari all’addestramento (per esempio, centinaia di migliaia di immagini di opere d’arte), dando però loro due compiti differenti. Il primo algoritmo, chiamato generatore, sfrutta il suo database per creare delle immagini originali. Il secondo, chiamato discriminatore, dovrà determinare se i risultati che gli vengono sottoposti sono stati creati dal primo algoritmo o sono invece parte del database. Più è accurato il lavoro del generatore, maggiori sono le possibilità di ingannare il discriminatore (immaginatevi qualcosa di simile alla sfida tra un falsario e un critico d’arte).

Ogni volta che il secondo algoritmo rifiuta correttamente ciò che gli viene sottoposto (accorgendosi quindi che è opera del generatore), il lavoro ricomincia da capo e il generatore è spinto a migliorarsi per riuscire a ingannare il suo avversario. La competizione tra i due algoritmi termina quando il discriminatore non è più in grado di distinguere gli esempi usati per l’addestramento dai risultati ottenuti dal generatore.

Nel caso del ritratto venduto a Christie’s, il Gan – progettato dal collettivo parigino Obvious – è stato addestrato usando le immagini di 15mila ritratti dipinti tra il XIV e il XX secolo. Basandosi sul set di dati, il generatore ha prodotto immagini che sono state poi analizzate dal discriminatore. Le immagini che hanno superato il test, facendo credere che si trattasse di opere dell’uomo, sono quelle che Obvious ha firmato con la formula algebrica dell’algoritmo utilizzato, sottolineando provocatoriamente l’autorialità della macchina.

Ma è corretto parlare di arte prodotta dall’intelligenza artificiale? “Abbiamo svolto anche lavori con panorami e nudi, ma abbiamo scoperto che i ritratti erano il modo migliore per illustrare il nostro punto, cioè che gli algoritmi sono in grado di imitare la creatività”. Imitare la creatività, quindi. Una scelta di parole che ridimensiona la portata di quanto avvenuto. Le intelligenze artificiali non sono creative; possono solo simulare la creatività basandosi sui precedenti lavori compiuti dall’uomo.

Non si potrebbe però dire lo stesso anche dell’arte concepita dall’essere umano? In fondo, come si suol dire, tutti gli artisti sono “nani sulle spalle dei giganti”: nessun pittore, scultore o performer ha inventato le sue creazioni partendo dal nulla, ma sempre rielaborando, ricreando, reinventando tutto ciò che la storia dell’arte ha prodotto fino a oggi. I dataset utilizzati per dare vita a queste opere potrebbero quindi essere qualcosa di simile alle influenze che gli artisti del passato hanno su quelli contemporanei.

Uscendo dal mondo artistico, quando AlphaGo ha sconfitto nel 2016 il campione del mondo di Go Lee Sedol, lo ha fatto sfruttando un campionario di mosse che, stando alle testimonianze, nessun essere umano avrebbe mai fatto e che, a prima vista, sembravano grossolani errori. Come dobbiamo considerare la capacità di trovare nuovi modi di muovere le pedine degli scacchi o del Go, eseguendo mosse che non sono state insegnate da esseri umani e che nemmeno riproducono gli standard del gioco? Da un certo punto di vista, tutto questo non può che essere considerato come una vera forma di creatività.

E quindi, il futuro dell’arte appartiene a intelligenze artificiali creative e in grado di creare opere sempre più originali e interessanti? I pittori del futuro sono gli algoritmi? Affrontare il problema da questa prospettiva – secondo Mario Klingemann, autore di Memories e pioniere dell’utilizzo delle tecnologie informatiche nell’arte – è però fuorviante. “Se sentissi qualcuno suonare il piano, ti chiederesti mai se è il piano il vero artista? La stessa cosa avviene qui. Il fatto che ci sia dietro un complesso meccanismo non cambia le regole del gioco”.

Gli algoritmi che hanno prodotto le opere sono creati dall’uomo. Così come la selezione dei quadri usati nel database e la decisione di quali tra le migliaia di risultati possibili esporre o che forma dare loro (un quadro singolo, nel caso di Obvious, un flusso ininterrotto di ritratti nel caso di Klingemann). L’intelligenza artificiale, quindi, non è l’artista, ma lo strumento usato dagli artisti (umani) per dare forme nuove e fino a poco fa impensabili alle loro creazioni. E lo stesso vale, a maggior ragione, per quei programmi – sempre più usati da artisti e illustratori – che grazie al deep learning sono in grado di completare i fondali, di colorare correttamente determinati elementi e di definire meglio le linee tratteggiate su computer.

Il futuro dell’arte, quindi, è saldamente nelle mani dell’uomo. Il ruolo dell’intelligenza artificiale è più simile a quello del ragazzo di bottega al servizio dell’artista. Almeno per il momento.

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