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I progressi delle sperimentazioni dei candidati vaccino contro il nuovo coronavirus hanno tutti gli occhi puntati addosso: immunizzare la popolazione mondiale – dicono le autorità – è il solo modo per uscire davvero dall’emergenza. Ma c’è un’altra strada, mediaticamente meno battuta, che sta dando risultati promettenti e che potrebbe essere messa a punto prima dei vaccini: gli anticorpi monoclonali, da usare sia come trattamento per i pazienti Covid-19 sia come forma di immunizzazione rapida a breve-medio termine (che però non sostituisce la funzione del vaccino). Diverse aziende (Eli Lilly, AbCellera, AstraZeneca, GlaxoSmithKline, Genentech e Amgen) e gruppi di ricerca (come quello di Rino Rappuoli in Italia) stanno facendo progressi e progettano studi clinici: l’auspicio è quello di ricevere in pochi mesi l’approvazione dagli enti regolatori, e dare al mondo una boccata d’ossigeno.

Anticorpi monoclonali

Eravamo in piena emergenza quando si discuteva dell’efficacia del plasma iperimmune, quello ricco di anticorpi estratto dai pazienti Covid-19 guariti e convalescenti. La strategia degli anticorpi monoclonali (di cui vi avevamo parlato già nei mesi scorsi qui e qui) è la stessa: studiare la risposta anticorpale dei pazienti per isolare anticorpi efficaci contro Sars-Cov-2, ottimizzarli e sintetizzarli in laboratorio per usarli come farmaco, efficace in primis per aiutare i pazienti ospedalizzati a neutralizzare l’infezione.

A buon punto è il lavoro del team italiano coordinato da Rino Rappuoli coordinatore del Mad (Monoclonal Antibody Discovery) Lab di Toscana Life Sciences, a Siena, che da pochi giorni ha annunciato di aver isolato i tre migliori candidati (su una rosa di 5mila diversi anticorpi), ma che solo uno diventerà un farmaco.

I vantaggi

Gli anticorpi monoclonali nascono come strategia di trattamento per le persone che hanno già contratto il virus e si sono ammalate, per mitigare i sintomi di Covid-19 e uscire dall’infezione. Ma gli scienziati impegnati nella ricerca di anticorpi monoclonali sono convinti che a determinate dosi possano fornire anche protezione ed essere dunque uno strumento di prevenzione almeno nel breve-medio termine. Secondo Rappuoli, per esempio, una singola iniezione sottocutanea di anticorpi monoclonali isolati dal suo team potrebbe garantire una protezione quasi immediata e valida sei mesi, che potrebbe essere utile per le categorie a rischio (operatori sanitari, magari gli anziani e chi convive con un malato in casa) in questa fase in cui non è ancora disponibile un vaccino, la cui importanza quindi non viene meno.

Alcuni studi clinici sono già in corso e l’aspetto positivo è che i risultati saranno disponibili più rapidamente rispetto a quelli dalle sperimentazioni dei candidati vaccino. Il perché è abbastanza intuitivo: l’efficacia come trattamento si vede subito provandolo sulle persone malate, mentre l’efficacia come forma di prevenzione si può valutare più rapidamente somministrandolo a persone che hanno elevate probabilità di entrare in contatto col virus, per esempio chi convive con un malato. I vaccini, invece, hanno bisogno di qualche settimana dalla somministrazione perché l’organismo sviluppi immunità e a livello di ricerca servono molte persone e molto tempo per valutarne l’efficacia preventiva (a meno di non infettare appositamente dei volontari).

I problemi

Purtroppo la tecnologia per la produzione di anticorpi monoclonali non è così diffusa e non è a buon mercato. Ciò significa che se anche farmaci a base di anticorpi monoclonali ricevessero l’approvazione per test clinici di fase 3 forse non si riuscirebbero ad avere abbastanza dosi per coprire il fabbisogno. Science Magazine riporta i dati di uno studio del Margolis Center for Health Policy della Duke University che stima che i soli Stati Uniti potrebbero richiedere quasi 40 milioni di dosi per il prossimo anno, mentre aziende come Regeneron e Lilly insieme potrebbero fornirne appena 400mila al massimo entro fine anno.

In più gli investimenti più consistenti sono stati dirottati sullo sviluppo dei vaccini anti coronavirus. Sempre Science Magazine riporta che il programma Warp Speed dell’amministrazione Trump ha versato 8 miliardi di dollari in 6 progetti di vaccino e solo 750 milioni di dollari per lo sviluppo di anticorpi monoclonali.

La conclusione è che, a meno di non riuscire a implementare soluzioni per produrre di più e a minor prezzo (che comunque sono in studio), gli anticorpi monoclonali potrebbero non essere disponibili per chiunque, scavando ulteriormente il solco tra chi potrà permetterseli e chi no.

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