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Mentre i contagi e i decessi per Covid-19 diminuiscono in Lombardia e si comincia a pensare alla fase 2 del lockdown, non dobbiamo dimenticarci di chi è sopravvissuto alla malattia dopo giorni se non settimane di terapia intensiva e sub intensiva. Molti di loro convivranno per diverso tempo con gli strascichi della malattia e delle terapie salvavita. Autorità ed esperti dovrebbero già interrogarsi su come poterli aiutare.

I polmoni

È ancora presto per tirare le somme, ma se ci basiamo sulle conoscenze che derivano da altre malattie respiratorie (polmoniti gravi, ma anche Sars e Mers) e sulle osservazioni dei disturbi causati dalla degenza in terapia intensiva, non è così difficile immaginare quali potrebbero essere i disturbi e le necessità di assistenza dei pazienti guariti da Covid-19.

L’infezione di Sars-Cov-2 può portare alla sindrome da distress respiratorio acuto, dovuta all’infiammazione dei polmoni che ne compromette la funzione (gli alveoli polmonari farebbero fatica a prelevare l’ossigeno dall’aria inspirata). Questa condizione è conosciuta e studiata e i medici sanno che chi ne esce può comunque avere problemi respiratori a lungo termine, sebbene risolvibili col tempo.

Danno d’organo

Secondo Sachin Yende, epidemiologo e medico di terapia intensiva dell’Università di Pittsburgh, lo stato infiammatorio acuto indotto dal coronavirus stresserebbe tutto l’organismo e, specialmente in chi già soffriva di condizioni pregresse, potrebbe aumentare il rischio di infarto, ictus e malattie renali. Uno studio condotto da Yende nel 2015 su pazienti ricoverati per polmoniti aveva infatti evidenziato un aumento del rischio di malattie cardiache di quattro volte rispetto al gruppo di controllo.

I muscoli

L’allettamento, il ricovero in terapia intensiva con eventuale sedazione per poter essere intubati, con Covid-19 si prolungano più della media riscontrata per altre malattie, con conseguenti atrofia e debolezza muscolare. In condizioni normali gli operatori sanitari attuano manovre volte a preservare per quanto possibile la funzione e la forza nei muscoli, con l’obiettivo di rimettere in piedi il paziente nel più breve tempo possibile e fargli riacquistare autonomia.

Ma durante l’emergenza Covid-19 la riabilitazione potrebbe essere stata trascurata: alto il rischio di infezione per i fisioterapisti (comunque non sufficienti a soddisfare il bisogno), soprattutto in un momento di carenza di dispositivi di protezione individuale.

Anche chi viene dimesso dall’ospedale, poi, potrebbe dover aspettare prima di intraprendere un percorso di riabilitazione: non è ancora chiaro per quanto tempo un paziente guarito rimanga contagioso.

Il cervello

Che sia il virus che arriva anche al cervello danneggiandolo, lo stato infiammatorio prolungato che limita l’afflusso di sangue, o gli effetti collaterali dei farmaci per la sedazione, è possibile che chi esce dalla terapia intensiva manifesti problemi cognitivi, in particolare deficit di memoria. A denunciarlo è Wesley Ely della Vanderbilt University, che sta per pubblicare uno studio con i primi dati raccolti sui pazienti.

Il rischio di deficit cognitivi nei pazienti di terapia intensiva è fatto noto ed esistono anche in questo caso protocolli per il monitoraggio dei pazienti al fine di modificare il trattamento (abbassare le dosi dei farmaci o evitarli, per esempio). Che in piena emergenza sia stato sempre possibile seguire le procedure dovrà essere verificato da chi di competenza.

Salute mentale

Oltre ai problemi cognitivi i sopravvissuti alle forme gravi di Covid-19 potrebbero soffrire di ansia e depressione, e da sindrome da stress post traumatico. Si tratta di un’ipotesi da verificare nel tempo, ma è suggerita da studi precedenti sui pazienti sopravvissuti alla Sars: oltre un terzo di loro ha presentato sintomi di depressione e ansia da moderati a gravi ancora un anno dopo la guarigione.

Il dopo emergenza

Poche evidenze acclarate, molte ipotesi. Ciononostante è opportuno che gli esperti e le autorità competenti inizino a pensare ai percorsi riabilitativi per coloro che sono scampati al coronavirus. Paradossalmente la pandemia potrebbe dimostrarsi un’opportunità per ottimizzare e sperimentare nuove forme di assistenza.

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