Consorzio Remedia, il futuro dei Raee tra blockchain e sharing economy
(foto: Billy H.C. Kwok/Bloomberg via Getty Images)

Smart speaker, wearable device, tablet, robot da cucina. Nelle nostre vita aumentano i dispositivi, al momento ce li godiamo ma in futuro, giocoforza, dovremo smaltirli o delegare qualcuno a farlo. I rifiuti costituiti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) non sono come tutti gli altri: sono veri e propri pezzi di vita che se ne vanno ma, grazie all’economia circolare, possono tornare in circolo, grazie a una gestione virtuosa e sostenibile. In Italia, a fare il lavoro sporco ma preziosissimo di raccogliere e smaltire i rifiuti di apparecchiature elettroniche (ma anche pile e apparecchiature esauste) c’è il Consorzio Remedia, nato nel 2005 ed espressione diretta di numerosi produttori dell’elettronica di consumo e dell’itc. Nel 2018, Remedia ha gestito 124.818 tonnellate di rifiuti, cifra in crescita (+34,5%), secondo i dati appena rivelati dal consorzio che conta oltre 2.300 associati. Un bilancio che comprende naturalmente Raee domestici, ma anche quelli professionali, i pericolosi e quindi nel complesso un raggruppamento di prodotti che spazia dalle tv ai monitor, dagli strumenti per il freddo e il clima alle sorgenti luminose..

I Raee, come molti altri rifiuti, possono contribuire all’economia circolare, quel paradigma economico e culturale secondo cui prodotti e materiali possono essere rimessi in circolo, oltre il ciclo di vita fisiologico e la funzione a cui erano originariamente destinati. Per farlo però serve tanta innovazione e non è difficile intuire perché.

Ne parliamo con Danilo Bonato, direttore generale di Remedia e ospite al Wired Next Fest 2019, dove partecipa al panel Economia circolare. Il futuro dell’ambiente si decide oggi, in programma alle 16:00 sullo Stage Y della Wired house il 24 maggio.

 

Nel quotidiano è facile pensare a esempi di riciclo. Cosa cambia quando in ballo ci sono rifiuti complessi come quelli tecnologici e in che modo contribuiscono alle sfide dell’economia circolare?

“Quando parliamo di apparecchiature elettroniche, pensiamo alla vastità di prodotti e beni che abbiamo nelle nostre case. Sono decine e decine e sono fatti da tanti materiali diversi. In uno smartphone abbiamo fino a quaranta materiali differenti e quindi c’è una complessità costruttiva e una ricchezza notevole, difficilmente riscontrabile in altri prodotti. L’altro aspetto è che alcuni di questi oggetti contengono sostanze pericolose per l’ambiente naturale e la salute umana se non vengono smaltiti correttamente. Dobbiamo immaginare che sono stati fabbricati prendendo in prestito del materiale dal pianeta Terra, e se usiamo questi beni siamo quindi responsabili del fatto che possano rientrare in un circolo di valorizzazione e di recupero. Bisogna immaginare che questi oggetti non siano solo da consumare ma che ci sia un sistema organizzato che ci consente di riutilizzare i materiali presi in prestito”.

Uno degli obiettivi del consorzio, ai fini dell’economia circolare, è abilitare nuove filiere. Ma quali, in particolare?

“Ci sono due fenomeni interessanti; uno è quello del remanufacturing,  organizzazioni in grado di riprendere prodotti a fine vita e riportali a un nuovo livello, anche dando occupazione qualificata. L’idea di un sistema che prende i prodotti che noi non utilizziamo più, li lavora sostituendo componenti danneggiate e li rimette sostanzialmente in condizioni di utilizzo da un altro consumatore, è un tema che si svilupperà in maniera rigorosa, ed è proprio quindi la filiera a valore aggiunto aggiunta del riutilizzo, oltre a quella del riciclo. C’è una industria del riciclo che in Italia vale 28 miliardi di euro di fatturato, come indotto complessivo”.

Il secondo filone?

“È quello delle filiere legate ai servizi pay per use o sharing: vediamo sempre più esempi di aziende che non vogliono proporre tanto l’acquisto di un bene ma la fruizione di un servizio. Questo modello fa sì che non ci sia la cessione del bene che resta di proprietà dell’azienda che lo mette a dispozione mediante la disownership, che consente a chi fabbrica il prodotto in quanto suo di poterlo recuperare, raccogliere ed essere più efficace nel riparlarlo, valorizzarlo”.

Un modello come quello della disownership, crescente anche per motivi ideologici, porterà a un futuro con meno tonnellate di rifiuti tecnologicamente gestite?

“Dovremmo procedere verso un’economia near zero waste, concepita, fin dal disegno dei processi, per eliminare il concetto di rifiuto. Non sparirà un settore, quello delle aziende che lavorano i rifiuti, ma si creeranno creare nuove competenze e professionalità. Sposteremo il tema della gestione dei rifiuti alla possibilità, con la filiera innovativa, che il rifiuto non esista perché ci sarà una possibilità di valorizzazione e utilizzo per tutti i prodotti a fine vita. Guardando al fenomeno macroeconomico: la previsione di prelievo di risorse, di materie prime dal pianeta al 2030 è quasi il triplo rispetto al prelievo del 2000. Unico modo per non far collassare il pianeta è che le materie siano ottenute da beni che ricicliamo e non utilizzamo più”.

Il 2018 è stato un anno di cambiamento per il settore. Il 15 agosto sono entrate in vigore le norme sull’open scope, previste dal decreto Legislativo 49/2014. Non viene modificata la definizione di apparecchiatura elettrica/elettronica (Aee), ma le categorie di ripartizione per i Raee sì. In che modo?

“La direttiva europea nata nel 2002 ( direttiva 2002/96/CE, poi aggiornata dalla 2012/19/Ue, ndr) si basa su un principio molto importante che è quello della responsabilità estesa del produttore, che deve farsi carico e finanziare sistemi per la gestione di questi rifiuti. Ma è come se il legislatore avesse detto: iniziamo con dieci tipologie di prodotti. L’ambito chiuso faceva sì che fino all’anno scorso solo chi immetteva un  prodotto appartenente alle dieci categorie previste doveva rispettare certi requisiti previsti dalla direttiva. Nel frattempo, i prodotti che funzionano con corrente elettrica sono aumentati, pensiamo alla quantità di apparecchiature che sono arrivate sul mercato o che non esistevano dieci anni fa. Il legislatore ha quindi ribaltato l’approccio: non più categorie rigidamente fissate ma tutto quello che funziona con correnti elettriche (a meno che un prodotto non sia esplicitamente escluso quindi, rientra di fatto nell’ambito di applicazione della normativa in quanto Aee, ndr )

I cittadini hanno più garanzie di una copertura ampia, tutto quello che utilizziamo e ha una batteria o un attacco alla corrente avrà quindi un sistema di garanzia per tutela, riciclo, smaltimento, ecc”.

In molte industrie, tecnologie come Ai, blockchain, apportano disruption. Vale anche per il vostro segmento e in che modo?

“Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ovvero rifiuto uguale basso contenuto di innovazione, nel nostro settore non è cosi: c’è un forte contenuto di innovazione. Cito due fronti concreti. Il primo è proprio quello della tracciabilità, uno dei temi più importanti. Bisogna avere la certezza delle movimentazioni, delle caratteristiche dei prodotti, delle componenti pericolose, e quindi una dettagliata tracciabilità che tecnologie come i ledger delle blockchain potrebbero contemplare. Rendere il settore controllato, tracciato grazie a una serie di informazioni utili per gestire al meglio i processi è una delle sfide in termini di eco-innovazione che dobbiamo introdurre, in generale”.

E il secondo tema?

“Il secondo tema innovativo è legato alla complessità dei prodotti, che contengono oro, palladio, platino, neodimio, le terre rare, ecc. La tecnologia per separe questi materiali è molto sofisticata. Oggi guardiamo a una tecnologia che è la biometallurgia, l’utilizzo di reazione enzimatiche per ottenere la separazione di sostanze a basse temperature e a bassa pressione. La ricerca e l’innovazione nel nostro settore riguardano questi due aspetti: tracciabilità e controllo, tecnologie industriali sempre più evolute, sofisticate, per garantire un’elevata separazione di componenti, anche attraverso tecniche innovative”.

Remedia è membro fondatore di Weee Europe, che aggrega diciotto dei maggiori e più efficienti sistemi di raccolta europei. Cosa offre Weee Europe?

“Siamo il braccio operativo dei produttori che hanno obbligo e necessità di organizzare il servizio di gestione dei rifiuti elettronici. Proprio ascoltando i produttori, è venuta l’idea di Weee Europe, perché abbiamo compreso che le aziende essendo internazionali, globali, hanno la difficoltà di confrontarsi con normative recipite in diversi paesi in modi leggermente diversi. Da questa esigenza è nata idea di mettere insieme le competenze dei più forti consorzi per aiutare i produttori a gestire la complessità, raccogliendo i dati a livello centrale e comunicandoli in maniera omogenea”.

 

Come interloquite con soggetti come startup, atenei per portare open innovation nelle attività del consorzio?

“Abbiamo il privilegio di  vedere tutto quello che accade nella filiera ma non siamo attore operativo di un singolo ambito. Grazie a una visione sistemica, possiamo proporre e introdurre innovazioni con i nostri partner, ecco quindi le collaborazioni con il Politecnico, con la Luiss, con Roma Tre, con startup che innovano il settore di cui noi ci occupiamo. Nascono progetti europei in cui aggreghiamo anche piccole realtà, fatte da giovani che hanno buone idee ma fanno fatica a trasferirke sul mercato. È essenziale quindi non solo occuparci dell’aspetto ordinario della gestione dei rifiuti, pur essendoci volumi significativi per impegno, ma anche trovare queste opportunità di valore aggiunto”.

A proposito di volumi: quali sono tre numeri che, anche qualitativamente, descrivono il lavoro del consorzio?

“Per quanto riguarda il 2018, le tonnellate di rifiuti tecnologicamente gestiti sono oltre 124 mila: siamo uno dei consorzi più grandi per la massa di cui ci occupiamo. Il secondo numero è il 90% è il tasso di riclo medio che noi conseguiamo: è importante guardare non solo quanto raccogliamo ma anche quanto del totale di quello che raccogliamo riusciamo a introdurre nel sistema produttivo. Cerchiamo di aumentare sempre la percentuale di materiali riciclati, ma ci sono componenti che necessariamente vanno smaltite. Ultimo numero, è il 99 per cento di puntalità con cui serviamo le isole ecologiche. Immaginiamo un’isola che raccoglie rifiuti e un consorzio che non li va a ritirare, dopo due giorni sarebbe il panico. Sono tre numeri che descrivono quindi quantità, capacità di valorizzare la materia raccolta e tempisiche con cui svolgiamo il servizio”.

 

La raccolta differenziata talvolta suscita qualche scetticismo o cliché. Nel caso dei Raee, e di un player come Remedia, cosa invece il pubblico generalista ignora?

“Credo ci sia un problema di percezione ma anche di maggiore qualità e completezza dell’informazione che dobbiamo garantire. Probabilmente non riusciamo a spiegare quello che succede dopo la raccolta. Dal 2016, abbiamo un progetto che si chiama Uno contro zero, una modalità molto semplice e immediata per liberarsi di tutti i piccoli dispositivi, che rimangono nei cassetti o finiscono nell’indifferenziata. Oggi invece è possibile entrare in un negozio di elettronica, inserire il dispositivo in un contenitore, viene raccolto dal consorzio e portato al riciclo. Un 20% di consumatori conosce l’esistenza di questo servizio. Bisogna dare l’informazione ma poi spiegare anche cosa succede dopo, mostrare che c’è un consorzio serio, certicato, che garantisce il trasporto all’impianto, recupera i materiali,  che evita danni all’ambiente mettendo in sicurezza le componenti pericolose. Dobbiamo crescere nella capacità di trasferire queste informazione a chi può scegliere cosa fare del suo apparecchio elettronico”.

 

 

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