Vorrei chiedervi di mettervi un solo secondo nei miei panni e chiedervi come vi sentireste”. In un post di grande maturità Nicolò Pirlo, figlio 17enne dell’allenatore della Juventus ed ex campione sul campo Andrea Pirlo, ha rotto lo schermo di Instagram. E, in generale, dei social network. Pubblicando, a seguire, una delle infinite minacce di morte che gli vengono recapitate nella messaggistica privata dell’applicazione. E che è ovviamente inutile riportare. “Ho 17 anni e quotidianamente ricevo messaggi di questo genere (qui vi mostro l’ultimo, ricevuto poco fa), non perché io faccia qualcosa di particolare, ma solo perché sono figlio di un allenatore, che probabilmente, come è giusto che sia, può non piacere”.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da NICOLÓ PIRLO (@nickpirlo_10)

I personaggi popolari, ma in generale tutti gli utenti con un minimo di attività e seguito, lo sanno bene. Le piattaforme social sembrano aver disintermediato non solo le logiche della comunicazione ma anche il senso di umanità. L’idea, cioè, che dall’altra parte di quegli account non ci siano persone in carne e ossa ma bersagli da bombardare a proprio piacimento, sempre e comunque, senza ragioni (e se anche ce ne fossero, di ragioni, quello non sarebbe certo un modo accettabile). Esercitando una ferocia che ovviamente da qualche parte deve nascondersi, non può essere frutto delle piattaforme stesse, ma che per un inganno cognitivo lì sopra sembra potersi esprimere senza neanche alcun timore delle conseguenze.

Andrea Pirlo, immagine iPa

Quelle al figlio di Pirlo sono formalmente minacce, certo, ma nella sostanza rappresentano (oscene) modalità espressive talmente tanto connaturate ai social che le piattaforme lavorano incessantemente su quei fronti. Proprio Instagram ha appena lanciato un nuovo filtro per i messaggi diretti che eliminerà automaticamente tutti quelli contenenti un certo elenco di parole preimpostate o da personalizzare. Finiranno in una cartella a parte della posta interna dove potranno essere eliminati in blocco, senza neanche doverli visualizzare. “Comprendiamo l’impatto che i contenuti offensivi, che siano razzisti, sessisti, omofobi o qualsiasi altro tipo di abuso, possono avere sulle persone – ha scritto la piattaforma appena qualche giorno fa – nessuno dovrebbe provarlo su Instagram ma combattere gli abusi è una sfida complessa e non c’è un solo passo risolutivo. Ad esempio, sappiamo che molti nella nostra community, in particolare persone con un numero maggiore di follower, hanno subito abusi nella casella di posta in arrivo delle richieste di DM da parte di persone che non seguono“. Non c’è un solo passo risolutivo, dice l’app guidata da Adam Mosseri. Non solo perché la mole dell’utenza è ormai sterminata e i blocchi che impediscono anche a eventuali altri profili di comunicare con chi li abbia bloccati non servono poi a troppo.

Ma perché, e questo è il buco nero di fondo, c’è chi ritiene che il ruolo di quei personaggi pubblici sia in fondo anche quello di fare i bersagli in virtù della propria condizione di privilegio, visibilità o chissà cos’altro. A parte le minacce di morte o simili, basta farsi un giro fra i commenti di una o un qualsiasi influencer, una celebrità o un personaggio anche con un minimo di seguito, per rendersi conto che anche sulla piattaforma che più di tutte insiste sul senso di comunità e su narrative fasulle di questo genere tendono da sempre a ripetersi le stesse distorte logiche dell’hate speech viste praticamente ovunque nelle diverse “epoche” dei social network. Per certi versi perfino più potenti rispetto ad altre piattaforme, vista la predominanza dell’immagine su Instagram e l’invasività intima legata per esempio alle storie. Nei messaggi diretti arriva un distillato, probabilmente il più disgustoso, di quella roba. Tanto, appunto, da aver spinto il social a tornare sul punto cercando di limitare i danni. Quanto meno in termini di visibilità, per contenere gli impatti psicologici di spazzatura di quel genere.

Su un aspetto Nicolò Pirlo, però, sbaglia: lo fa quando attribuisce a quella roba la dignità della libera opinione. All’inizio del suo sfogo scrive: “Io non sono una persona che giudica, ognuno ha il diritto di poter dire ciò che vuole, sono io il primo a farlo e non vorrei mai che qualcuno mi togliesse la libertà di parola. I miei genitori mi hanno insegnato ad avere idee e soprattutto ad ascoltare quelle degli altri ma credo che a tutto ci sia un limite e già da tempo questo limite è stato superato”.

Non c’è nulla, in quelle minacce di morte e in chissà quali altri orrori assortiti che milioni di utenti ricevono ogni giorno nelle modalità più varie (nei DM, nei commenti, tramite menzioni moleste e così via), che appartenga alla sfera della libertà di parola. Proprio nulla. La libertà di parola, infatti, si ferma esattamente all’interno di un perimetro stabilito dalla convivenza civile: un perimetro presidiato dagli articoli del codice penale e dalle leggi riservate a punire i delitti contro l’onore. E perfino all’interno della libertà di parola, cioè quando le osservazioni fossero mosse in forme e modalità accettabili, le critiche devono essere circostanziate: Nicolò Pirlo non è Andrea Pirlo. E le minacce di morte non sono una distorsione della libertà di parola che ha superato un limite: sono fuori da quel limite.

The post Con le minacce di morte al figlio di Pirlo la libertà di parola non c’entra niente appeared first on Wired.





Leggi l’articolo su wired.it